(Maurizio Cogliandro per Internazionale)

Fattaccio in via Salaria

(Maurizio Cogliandro per Internazionale)
13 settembre 2019 13:31

Questo articolo è uscito il 29 luglio 2011 nel numero 908 di Internazionale. L’originale era uscito sulla rivista britannica The London Review of Books con il titolo Diary.

Alle tre e dieci squillò il telefono. “Pronto?”, dissi, e la voce rispose: “Sono il signor Calvino”. Era lo scrittore Italo Calvino. Dovevo intervistarlo quel pomeriggio. Ci eravamo appena messi d’accordo su dove incontrarci quando qualcosa di duro mi colpì alla nuca. La stanza cominciò a girare. Ci fu un bagliore. Calvino pensò che fosse caduta la linea.

Rimasi seduto per un po’ sui gradini di marmo che portavano all’appartamento, con la vista offuscata e un gusto di rame in bocca. Ricordo attimi di lucidità, in cui ero consapevole di un dolore bruciante alla testa e del sangue che mi colava sul viso.

Se quel giorno Gilly non fosse tornata a casa prima, forse sarei morto. Verso le sei aprì la porta del nostro appartamento in via Salaria. Le pareti erano coperte di impronte sanguinanti nei punti in cui mi ero appoggiato per non cadere. Un odore pungente impregnava l’aria. Nel bagno in fondo al corridoio Gilly trovò due asciugamani umidi macchiati di sangue. Io ero in cucina, steso a terra con la faccia in giù. Intorno alla mia testa si era formata una pozza di sangue coagulato. In preda al panico, Gilly provò a farmi sedere, ma i miei movimenti erano scoordinati e le mie parole sconnesse. “Era come se parlasse al contrario”, raccontò poi alla polizia.

L’ambulanza ci mise un’eternità ad arrivare. Cadeva una pioggia fredda e i palazzi erano avvolti dalla nebbia. Gli infermieri mi trasportarono giù per le scale ma faticarono a far entrare la barella nel retro dell’ambulanza: uno dei due sportelli si era bloccato. Mentre si affannavano sotto la pioggia scrosciante spuntò Capaldi, il portiere, e indicandomi esclamò: “È andato in overdose! Ecco perché è tutto giallo!”. Sopra di me, spettrale, il suo viso rifletteva la luce bianca e azzurra della sirena, e mi chiesi perché ci tenesse tanto ad accompagnarci in ospedale. Mi sembrò strano all’epoca e continua a sembrarmi strano oggi. Forse voleva aiutare Gilly? Mentre ci addentravamo nell’oscurità, provava a consolarla. “Il signore è una brava persona”.

Mi portarono al Policlinico, un ospedale poco distante, dove però non avevano le apparecchiature per fare una diagnosi sicura. Alla Nuova clinica latina, un prototipo di scanner per la tac fornì delle immagini di sezioni trasversali del mio cervello, rivelando una frattura nella regione posteriore inferiore sinistra (parieto-occipitale) del cranio. La radiografia non mostrava frammenti di osso intorno alla frattura: l’oggetto che mi aveva colpito era probabilmente tondo. Una pietra infilata in un calzino, per esempio. Ma chi avrebbe potuto colpirmi? Nella clinica non erano in grado di operarmi e, quando arrivammo all’ospedale San Giovanni, in via dell’Amba Aradam, ero un caso da neurochirurgia d’urgenza. I medici dell’équipe furono strappati dai loro letti e nelle prime ore del mattino mi operarono. Un gruppo di inservienti vestiti di bianco mi portò via sfrecciando lungo la corsia. “Stai ferma!”, urlarono a Gilly, “Resta dove sei!”. Il portiere nel frattempo era tornato al 115 di via Salaria. Calvino mi aveva aspettato nel luogo del nostro appuntamento, poi se n’era andato.

