19 giugno 2020 17:54

Al vertice del Consiglio europeo che si è svolto in videoconferenza il 19 giugno, i leader dei 27 paesi dell’Unione hanno ufficialmente cominciato a discutere del piano di rilancio proposto dalla Commissione per aiutare l’economia europea a superare la crisi provocata dalla pandemia di covid-19, che ha innescato la più grave recessione dal dopoguerra. Il piano richiede l’approvazione di tutti i paesi membri, ma il vertice, che era considerato solo il primo passo di una trattativa molto complessa, si è concluso con un nulla di fatto. Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha ammesso che non c’è ancora consenso e ha convocato un nuovo vertice per metà luglio, in cui i leader dovrebbero tornare a incontrarsi di persona.

Il piano proposto dalla Commissione il 27 maggio, battezzato Next generation Eu, prevede di istituire un fondo del valore complessivo di 750 miliardi di euro, composto da 500 miliardi di finanziamenti a fondo perduto e 250 miliardi di prestiti. Sarebbe una novità sostanziale, dato che finora gli aiuti europei sono stati concessi solo sotto forma di prestiti. A ricevere la parte più consistente sarebbero Italia e Spagna, i paesi più colpiti dalla pandemia. Questi fondi dovrebbero essere raccolti sui mercati finanziari dalla Commissione attraverso l’emissione di debito, che sarebbe garantito dai contributi dei paesi membri al bilancio europeo. Per ripagarlo la Commissione prevede di introdurre imposte europee sulle emissioni di gas serra, sulla plastica non riciclata e sui profitti delle aziende di internet.

Fronti contrapposti
La proposta di mettere a disposizione 500 miliardi di finanziamenti a fondo perduto raccolti attraverso l’emissione di titoli europei era stata avanzata il 18 maggio da Germania e Francia. Dopo due mesi di esitazioni, Berlino era così venuta incontro alle richieste dei paesi dell’Europa meridionale, che oltre a essere stati duramente colpiti dalla pandemia hanno anche una situazione finanziaria più difficile rispetto al resto d’Europa. L’idea però era stata subito contestata da Austria, Danimarca, Svezia e Paesi Bassi, che preferirebbero un pacchetto di dimensioni minori e composto di soli prestiti.

La trattativa si sovrappone inoltre a quella per l’approvazione del bilancio dell’Unione per il periodo 2021-2027, che si era già arenata a febbraio. La Commissione ha proposto di espandere il bilancio fino a 1.100 miliardi di euro, portando così i fondi complessivamente disponibili per i piani di rilancio a 1.850 miliardi di euro. La proposta però ha suscitato l’opposizione dei paesi dell’Europa centrorientale, in particolare quelli del gruppo di Visegrád (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia), che finora sono stati i principali beneficiari dei fondi europei e temono che il riorientamento del bilancio possa sfavorirli. Inoltre sono preoccupati dal fatto che la Commissione vuole accordare la priorità alla transizione energetica e agli investimenti verdi, dato che i combustibili fossili hanno ancora un ruolo molto importante nella loro economia.

A questi due gruppi si sono aggiunti più di recente anche l’Estonia e la Finlandia. In totale, quindi, i paesi che si oppongono al recovery fund sono dieci su 27. Ma anche se al vertice del 19 giugno i due fronti sono rimasti apparentemente fermi sulle loro posizioni, ci sono diversi motivi per pensare che il piano sarà approvato entro la fine di luglio.

L’opposizione al recovery fund potrebbe essere soprattutto una carta da giocare nella partita sul bilancio

La principale obiezione dei cosiddetti paesi frugali, quella che riguarda i finanziamenti a fondo perduto, non sembra poter essere accolta. Se gli aiuti ai paesi dell’Europa meridionale fossero concessi in forma di prestiti, finirebbero per gravare sul loro debito pubblico, già molto elevato. Nel caso in cui una nuova ondata di contagi dovesse provocare un altro shock economico, ci sarebbe il rischio concreto di un’altra crisi del debito, che metterebbe nuovamente in discussione la sopravvivenza dell’euro.

L’opposizione al recovery fund potrebbe essere soprattutto una carta da giocare nell’altra partita, quella sul bilancio. I quattro paesi, che sono tra i maggiori contribuenti netti, sono infatti interessati a conservare le esenzioni dai contributi europei di cui godono attualmente. Dopo il vertice il presidente del Consiglio Michel ha dichiarato che gli aspetti principali del recovery fund non sono negoziabili, ma ha lasciato la porta aperta a una possibile revisione del bilancio. Inoltre ci sono altre concessioni che potrebbero essere usate per ammorbidire la posizione dei paesi frugali. L’Austria, per esempio, potrebbe cedere in cambio dell’autorizzazione ad abbassare l’Iva sulla ristorazione nell’ambito delle misure di rilancio. Anche i paesi del gruppo di Visegrád sembrano intenzionati soprattutto a usare il sì al recovery fund come moneta di scambio. Una garanzia sul mantenimento dei fondi di coesione e un’estensione del fondo di transizione equa, che dovrebbe compensare l’impatto della decarbonizzazione, potrebbero essere sufficienti a convincerli.

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In ogni caso la trattativa non potrà andare avanti a lungo. In estate i leader europei dovranno cominciare a concentrarsi su un negoziato ancora più spinoso, quello sull’accordo che regolerà i rapporti tra l’Unione e il Regno Unito dopo il 31 dicembre, quando il periodo di transizione post-Brexit si concluderà. Le trattative sono a un punto morto e il governo britannico ha confermato che non chiederà una proroga. Il negoziatore europeo Michael Barnier ha avvertito che un eventuale accordo dovrà essere raggiunto entro la fine di ottobre per dare al parlamento europeo il tempo di ratificarlo. Se un compromesso non sarà trovato, le conseguenze saranno dure soprattutto per il Regno Unito, ma anche l’Europa ha tutto l’interesse a evitare un altro colpo alle possibilità di una ripresa rapida.

C’è anche un altro fattore che potrebbe facilitare i negoziati e favorire un compromesso. Il 1 luglio la Germania assumerà la presidenza del Consiglio dell’Unione europea, e potrà stabilire l’ordine del giorno dei vertici e gestire incontri e discussioni. La cancelliera Angela Merkel ha un rapporto personale molto stretto con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, che appartiene al suo stesso partito ed è stata ministra della difesa nel suo governo. Merkel puntava molto sul semestre di presidenza tedesco, che avrebbe dovuto cementare la sua eredità politica in Europa prima del suo ritiro e cancellare le polemiche sulla sua gestione della crisi del debito. La pandemia ha stravolto il programma che aveva in mente, ma le ha dato l’opportunità di farsi ricordare per aver contribuito a superare una crisi ancora più grave.