Un megaschermo trasmette le immagini del presidente cinese Xi Jinping che assiste a una parata militare a Hong Kong, il 30 giugno 2017. (Anthony Wallace, Afp)

Xi Jinping ribadisce che a Hong Kong comanda Pechino

Un megaschermo trasmette le immagini del presidente cinese Xi Jinping che assiste a una parata militare a Hong Kong, il 30 giugno 2017. (Anthony Wallace, Afp)
30 giugno 2017 11:01

Il presidente cinese Xi Jinping è a Hong Kong per il ventesimo anniversario dell’handover, la restituzione dell’ex colonia britannica alla Cina, che ricorre il 1 luglio. Il suo itinerario è già un manifesto politico. Xi ha passato in rassegna la locale guarnigione militare indossando la zhongshan zhuang, cioè la “giacca di Sun Yat-sen”, sinonimo di sinicità. E poi visiterà qualche progetto infrastrutturale che ben rappresenti il legame indissolubile tra la Zona amministrativa speciale e la Cina continentale: il ponte che collega Hong Kong a Macao e quindi a Zuhai, nella provincia cinese del Guangdong; oppure la ferrovia veloce per Guangzhou. Nel frattempo, la prima e finora unica portaerei cinese, la Liaoning, sta dirigendosi verso la baia. Il messaggio è chiaro: Hong Kong è Cina, in caso c’è il glorioso Esercito popolare di liberazione a ricordarvelo.

Di solito, l’anniversario dell’handover lo “festeggiano” parecchi hongkonghini con manifestazioni di protesta. Quest’anno, è stata chiusa per sicurezza la metà di Hong Kong Island e ventisei attivisti per la democrazia sono stati arrestati il 28 giugno dopo avere inscenato un sit-in. Sono poi stati rilasciati la mattina del 30 giugno.

Un movimento senza sintesi politica
A proposito di proteste, che fine ha fatto la generazione degli “ombrelli”? I protagonisti del movimento Occupy Hong Kong nell’autunno del 2014 riempirono le strade della metropoli per protestare contro la riforma elettorale imposta dalla Cina e giudicata troppo poco democratica.

In quei giorni ero in contatto con il gruppo Left21, che aveva un piccolo ufficio dentro un ex edificio industriale di fianco alla sopraelevata di Kowloon West, sulla parte peninsulare di Hong Kong. Stavano in un paesaggio molto urbano, molto hongkonghino, a poche centinaia di metri dall’incrocio tra Nathan road e Argyle street, cioè il cuore del sit-in più duro di tutta la protesta: anarchico, working class.

Quando andai a trovarli, Sophia Chan era lì ad aspettarmi. Faceva la ricercatrice universitaria ed era diventata la portavoce dell’ala sinistra del movimento. La sua presenza massiccia sui mezzi d’informazione strideva con la donna minuta che mi trovavo davanti: giovanissima, esile, seduta attorno a un tavolo con altri tre attivisti di Left21, giovani pure loro. Erano tutti molto per bene, seri, riflessivi.

Quelli di Left21 avevano cercato di fare da collegamento tra le parole d’ordine di giustizia e libertà dell’anima borghese del movimento, e le esigenze materiali della classe lavoratrice confrontata agli alti costi dell’alloggio, dell’istruzione e di un sistema sanitario sempre più ingolfato dai “turisti della salute”, provenienti dalla Cina continentale. Ma non c’erano riusciti. Avevano identificato il problema, ma non avevano trovato la sintesi politica. E il movimento era morto.

La comparsa dei “nativisti”
Oggi Sophia ha 27 anni, studia teoria politica a Princeton, negli Stati Uniti, e si fa chiamare Shuk Ying Chan: “Ho scelto di tornare al mio nome cinese perché vedo che noi asiatici siamo sottorappresentati in occidente”. Il suo nuovo-vecchio nome è quindi l’ennesima rivendicazione.

“Molti hanno lasciato, dopo quei giorni. Io ero delusa perché il movimento era diventato sempre più sinofobico e di destra”, spiega, riferendosi alla crescita dei gruppi “nativisti”, cioè quelli che proclamano un’identità hongkonghina contrapposta a quella cinese.