L’intervento per rimuovere il mio ematoma epidurale acuto durò due ore. La prognosi era grave: rischiavo il coma. Dissero a Gilly di togliersi le scarpe per non disturbare gli altri pazienti. Quando l’ematoma fu drenato, mi ritrovai con un buco nel cranio grosso come un mandarino.

La mattina seguente ripresi conoscenza davanti a un bagno del sesto piano dell’ospedale. “Temo che tu esca da un intervento neurochirurgico urgente”. Misi a fuoco il viso, sfocato ma familiare, di Gilly. Le chiesi: “Cosa ho fatto?”. Poi persi di nuovo conoscenza. Quando mi svegliai il giorno seguente vidi un cartello in fondo al corridoio con la scritta traumatologia cranica. Ero steso su un letto, in corridoio (nel reparto non c’era posto). Un gruppo di suore mi frusciò accanto, ognuna con una caraffa di vino bianco in mano. Quindi ero in paradiso. O forse in un film di Fellini (poi scoprii che in realtà le caraffe contenevano urina). L’ospedale si trovava accanto alla basilica di San Giovanni. Suore, preti e assistenti sociali prestavano servizio come paramedici perché mancavano le infermiere professioniste. Urlai per il dolore quando mi tolsero un catetere: “Madonna!”. Perché avevo bestemmiato in italiano?

Rimasi due settimane nel reparto di neurochirurgia. Avevo un dolore atroce alla testa e il braccio destro pieno di grossi lividi blu e neri, nei punti dove le sorelle della misericordia avevano iniettato gli antidolorifici. Insieme a me nel reparto c’erano persone sopravvissute a incidenti di moto, malati di tumore al cervello e vittime di aggressioni. Un giovane tunisino di nome Mustah era stato colpito con un martello. Una grossa cicatrice, simile a un binario, gli attraversava la tempia destra. Nel suo delirio postraumatico, era convinto che delle replicanti avessero preso il posto della madre e della sorella. “Ho paura di nessuno!”, gridava alla suore nel suo italiano stentato.

Ogni giorno passava il neurochirurgo – aveva un nome bizzarro, professor Milza – con un seguito di praticanti in camice bianco. Esaminando il grafico attaccato al letto, Milza mi chiedeva: “E come sta oggi il nostro inglese?”. Per misurare il mio livello di coscienza mi faceva delle domande, senza molto successo. “Lei sa perché si trova qui?”, mi chiedeva in inglese.

Ero indeciso a riguardo. “Sono caduto, oppure ho ricevuto un colpo”.

“Molto interessante. Ora guardi l’orologio appeso al muro, lì. Sa dirmi che ore sono?”.

“Le tre?”.

“Sono le sei. Ora le spiacerebbe toccarsi il naso con la mano sinistra?”.

“Ci provo”.

Ogni volta che sbagliavo le moltiplicazioni i medici si scambiavano occhiate nervose. Passarono ai giorni della settimana, questa volta in italiano. Risposi senza troppe difficoltà: il mio italiano era diventato inspiegabilmente impeccabile. “Davvero notevole”, disse il professor Milza, alzando un sopracciglio. “Non è proprio il metodo Berlitz, ma una botta in testa può fare miracoli”.

A quanto pare il cervello può riconfigurarsi in modi molto singolari, alterando i circuiti neurali già fissati nel feto. A volte, durante questa riconfigurazione, si verifica un piccolo errore. La sensazione provata da lord Nelson – che le sue dita inesistenti fossero premute contro il palmo della sua mano inesistente – lo spinse a credere nell’aldilà. Se un braccio può sopravvivere a un’amputazione, pensò, allora una persona intera può sopravvivere all’annientamento del corpo. Le connessioni neurali di Nelson cercavano di rendere conto del dolore provocato dalla ferita, ma il circuito era andato in tilt.

