I danni causati dallo tsunami a Palu, sull’isola di Sulawesi, in Indonesia, il 30 settembre 2018.

Cattive notizie per il pianeta e buone notizie per il mondo

I danni causati dallo tsunami a Palu, sull’isola di Sulawesi, in Indonesia, il 30 settembre 2018.
09 ottobre 2018 12:58

Se vi dicessi che il mondo sta meglio di quanto non sia mai stato nella storia dell’umanità, di sicuro non mi credereste.

Effettivamente può sembrare assurdo, all’indomani della pubblicazione del rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento del clima tra una valanga di cattive notizie politiche e l’altra, dal Brasile alla Turchia.

Eppure c’è un altro modo di osservare il mondo, superando il pessimismo andante. Non per negare le realtà climatiche, politiche o sociali che ci angosciano, ma per tenere presente che la realtà del mondo è spesso migliore della percezione che ne abbiamo.

Per esempio, secondo un sondaggio d’opinione effettuato su scala mondiale, una maggioranza risicata pensa che la povertà sia in aumento in tutto il mondo. La realtà è molto diversa: nel corso degli ultimi vent’anni, la povertà nel mondo si è ridotta con un ritmo mai visto nei due secoli di statistiche.

Nel nostro pianeta ci sono ancora 750 milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà. È una cifra enorme, insopportabile. Ma resta il fatto che cinquant’anni fa erano più del 40 per cento della popolazione mondiale. La cancellazione della povertà non è più un obiettivo irraggiungibile.

Negli ultimi vent’anni la mortalità infantile si è dimezzata sui cinque continenti. La tendenza va nella giusta direzione

Prendiamo un altro indicatore, quella mortalità infantile che negli anni sessanta segnava un divario enorme tra i paesi industrializzati e quelli non industrializzati. Ebbene, negli ultimi vent’anni la mortalità infantile si è dimezzata sui cinque continenti. Non è ancora abbastanza, ma la tendenza va nella giusta direzione.

Secondo uno studio del 2015 solo il 3 per cento dei francesi pensa che il mondo stia migliorando, contro il 41 per cento dei cinesi. Il pessimismo, tra l’altro, non è una specialità tutta francese, dato che tra i britannici e i tedeschi la percentuale non supera il 4 per cento.

Può sorprendere, ma è evidente che la percezione non può essere la stessa nei vecchi paesi europei industrializzati che vedono la loro influenza calare e in un paese emergente dell’Asia.

In un commento a margine dello studio, il ricercatore dell’università di Oxford Max Roser ha sottolineato che esiste un rapporto tra la nostra valutazione del passato e la nostra visione del futuro. Se ci sbagliamo su ciò che è stato fatto, inevitabilmente sottovaluteremo la nostra capacità di proiettarci nel futuro.

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Max Roser sottolinea la responsabilità dei mezzi d’informazione e del sistema educativo in questo sfasamento di percezione, soprattutto nei paesi più ricchi. Un cinese che è passato dalla povertà alla classe media non ha bisogno di sentirselo dire.

Bastano poche cose. Ho trovato questi dati sul profilo Twitter di una professoressa di economia dell’Università di Zurigo, Dina Pomeranz, che distilla cifre positive. Non appartiene a una setta utopista, ma a una scuola universitaria che lavora su dati concreti.

L’obiettivo non è quello di sottolineare le buone notizie per far dimenticare le cattive, ma di utilizzarne l’energia per cambiare il mondo. Questo approccio si applica al riscaldamento del clima come al resto dell’attività umana: i progressi sono talmente grandi che niente è impossibile, perfino fermare il degrado del clima. Provate l’ottimismo, fa un gran bene!

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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