Lei voleva farsi una cultura adeguata prima di proseguire con la militanza: “Per me il punto è l’autodeterminazione. Deve essere un concetto inclusivo, non esclusivo come vogliono quelli di destra. Loro insistono sull’identità etnica, se ne fregano dei diritti del lavoro e di quelli lgbt, mentre la classe sociale e il genere influiscono molto più direttamente sulla vita delle persone”.

Shuk Ying vorrebbe tornare a Hong Kong, trovare un lavoro in qualche università di laggiù, ma non sa cosa farà: “La Hong Kong university mantiene margini di autonomia, ma la Chinese university si è totalmente appiattita sulle posizioni di Pechino”.

Dopo la fine del movimento, parecchi hanno perso fiducia nella protesta pacifica e questo fa il gioco della destra

In quel gruppetto che incontrai nel 2014 c’era anche Au. Oggi ha 29 anni, lui è sempre a Hong Kong. “Dopo la fine del movimento, ho avuto una specie di depressione, abbiamo tutti subìto qualche tipo di impatto psicologico. Mi sono messo a lavorare con una ong che si occupava delle condizioni del lavoro in Cina. Mi muovevo tra Shenzhen e e Guangzhou, stavo con i lavoratori migranti, mi occupavo di pensioni, minimo salariale. Operavamo in tre fasi: prima distribuivamo volantini di fronte alle fabbriche, raccoglievamo le storie e in caso davamo consigli ai lavoratori; poi, se venivano al nostro centro, li aiutavamo a risolvere problemi specifici, come per esempio stipendi non corrisposti o l’assenza della previdenza sociale; infine li incoraggiavamo a essere più attivi in prima persona sul luogo di lavoro, senza che ricorressero sempre al nostro aiuto”.

pubblicità

Tornato a Hong Kong, Au si era reso conto che qualcosa non funzionava. “Gli attivisti non erano pronti ad accogliere gli outsider, gente comune che aveva partecipato a Occupy e voleva continuare la mobilitazione. Non erano preparati, avevano paura. Nel 2015 ci sono stati degli sgomberi di case, la gente simpatizzava con chi era stato scacciato dalla polizia, ma le organizzazioni che da sempre seguono questi casi avevano paura di perdere il controllo, che la situazione si stesse radicalizzando troppo, e non fecero nulla”. Secondo lui, dopo la fine del movimento degli ombrelli, parecchi hanno perso fiducia nella protesta pacifica e questo fa il gioco della destra: “Già dal 2010 cresceva l’ostilità verso gli immigrati, accusati di gravare sul welfare, di impossessarsi degli appartamenti”.

L’unica patria cinese
Dopo la fine del movimento, i nativisti hanno compiuto due o tre azioni con lo slogan “Riprendiamoci Hong Kong” in aree a forte presenza di cinesi immigrati dal continente, e alle elezioni di distretto e a quelle legislative erano andati bene. Poi, nel febbraio del 2016, hanno cercato di sfruttare una rivolta spontanea dei venditori ambulanti di polpette di pesce che la polizia cercava di cacciare da Mong Kok. Ma oggi appaiono in calo: “Sono troppo divisi al loro interno”, dice Au “e poi fanno politica solo su internet”.

Però, continua Au, di positivo “c’è la recente comparsa di gruppi legati alle professioni: i designer d’interni che aiutano gli anziani a risolvere piccoli problemi in casa; gli informatici che discutono di nuove tecnologie; gruppi nella sanità, nel settore legale”. E poi nascono nuove associazioni sindacali, fenomeno degli ultimi due anni: “C’è quella degli assistenti di volo, molto attiva; l’unione degli artisti freelance e quella dei ricercatori universitari”.

Secondo Shuk Ying, ai leader cinesi e al governo della Zona amministrativa speciale fa comodo la presenza dei nativisti, tutto sommato infiltrabili e inconcludenti, perché giustifica l’ostentazione di forza dell’uguale e contrario nazionalismo cinese. Ed ecco la visita del presidente Xi Jinping all’Esercito popolare di Liberazione e alle infrastrutture che legano indissolubilmente Hong Kong alla Cina. A Pechino lo chiamano aiguo: patriottismo o, alla lettera, “amor di patria”. L’unica patria cinese.

Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.
pubblicità

Articolo successivo

La politica della felicità
Benjamin Radcliff
Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.