(Maurizio Cogliandro per Internazionale)

Ero ricoverato da una settimana quando si ruppe l’aria condizionata. Nel reparto si soffocava, e una suora propose di farmi riposare sul tetto durante il giorno. Sistemarono una specie di letto sul terrazzo che dava su San Giovanni, con le sue statue di Cristo e del Battista. Sulla chiesa aleggiava una fredda luce invernale e sprazzi di foschia si alzavano dalle statue. Me ne stavo sdraiato a letto, avvolto nel mio impermea-bile, e provavo a dormire. Sul tetto c’era una rete metallica per impedire ai pazienti di buttarsi (nel novembre del 2010 il regista Mario Monicelli si è suicidato gettandosi dal quinto piano dell’ospedale). Un giorno Gilly salì sul tetto con una storia incredibile: un gruppo di pazienti era fuggito in pigiama verso l’obelisco egizio che si trova al centro di piazza San Giovanni. Sembrava una scena di Qualcuno volò sul nido del cuculo. Alcuni erano perfino riusciti a saltare su un autobus. Un paio di giorni dopo la suora del reparto mi disse che ero “clinicamente guarito”. Gilly venne a prendermi, perché non riu-scivo ancora a camminare da solo. Salii barcollando su un taxi, che ci portò in via Salaria.

Alla fine della mia prima settimana di convalescenza, incredibilmente, nevicò. La prima volta a Roma dopo dieci anni. Nevicava ancora quando trovai, infilata dietro un armadio, una radiografia cranica del precedente inquilino dell’appartamento. Si era fratturato il cranio. Anche lui era inglese. Anche lui aveva sviluppato un ematoma.

Tutto questo succedeva nel 1983. Nell’autunno del 2009 ho cominciato a soffrire di forti mal di testa. I normali analgesici non mi facevano nulla. Il mio medico di base mi ha spedito al National hospital for neurology and neurosurgery di Londra. La mia testa era costellata di elettrodi mentre rotoli di carta millimetrata registravano la frenetica attività delle mie cellule cerebrali. Le rilevazioni erano normali. In linguaggio medico, sembravo “neurologicamente integro”.

Il ritorno
Ho deciso che era arrivato il momento di tornare a Roma per fare un po’ di ricerche. Cos’era successo davvero? Prima di provare a rintracciare il neurochirurgo, sono tornato sul luogo dell’incidente.

Via Salaria è una strada di palazzi ottocenteschi ampia e ariosa, poco distante dalla stazione Termini. Un tempo dev’essere stata una via elegante, ma oggi è piena di bar e brutti negozi. Giorno e notte la stazione è gremita di magnaccia, borseggiatori, immigrati e senzatetto. Il mio aggressore era arrivato da qui, o ero semplicemente svenuto battendo la testa? Era domenica e via Salaria era quasi vuota. Al numero 115 ho trovato – e la cosa mi ha sorpreso – una targa d’ottone con il cognome “Capaldi”. Ho premuto il campanello e l’ho sentito risuonare all’interno, in lontananza. Alla fine una voce diffidente ha risposto al citofono. Ho spiegato cosa cercavo. “Sì”, ha detto la voce, “sono Nina Capaldi”.

Ho superato la portineria e sono entrato in un grande cortile interno, con le finestre dalle persiane verdi e i panni stesi ad asciugare. Nina mi stava aspettando accanto a una delle due vasche ornamentali. Bassa e di costituzione robusta, sulla sessantina, aveva gli occhi azzurri, un viso largo e pallido e i capelli tinti di un artificiale biondo scuro. “Non è cambiato molto da quando lei è partito”, mi ha detto, con un mezzo sorriso. Mi ha aperto la porta con sollecitudine e le sono passato accanto, entrando in un atrio buio con una gabbia dell’ascensore d’altri tempi. A quella vista mi è tornata in mente Gilly e quella sua aria così incredibilmente inglese, con le perle e le giacche a fiori. All’epoca avevamo passeggiato lungo il Tevere e bevuto Campari a piazza Navona.

