31 gennaio 2020 14:34

Massimo Martellotta e Tommaso Colliva sono fuori dalla Triennale di Milano. Per fare l’intervista i due musicisti dei Calibro 35 si sono connessi entrambi a Skype dal telefono, ma devono stare a cento metri di distanza perché altrimenti il ritorno audio disturba la conversazione. Sarebbe difficile trovare una metafora migliore per descrivere il tema al centro del loro settimo album, Momentum, un inno al presente in musica e (poche) parole. Non a caso la band per presentarlo ha usato una frase dello scrittore Albert Camus: “La vera generosità verso il futuro consiste nel donare tutto al presente”.

I Calibro 35 – formati da Massimo Martellotta, Enrico Gabrielli, Fabio Rondanini, Luca Cavina e Tommaso Colliva – hanno costruito la loro fortuna sullo stare in bilico tra passato e presente. Hanno rielaborato le colonne sonore dei film italiani degli anni settanta (Ennio Morricone, Franco Micalizzi, Luis Bacalov e altri) e hanno composto brani strumentali che s’ispiravano a quell’immaginario (a partire da Notte in Bovisa), scritto colonne sonore per film e documentari. Dopo tredici anni di carriera però hanno deciso di dare una sterzata al loro percorso, come in parte già fatto con i precedenti S.P.A.C.E. e Decade. Il 24 gennaio hanno pubblicato Momentum.

Momentum è avventuroso: ci sono i primi due pezzi rap della carriera dei Calibro 35, Stan Lee e Black moon, ci sono loop vocali e una presenza corposa dei sintetizzatori. Ascoltandolo, si nota la volontà dei musicisti di trasformarsi in campionatori in carne e ossa, di diventare un ibrido tra uomo e macchina.

“Per spiegarci questo disco ci siamo dati come punto di riferimento la serie tv Black mirror, la cosa più attuale e distopica che ci è venuta in mente, ma anche libri come Homo deus di Yuval Noah Harari”, dice Tommaso Colliva, che dei Calibro 35 è il fondatore e il produttore, oltre che uno dei compositori. “Alcuni temi del disco sono trasversali, come il contrasto tra la natura e la tecnologia evocato nel pezzo Thunderstorms and data, oppure quello di Death of storytelling: volevamo fare la terza canzone rap dell’album ma alla fine abbiamo deciso di lasciarla strumentale, perché abbiamo pensato che non c’era bisogno di una storia, bastava la musica. Automata invece è una specie di omaggio ai Kraftwerk”, aggiunge Colliva.


“Il disco è nato alla fine del tour di Decade, il nostro lavoro precedente. La prima fase è avvenuta dopo uno scambio di email, come sempre succede quando ci mettiamo al lavoro su un nuovo progetto. Poi siamo entrati in studio, ognuno con le sue composizioni. La finalizzazione si è svolta un anno e mezzo dopo, quando Tommaso ha ripreso tutto in mano. La post produzione ha avuto un ruolo fondamentale stavolta”, spiega Martellotta, che oltre a essere uno dei principali compositori del gruppo suona la chitarra, i sintetizzatori e le tastiere.

“In Momentum sono venute fuori due anime che si erano sentite meno nei lavori precedenti: quella della musica nera, che in realtà ci appartiene da sempre, e quella post rock, che in realtà non era pianificata. Alcuni fan ci hanno fatto notare che a tratti sembriamo i Mogwai o i Tortoise. Ci ha influenzato anche il jazz: per me i The Comet Is Coming sono una delle realtà più interessanti degli ultimi anni, mi ricordano in un certo senso gli Art Ensemble of Chicago”, prosegue Martellotta. “Per registrare Stan Lee invece abbiamo chiamato Illa J, rapper e fratello del leggendario produttore hip hop J Dilla, e abbiamo reso omaggio al famoso fumettista degli albi Marvel. Il brano è nato da un riff di chitarra che avevo in testa da un po’ di tempo. È il primo pezzo rap che facevamo in assoluto, anche se l’hip hop fa parte del nostro dna e la nostra musica è stata campionata da musicisti come Dr. Dre, Jay-Z e Damon Albarn. Abbiamo allargato un po’ il nostro pubblico, anche se alcuni erano spaventati e temevano che ci mettessimo a fare hip hop, come se questa fosse una cosa negativa”, aggiunge.

