Yak e bandiere di preghiera tibetane sulle rive del lago Qinghai a Xining, Cina, luglio 2014. (Xiao Lu Chu, Getty Images)

Sugli altipiani cinesi il consenso si conquista con le energie rinnovabili

Yak e bandiere di preghiera tibetane sulle rive del lago Qinghai a Xining, Cina, luglio 2014. (Xiao Lu Chu, Getty Images)
01 settembre 2017 10:30

Dal 17 giugno alla mezzanotte del 23 giugno c’è stato un luogo in Cina che più pulito di così non si può. Ma cassonetti e raccolta differenziata non c’entrano nulla: è di energia che si parla.

In quella settimana, la provincia del Qinghai ha viaggiato interamente a energia rinnovabile. Facile, direte voi: il Qinghai è grande più del doppio dell’Italia, ha meno di un decimo dei suoi abitanti ed è attraversato da alcuni dei principali fiumi del mondo. Con oltre 300 giorni di sole all’anno (quel sole di montagna che ti cuoce il cervello se non indossi un cappello) e battuto dai venti dell’altopiano (l’altitudine media supera i tremila metri), è un luogo perfetto per consentire alla Cina un primo passo fuori dall’era del fossile: energia idroelettrica, fotovoltaica, eolica senza limiti. Anche la Nasa ha fornito un’immagine satellitare di com’è cambiato nel tempo il parco solare di Longyangxia, in Qinghai.

Qui c’è il futuro. E quindi anche il lavoro. Dagong, lavoro temporaneo, ma anche manuale.

“Non so cosa mi faranno fare: mi chiamano e quando sono lì lo scopro”, mi dice un uomo che viene da Xining, il capoluogo del Qinghai. È han, cioè dell’etnia maggioritaria cinese, ha tre figli e non è la prima volta che lavora sull’altopiano, a quattromila metri d’altezza. L’autista tibetano lo imbarca chiedendogli 20 renminbi e poi ne restituisce solo 20 quando lui paga con una banconota da 50. Prova a chiedere i dieci che mancano, quello non glieli dà, lui fa un sorriso amaro e se ne va a scoprire quale sarà il suo dagong nel monastero di Juela.

Nel complesso monastico a una sessantina di chilometri a nordovest da Sharnda, il centro principale della contea di Nangchen, al confine con la regione autonoma del Tibet, c’è una donna, anche lei han, che arriva dal Sichuan. È minuta, ha vissuto a Pechino per anni, poi si è spostata qui, dove c’è lavoro. Riempie una betoniera di cemento, lavora alla ristrutturazione del tempio.

Con gli amici scherziamo su questo modo approssimativo di aggiustare le cose e risolvere i problemi

Negli ultimi anni, gli investimenti del governo di Pechino nei monasteri sono aumentati, anche se i dati sono disponibili solo per alcuni casi specifici e virtuosi. Certo, i finanziamenti sono distribuiti cum grano salis. È un circolo virtuoso: si dà lavoro ai xin gongren in esubero nella grande Cina e ai nomadi dell’altopiano, si pacificano i monaci, mi suggerisce un visitatore di Taiwan.

In questo monastero c’è in effetti un abate che appare notevolmente pacificato: è rinchiuso nelle sue stanze fin dalla giovinezza, prega e medita. Bussiamo alla sua porta e un monaco gentile che parla perfettamente cinese (da queste parti non è così scontato) ci ringrazia per il nostro interesse nei confronti della cultura tibetana e lamaista. Ma no, non si può parlare con il sant’uomo.

Era han e di Xining anche il saldatore che avevo incontrato qualche giorno prima sulla strada tra Yushu e Nangchen. Stava appeso su un’impalcatura di ferro e, indossando dei semplici occhiali da sole, saldava un tubo enorme per il trasporto dell’acqua a una gabbia metallica. Per scherzo, con gli amici, la chiamiamo “chabuddismo”, dal cinese chabuduo, questa approssimazione estremamente flessibile che aggiusta le cose, risolve i problemi, ma sempre un po’ così così.

È un tratto distintivo di tutta la Cina, qui lo è ancora di più: chabuddismo sull’altopiano pervaso di buddismo, un saldatore se ne sta appeso con un paio di occhiali da sole come unica protezione. Che condivide con il collega quando si danno il cambio.

Continua manutenzione
Stessa etnia e stessa flessibilità estrema per i guidatori delle ruspe che sgombrano dalle frane le strade di fango che si percorrono tra Sharnda e il monastero di Tana, 170 chilometri di cui una settantina su strade sconnesse. Qui si capisce perché ogni tanto una cascata di fango e rocce seppellisce persone e villaggi, come è successo a Maoxiang, nel vicino Sichuan, il 24 giugno scorso, lasciandosi dietro 83 tra morti e dispersi.

Da queste parti, le montagne sono cumuli di huang tu, löss, lo stesso che dà colore al fiume Giallo e agli alti corsi del Mekong e dello Yangtze. Tre grandi fiumi che nascono e scorrono a pochi chilometri di distanza. L’attività sismica e le piogge rendono il terreno fangoso instabile. Parti per un’escursione e al ritorno non c’è più la strada. Ma ecco la ruspa, che toglie i massi e si passa. L’altopiano del futuro richiede manutenzione continua.

Gli economisti si interrogano da tempo sull’efficacia della politica delle infrastrutture in Cina

I tibetani si dedicano generalmente a lavori meno specializzati. Così è per gli uomini e le donne che rifanno la pavimentazione stradale nella nuova via commerciale di Xinghai, sul plateau 400 chilometri più a nord, in direzione Xining. Sono nomadi, che alternano questa attività all’allevamento di yak e ovini. Povertà? Non necessariamente: uno yak può valere fino a settemila euro. È piuttosto la durezza della vita sull’altopiano che induce a diversificare.

L’autista che mi porta lungo la statale che costeggia la nuova autostrada (“Così non paghiamo il pedaggio”) è tibetano. “Dieci anni fa qui avevamo l’acqua, ma non il gas o l’energia elettrica. Cosa penso del governo? Ha lavorato bene. Sì, lo so che in Tibet c’è qualche problema”. Usa il termine maodun, cioè una contraddizione che sfocia quasi nel conflitto. Ma a lui le cose vanno bene.

Gli economisti si interrogano da tempo sull’efficacia della politica delle infrastrutture in Cina. È sostenibile? Genera profitti, ritorni economici? Non rischia di aumentare il debito?

Qui, sull’altopiano, le infrastrutture sono soprattutto lavoro. E organizzazione del consenso.

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Claudia Grisanti
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