22 gennaio 2021 15:22
  • La seconda ondata dell’epidemia in Africa ha portato il tasso di letalità al 2,5 per cento rispetto a una media mondiale del 2,2 per cento, ha dichiarato il 21 gennaio John Nkengasong, direttore del Centro di controllo e di prevenzione delle malattie dell’Unione africana (Africa-Cdc). A dicembre il tasso dei contagi nel continente è aumentato del 14 per cento settimanalmente. Con 3,3 milioni di casi registrati dall’inizio dell’epidemia e quasi 82mila morti l’Africa resta ufficialmente uno dei continenti più risparmiati dal virus, scrive Le Monde, “ma l’aumento del tasso di letalità segna una rottura con la prima ondata, durante la quale il continente era rimasto sotto la media mondiale: ‘Siamo di fronte a una ripresa, come è caratteristico della seconda ondata, e dobbiamo combatterla con tutte nostre le forze’, ha aggiunto Nkengasong. Attualmente sono 21 i paesi dell’Ua con tassi di letalità superiori alla media mondiale e tra loro spiccano la Repubblica araba sahrawi democratica (11,8 per cento), il Sudan (6,2 per cento), l’Egitto (5,5 per cento) la Liberia (4,4 per cento). I sistemi sanitari sono sotto pressione, e la progressione dell’epidemia sopravanza la capacità di medici e infermieri di prendersi carico dei pazienti, ha spiegato Nkengasong, sottolineando che c’è carenza di ossigeno negli ospedali. L’Unione africana ha ordinato 270 milioni di dosi di vaccini per il continente in più rispetto a quelli che dovranno essere consegnati attraverso l’iniziativa Covax sostenuta dall’Organizzazione mondiale della sanità per favorire un accesso equo ai vaccini. Inoltre sarebbero in corso delle trattative per avere dosi supplementari dalla Russia e dalla Cina”.
  • Matshidiso Moeti, direttrice regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità per l’Africa, ha dichiarato che l’agenzia ha in programma di fornire 600 milioni di dosi di vaccini anti covid-19 al continente africano entro la fine dell’anno. La consegna sarà organizzata tramite lo schema Covax e l’arrivo delle prime 30 milioni di dosi è previsto entro marzo, ha affermato Moeti. “Entro la fine dell’anno, il programma dovrebbe coprire circa il 20 per cento della popolazione nei paesi africani, sulla base di due dosi a persona” ha aggiunto.
  • In Italia le infezioni da covid-19 di origine professionale denunciate all’Inail fino al 31 dicembre 2020 erano 131.090, pari al 23,7 per cento delle denunce di infortunio pervenute all’istituto nel 2020 e al 6,2 per cento dei contagiati totali comunicati dall’Istituto superiore di sanità (Iss). Prendendo in esame tutte le categorie di lavoro le donne contagiate sono sette su dieci e salgono a otto su dieci quando si tratta delle comunità straniere, che hanno registrato il 14,3 per cento dei casi, mentre l’85,7 per cento delle denunce riguarda lavoratrici e lavoratori italiani. Il 68,8 per cento dei contagi e il 25,2 per cento dei decessi sono stati registrati nel settore della sanità e dell’assistenza sociale; nell’amministrazione pubblica (enti preposti alla sanità, amministrazioni regionali, provinciali e comunali) ricade il 9,1 per cento delle infezioni denunciate e il 10,7 per cento dei decessi. Le denunce sono state di più al nord, anche se le province meridionali di Vibo Valentia, Oristano e Sud Sardegna hanno registrato i maggiori incrementi percentuali rispetto alla rilevazione di novembre. Sono alcuni dei dati contenuti nel 12º report nazionale sui contagi da covid-19 nei posti di lavoro elaborato dalla Consulenza statistico attuariale dell’Inail e pubblicato il 22 gennaio, da cui emerge un incremento di 26.762 casi (+25,7 per cento) rispetto al monitoraggio chiuso il 30 novembre, con 16.991 contagi a dicembre, 7.901 a novembre e 1.599 a ottobre, complice, scrive l’Inail, la seconda ondata dell’epidemia, che ha avuto un impatto più intenso della prima anche in ambito lavorativo.
  • Il governo indiano ha annunciato il 22 gennaio di aver vaccinato un totale di 1.043.534 operatori sanitari durante la prima fase di una campagna di vaccinazione a livello nazionale cominciata il 16 gennaio. L’esecutivo prevede di vaccinare dieci milioni di operatori sanitari nella prima fase del suo programma, seguiti da 20 milioni di lavoratori, prima di passare alla seconda fase di vaccinazione di 270 milioni di persone di età superiore ai 50 anni o sotto i 50 che presentino patologie.
  • Dal 24 gennaio, per entrare in Francia da altri paesi dell’Unione europea bisognerà presentare un test negativo al coronavirus effettuato tre giorni prima dell’ingresso. Le nuove regole non si applicheranno ai “viaggi essenziali” né alle persone che quotidianamente attraversano il confine per lavorare in Francia, né a coloro che lavorano nei trasporti. Il comunicato ha anche ribadito la precedente decisione della Francia di imporre misure più severe per i viaggiatori provenienti da paesi esterni all’area Schengen (incluso il Regno Unito), che oltre a dover presentare un test negativo, devono mettersi in quarantena per sette giorni ed essere nuovamente sottoposti a test alla fine dell’isolamento.
