L’economista William Nordhaus nel suo studio all’università di Yale, il 12 marzo 2014.

Un Nobel all’economia che prova a contrastare i cambiamenti climatici

L’economista William Nordhaus nel suo studio all’università di Yale, il 12 marzo 2014.
10 ottobre 2018 15:17

L’economista di Yale William Nordhaus ha studiato per tutta la vita i costi dei cambiamenti climatici, invocando una tassa sulle emissioni di anidride carbonica per contrastare il riscaldamento globale.

Non è un paradosso di poco conto quindi che lo stesso giorno in cui la sua ricerca ha contribuito a fargli vincere il premio Nobel per l’economia, un comitato delle Nazioni Unite abbia pubblicato il suo ultimo rapporto sui pericoli sempre più gravi determinati dal cambiamento climatico. In effetti il rapporto si basa molto sul lavoro di Nordhaus e avverte che ci restano solo dodici anni per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi ed evitare la catastrofe ambientale.

Questo avvertimento, così come il premio, arrivano in un momento in cui alcuni americani non sembrano prestare ascolto. Gli Stati Uniti non sono più tra i paesi firmatari dell’accordo di Parigi per contrastare il cambiamento climatico, ampi settori del paese continuano a negare l’esistenza del problema e alcuni politici locali e nazionali non tengono in considerazione le scienze climatiche per prendere le loro decisioni.

Il lavoro di Nordhaus però non riguarda il fatto che la gente e i politici “credano” o meno al cambiamento climatico. Riguarda il mercato e la sua capacità di affrontare il problema più grave che l’umanità si troverà di fronte nei prossimi anni.

L’ambiente è un bene comune, condiviso da tutti eppure nessuno paga per esso in modo adeguato

In quanto studiosi di economia e management desiderosi di trovare soluzioni intelligenti alla sfida posta dal cambiamento climatico, riteniamo che la sua ricerca offra una speranza per evitare la calamità globale.

Uno dei contributi più significativi di Nordhaus è stato forse la sua capacità di smontare e spiegare le questioni complesse che ruotano attorno al cambiamento climatico.

In Climate casino, per esempio, Nordhaus ha spiegato come molte discipline si intrecciano tra loro quando si parla di cambiamenti climatici: dalla scienza all’energia, dall’economia alla politica, individuando al tempo stesso con chiarezza i passi necessari a prevenire la catastrofe. Per dirla con il New York Times, “è una fonte unica sul riscaldamento globale attraverso il prisma di un economista geniale”.

Pur con una scrittura accessibile, ha evidenziato come lui stesso fosse ancora alle prese con l’incertezza delle sue proiezioni e di quelle altrui, permettendoci così di vedere senza mistificazioni la complessità delle conseguenze legate al modo in cui gli esseri umani danneggiano l’ambiente attraverso le emissioni dei gas serra.

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Secondo una delle premesse della sua ricerca, l’ambiente è un bene comune, condiviso da tutti eppure nessuno paga per esso in modo adeguato o appropriato.

In altri termini, tutti quanti traiamo benefici dall’ambiente ma non paghiamo per farlo. E siamo tutti quanti danneggiati dal suo deterioramento, sebbene il valore di questi danni non venga colto dal normale mercato dei cambi.

Secondo Nordhaus una tassa sulle emissioni di anidride carbonica, per esempio di 25 dollari a tonnellata, e un mercato delle emissioni che consenta alle aziende di scambiare crediti per l’inquinamento prodotto, rappresentano il modo migliore ed economicamente più efficace di attribuire un valore a questo bene pubblico, contribuendo così a fare qualcosa per risolvere il problema.

Tracciare modelli per economia e clima
Nordhaus lo ha dimostrato mettendo a punto dei modelli che simulavano come queste tasse e altri incentivi potessero avere un impatto sia sull’economia sia sul clima, delineando la loro coevoluzione di modelli cosiddetti di “valutazione integrata”.

Un esempio importante è il suo modello dinamico integrato clima-economia (Dice), che fornisce un quadro coerente per l’utilizzo di conoscenze tratte dalle scienze economiche, dall’ecologia e dalle scienze naturali. Il modello ha permesso di comprendere in modo più approfondito il modo in cui alcuni cambiamenti di politiche determinino impatti economici e ambientali di lunga durata.

Ha capito così che politiche basate sull’azione dei mercati con una guida da parte dei governi, come quelle che istituiscono tasse sulle emissioni di anidride carbonica, sarebbero le più efficaci per affrontare il problema.

Ed è riuscito a dimostrare con grande chiarezza che il modo economicamente più vantaggioso per ridurre le emissioni di gas serra è aumentare il prezzo dei combustibili fossili attraverso l’introduzione di una tassa sulle emissioni. Consumatori e aziende sarebbero così incentivati a utilizzare meno combustibili di questo tipo.

Le soluzioni alla grande sfida del cambiamento climatico più efficienti ed efficaci provengano proprio dal mercato

Nordhaus è stato inoltre in grado di stimare i danni economici del cambiamento climatico se politiche di questo tipo non dovessero essere adottate. Ha scoperto che a perderci di più sarebbero i poveri e gli abitanti delle regioni tropicali.

Sostanzialmente Nordhaus è giunto alla conclusione che le soluzioni alla grande sfida del cambiamento climatico più efficienti ed efficaci provengano proprio dal mercato, uno dei sistemi più potenti del pianeta.

Pur essendo convinto del fatto che i mercati debbano assumere un ruolo guida in questa sfida, al tempo stesso necessitano del supporto di politiche governative consapevoli. Nordhaus ha scoperto che il carbon pricing, o prezzo dell’anidride carbonica, è uno strumento potentissimo per portare alla luce queste soluzioni.

Persino Adam Smith, l’economista del diciottesimo secolo che coniò l’espressione “la mano invisibile del mercato”, sapeva che il capitalismo di mercato ha bisogno di “regole imposte da legislatori che ne comprendano i meccanismi e i benefici”. Come ci ha ricordato il direttore di National affairs Yuval Levin nel 2010, i mercati hanno bisogno di una guida.

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Nordhaus ha dimostrato cioè come il capitalismo sia in grado di rispondere alla sfida del cambiamento climatico proprio come ha risposto ad altri problemi presentatisi sui mercati, da quello dei monopoli all’assottigliamento dello strato di ozono ai pericoli del fumo di sigarette.

Nel giorno in cui i principali scienziati del pianeta hanno pubblicato l’ultimo terribile avvertimento sull’imminente destino del cambiamento climatico, il lavoro profondamente ponderato e metodico di Nordhaus, per il quale gli siamo grati, ci ricorda che c’è ancora una speranza. La speranza che l’ingegno e l’intraprendenza degli esseri umani possano guidare il mercato verso una soluzione e una forma migliore di capitalismo che strutturi i nostri scambi commerciali e le nostre interazioni.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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Questo articolo è stato pubblicato su The Conversation.

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