A questo punto viene naturale chiedere ai Calibro 35: perché in Italia una grossa fetta del pubblico considera il rap un genere di serie b? “Secondo me questo atteggiamento è dovuto all’ignoranza, è una forma di razzismo. Alcune persone quando si confrontano con qualcosa che non parla il loro linguaggio dicono che è troppo semplice, che suona ‘tutto uguale’. Ma è un atteggiamento sbagliato”, risponde Colliva. “Se prendiamo quello che fu scritto sul rock and roll negli anni cinquanta, sul punk negli anni settanta e sull’edm nello scorso decennio capiamo che la storia non è cambiata, anche questi generi furono criticati al grido di ‘Ridateci quello che c’era prima’. Ora succede lo stesso con il rap e la trap. Per questo, quando abbiamo deciso di fare Momentum, non volevamo farci spaventare dal presente, ma provare a interpretarlo pur restando noi stessi”.

L’album regala ascolti sorprendenti, a partire da Glory-fake-nation, il pezzo che apre il disco e ha un andamento quasi trip hop. “Il trip hop negli anni novanta ha portato le colonne sonore dentro alla musica leggera. I Portishead per esempio, quando hanno campionato il compositore argentino Lalo Schifrin in Sour times, hanno suggellato quel matrimonio meglio di chiunque altro. Quindi non mi stupisce che sia venuta fuori un po’ di Bristol in quel pezzo. Anche nel nostro brano Glory-fake-nation c’è un loop: il nostro batterista Fabio Rondanini ha registrato una ragazza che cantava in un ristorante in Mali. Questo incontro tra mondi diversi mi dava una sensazione di straniamento perfetta per aprire l’album”, sottolinea Colliva.


I campionatori però non possono sostituire del tutto i musicisti, spiega Massimo Martellotta. “Noi ci siamo formati con il funk e il jazz, due generi che si basano sul ritmo e la reiterazione. Usare un loop non è un delitto, ma lo stesso suono riprodotto da un musicista in carne e ossa crea la tensione giusta nell’ascoltatore. Se io ascolto una segreteria telefonica mi annoio, ma se quella stessa segreteria viene suonata da qualcuno può diventare musica. Con Momentum volevamo creare magia attraverso la ripetizione. Ed è quello che cercheremo di fare anche quando andremo in tour. Stavolta sul palco torniamo alle origini, saremo solo noi quattro. E riproporremo anche qualche classico del nostro repertorio che non facciamo da un po’”, aggiunge.

Da anni attorno ai Calibro 35 circola un tormentone, ormai è diventato una specie di sketch comico dentro la band: quello legato al regista Quentin Tarantino. “Da tredici anni ogni tanto spunta fuori qualcuno che ci chiede: ‘Ma ci avete mai pensato a fare una colonna sonora per Tarantino? Secondo me sareste perfetti!’. È ovvio che ci piacerebbe, ma la domanda non ha senso. Anche perché di solito lui usa musica di repertorio, a parte quando è riuscito a convincere Morricone a lavorare con lui in The hateful eight”, dice Martellotta.

A proposito di contemporaneità, quali sono le colonne sonore più interessanti degli ultimi anni? “Stanno uscendo molte cose bellissime, ormai non capita quasi mai di vedere un bel film con della brutta musica. Per esempio le musiche di Hildur Guðnadóttir per la miniserie tv Chernobyl sono splendide, così come quelle del compositore islandese Jóhann Jóhannsson, morto purtroppo nel 2018, o quelle di Trent Reznor e Atticus Ross per Watchmen”, dice Colliva. E aggiunge: “È un bel momento per lavorare nella musica. Girano un sacco di idee interessanti”.