  • Nel centro ospedaliero di Compiègne, vicino a Parigi, sono saliti a 172 contagi tra i pazienti e a 70 casi quelli tra il personale. Sono in corso le ricerche per capire se ci siano casi riconducibili a una nuova e ancora sconosciuta variante del virus.
  • Nonostante le difficoltà con la distribuzione e la somministrazione dei vaccini, gli Stati Uniti “possono e devono” vaccinare il 70-85 per cento degli adulti statunitensi entro la fine dell’estate, ha dichiarato il 21 gennaio l’immunologo Anthony Fauci, aggiungendo però che “al ritmo attuale delle vaccinazioni, quella soglia non sarà raggiunta fino al febbraio 2022”.
  • Il 22 gennaio la Danimarca ha dichiarato di aver sospeso tutti i voli dagli Emirati Arabi Uniti per cinque giorni, perché le autorità danesi sospettano che i test prima del volo effettuai a Dubai possano non essere affidabili. In Danimarca sono state somministrate finora 185. 777 dosi di vaccino, a fronte di 6.346 nuovi contagi registrati tra il 15 e il 21 gennaio.
  • L’Ungheria ha approvato l’uso di emergenza del vaccino russo Sputnik V e ne ha annunciato l’acquisto, nonostante il farmaco non abbia ancora ricevuto l’approvazione dell’autorità del farmaco dell’Unione europea, di cui l’Ungheria fa parte. L’annuncio è arrivato dal ministro degli esteri Peter Szijjarto che però non ha fornito dettagli in merito all’accordo con Mosca. Secondo la rete televisiva statale Mtv sarà necessario il parere dell’istituto nazionale della sanità pubblica prima di cominciare a distribuire il farmaco russo nel paese. Le autorità ungheresi hanno anche dato il via libera all’uso di emergenza del vaccino Oxford-AstraZenca, anch’esso in attesa del parere dell’Agenzia europea del farmaco.
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  • Su 457 articoli che citano studi preliminari sul covid-19, disponibili sui siti che pubblicano preprint, prestampa, come medRxiv e bioRxiv, solo il 58 per cento li ha inquadrati in un “contesto di incertezza”, per esempio specificando che il lavoro non era ancora stato sottoposto a revisione paritaria (peer review), o che si trattava di una ricerca preliminare, o che doveva ancora essere verificata, e il 91 per cento conteneva il link al preprint. Sono i risultati di una ricerca pubblicata il 3 gennaio su Health Communication (e sintetizzata da Science) effettuata da Alice Fleerackers e dai suoi colleghi della Simon Fraser University nei primi quattro mesi del 2020 esaminando le citazioni giornalistiche dei cento studi più ripresi da pubblicazioni come il New York Times, Wired, riviste mediche specialistiche come News Medical, aggregatori di contenuti di altre testate, e The Conversation, molto usato dai ricercatori per comunicare i risultati preliminari dei loro studi e forse non sempre attenti a inquadrarli nel “contesto di incertezza” perché convinti di avere un pubblico scientificamente alfabetizzato. Alexandra Freeman, ricercatrice dell’università di Cambridge, afferma che la pandemia ha messo i giornalisti in un vicolo cieco. Se nessuno avesse riportato i preprint, dice, “non avremmo avuto notizie sul covid-19” per mesi dopo l’inizio della pandemia. La scienza è costruita per muoversi lentamente e in genere sarebbe preferibile attendere la revisione tra pari prima di dare notizia degli studi sui giornali, ma l’urgenza della pandemia ha cambiato le regole, dice Abel Gustafson, ricercatore di scienze della comunicazione all’università di Cincinnati.
  • A oggi non ci sono prove che le nuove varianti del sars-cov-2 siano particolarmente trasmissibili dai bambini, com’è stato suggerito da alcuni, mentre è abbastanza sicuro che siano più trasmissibili dalle persone di tutte le fasce d’età. Per la riapertura delle scuole, scrive Nature, è quindi necessario aumentare la sorveglianza e le pratiche di tracciamento del virus. “Non sappiamo ancora quanto le scuole e i bambini contribuiscano effettivamente alla diffusione”, afferma Catherine Bennett, epidemiologa della Deakin University di Melbourne. Un rapporto di gennaio della Public Health England, un’agenzia governativa per la sanità pubblica, ha rilevato che la variante, diffusa in decine di paesi, non solo si trasmette più facilmente in tutte le fasce d’età, ma i bambini, soprattutto quelli sotto ai dieci anni, hanno circa la metà della probabilità degli adulti di trasmettere la variante. Un quadro simile sta emergendo per un’altra variante a rapida diffusione, rilevata per la prima volta in Sudafrica e nota come 501Y.V2, afferma Richard Lessells, specialista di malattie infettive dell’Università del KwaZulu-Natal a Durban.
  • Viste le informazioni ancora incomplete, Kim Mulholland, pediatra presso il Murdoch Children’s Research Institute di Melbourne, in Australia, mette in guardia da reazioni impulsive sull’aumentata trasmissione delle varianti nei bambini. Il costo della chiusura delle scuole – in termini di perdita di istruzione, esposizione ad abusi e, in alcuni paesi, fine prematura della scuola a favore del lavoro o del matrimonio – possono avere un impatto sociale devastante su un’intera generazione di bambine e bambini. Un rapporto dello scorso ottobre di Save the Children prevedeva che, entro la fine del 2020, mezzo milione di bambini e bambine in più a livello globale sarebbero stati costretti a sposarsi e un milione in più di bambine sarebbe rimasta incinta, come conseguenza indiretta della pandemia.

Ha collaborato Sara Tartamo