Il 15 gennaio in Uganda 21,6 milioni di persone sono state chiamate alle urne per eleggere il capo dello stato e i più di cinquecento deputati del parlamento. A 81 anni Yoweri Museveni, leader del Movimento di resistenza nazionale (Nrm), concorre per un settimo mandato, in un paese dove gran parte dei 46 milioni di abitanti – metà dei quali ha meno di diciott’anni – non ha conosciuto altri presidenti nella sua vita.

Gli sfidanti sono sei, tra i quali il più quotato è di nuovo Robert Kyagulanyi, in arte Bobi Wine, ex rapper di 43 anni, che aveva già affrontato Museveni – senza successo – nel 2021.

La campagna elettorale, inizialmente tranquilla, nelle ultime settimane è stata caratterizzata da episodi di violenza. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha denunciato un contesto elettorale teso, caratterizzato da violenze e minacce verso gli oppositori, i giornalisti e chiunque esprima dissenso. Le forze di sicurezza hanno represso i sostenitori dell’opposizione, in particolare hanno ripetutamente aperto il fuoco – uccidendo almeno una persona – durante gli eventi della campagna di Bobi Wine. Inoltre hanno arrestato centinaia dei suoi sostenitori.

La sera del 13 gennaio, in vista dell’apertura dei seggi, il governo ha schierato l’esercito nelle strade della capitale Kampala e ha ordinato di bloccare internet e alcuni servizi di telefonia mobile, ufficialmente “per salvaguardare la sicurezza nazionale”, anche se la storia recente mostra che queste misure sono spesso usate per coprire brogli e per impedire alle persone di organizzarsi per scendere in piazza a protestare. La misura limita anche il margine di manovra delle missioni di osservazione elettorale, facilitando la manipolazione dei risultati.

Il voto, scrive la Reuters, è un test della forza politica del leader di 81 anni, che neanche questa volta è riuscito a designare un successore, e della sua capacità di evitare le violenze che hanno scosso paesi vicini come la Tanzania e il Kenya. Il tema della campagna di Museveni è stato “proteggere ciò che è stato guadagnato”, accompagnato dalla promessa di mantenere la pace e di portare l’Uganda tra i paesi a medio reddito.

Prima del voto il quotidiano britannico Financial Times aveva pubblicato un articolo di Bobi Wine. “Le elezioni del 15 gennaio rispetteranno tutti gli aspetti rituali di una democrazia, ma non c’è sostanza”, si lamentava il candidato. “Come hanno scoperto lo scorso ottobre i nostri vicini della Tanzania, i regimi che restano al potere per decenni non basano la loro sopravvivenza sulla volontà del popolo, ma sulle frodi, sull’uso della forza e sulla paura”.

Manipolare le elezioni è un lavoro che non si fa in un colpo solo, denunciava Bobi Wine, ma “richiede un sistema che ha ramificazioni a ogni fase del processo elettorale: dalle leggi che ostacolano le campagne degli oppositori all’uso delle forze di sicurezza per disperdere i comizi, dall’alterazione dei registri elettorali a quella dei verbali dei risultati. Alcuni distretti elettorali sono invasi da poliziotti e militari, non allo scopo di proteggere i cittadini, ma di intimidirli”.

In occasione delle elezioni del 2021, raccontava Bobi Wine, decine di ugandesi sono stati uccisi, mentre centinaia sono stati rapiti o fatti sparire. I giornalisti sono stati picchiati e interi quartieri trasformati in zone militarizzate dove manipolare i risultati senza interferenze. Ma il candidato ha esortato gli elettori e le elettrici ugandesi a non lasciarsi intimidire e a resistere ai tentativi di corruzione, nonché a documentare ogni incidente. “L’Uganda ha bisogno di una transizione pacifica, non di un’altra elezione rubata”, ha concluso.

Nonostante la sua popolarità tra i giovani e anche all’estero, Bobi Wine non ha molte speranze di riuscire. “Museveni, grazie al suo saldo controllo delle leve del potere, ha praticamente già in tasca la rielezione”, nota in un rapporto l’International crisis group. “Invece ci sarà più competizione per i seggi del parlamento e delle amministrazioni locali, per i quali la campagna è stata molto vivace”.

La politica dell’Uganda sfugge a una facile categorizzazione, spiega l’ong: “Nonostante una chiara tendenza autoritaria, la partecipazione alla vita politica e il dibattito pubblico sono significativi, e la rappresentanza dell’opposizione nelle istituzioni statali è maggiore rispetto a quanto accade in paesi vicini come Burundi, Ruanda e Tanzania. Ma il futuro è incerto e molti si chiedono cosa succederà e se si riusciranno a preservare gli aspetti più democratici di questo sistema, per quanto imperfetto”.

Concentrazione di potere

Quarant’anni fa Museveni, alla testa dell’Nrm, prese il controllo del paese dopo aver combattuto contro il dittatore Idi Amin al fianco di Milton Obote; lottò anche contro quest’ultimo dopo che era salito al potere e, infine, contro il suo successore, Tito Okello. Da allora ha instaurato un regime corrotto e sempre più autoritario. In qualità di presidente, ha posizionato l’Uganda come partner strategico delle nazioni occidentali, inviando truppe in zone calde della regione, come la Somalia, e accogliendo milioni di rifugiati.

Il politologo esperto d’Africa Kristof Titeca spiega che Museveni ha costruito intorno a sé un sistema basato sull’estrema personalizzazione, sulla militarizzazione e sul clientelismo. “Ma ora questo sistema è sotto tensione”, nota Titeca. “Il presidente è anziano, le decisioni chiave restano spesso in sospeso a causa della congestione burocratica e dell’accesso limitato alla sua persona. Allo stesso tempo, i familiari del presidente e soprattutto il figlio Muhoozi Kainerugaba, il generale a capo delle forze armate, stanno consolidando la loro autorità e agiscono senza troppi controlli, rafforzando la concentrazione del potere”.

Ci si aspettava che a questa tornata elettorale Museveni avrebbe passato il testimone al figlio, ma “molti in Uganda e nei paesi vicini sono poco entusiasti di questa prospettiva, dato il temperamento impulsivo di Muhoozi”, nota l’Icg.

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Questo testo è tratto dalla newsletter Africana.

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