Nelle scale c’era odore di fritto. Abbiamo preso l’ascensore fino all’appartamento 18. La signora Capaldi ha aperto la porta e l’ho seguita in un ingresso buio. Era come se non fossi mai partito: lo stesso odore di sigaretta e di vecchio tappeto polveroso, la stessa stuoia color lampone in corridoio, le stesse pareti giallo senape.

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L’attuale proprietario era via per il week-end. Sono andato in salotto. Sul tavolo c’era un posacenere vuoto ma sporco. Il telefono era ancora appeso al muro, accanto alla porta d’ingresso. Mi sono visto, ventitreenne, impegnato a parlare con Italo Calvino. Indossavo dei pantaloni di lana blu e una camicia bianca.

“Sì, un’intervista si può fare”, stava dicendo Calvino. “A lei a che ora farebbe comodo?”.

“Verso le cinque?”.

“Benissimo. Possiamo incontrarci al caffè Giolitti. Lo conosce?”.

“Credo di sì. È vicino al Pantheon?”.

“Sì, vicino al Pantheon. Scusi, come ha detto che si chiama?”.

Stavo per rispondere quando la linea fu disturbata da una coppia che litigava. “Temo ci sia un’interferenza con un’altra telefonata”, disse Calvino. Quel groviglio di conversazioni mi sembrò calzante: la narrativa di Calvino è pervasa da interferenze.

Quasi trent’anni dopo, l’appartamento aveva qualcosa di lugubre. La cucina era diversa. Le stanze in genere sembrano più grandi quando non sono illuminate, ma la cucina pareva essersi rimpicciolita dall’ultima volta che ero stato lì. Le piastrelle blu scuro non erano cambiate. La signora Capaldi stava sulle sue: sosteneva di non ricordare nulla dell’incidente. “Sta dicendo che qualcuno sarebbe entrato qui e l’avrebbe colpita?”, mi ha chiesto.

“È quello che disse la polizia. O, meglio, non esclusero questa possibilità. Lei che ne pensa?”.

“Potrebbe essere scivolato”, ha risposto alzando le spalle. “O magari essere svenuto. Oppure potrebbe aver immaginato tutto! Troppe cose potrebbero essere successe”. Il portone del palazzo era aperto? “La gente non lascia i portoni aperti”, ha risposto la signora Capaldi. “Soprattutto non in un quartiere come questo, vicino alla stazione”. Poteva essere stato qualcuno che abitava nel palazzo? La signora non si è sbottonata. “Guardi, io c’ero il giorno del suo… incidente. Lavoravo qui. E le posso assicurare che non ho sentito né visto nulla”.

Ho annuito, senza rispondere. Nell’ingresso, accanto al telefono, avevo notato un tavolino basso con il piano in marmo e gli angoli appuntiti. Avevo forse battuto la testa lì? Quel giorno a pranzo avevo bevuto mezza bottiglia di vino bianco con Gilly, seguita da una grappa. L’alcol entra in gioco in almeno metà dei casi di trauma cranico. Non so nemmeno cosa abbia pensato davvero Gilly dell’accaduto. Non la vedo più. So che è una creatrice di cappelli, nient’altro. I ricordi di Roma hanno cominciato a girarmi in mente. Gilly con un sacchetto pieno di pesche. Gilly sul suo motorino.

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Ho chiesto alla portiera informazioni sull’altro inglese che aveva vissuto nell’appartamento e di cui avevo trovato la radiografia. “Lo sa che anche lui ha avuto un incidente qui?”.

“Davvero?”, ha risposto. “Non lo sapevo. È per questo che è tornato?”. Quell’inglese era venuto in Italia per fare delle ricerche sulle antiche vie del sale romane, tra cui la Salaria. Pensavo fosse morto quindici anni fa in Inghilterra, e invece la signora Capaldi mi stava dicendo che era “sparito” a Roma. Che voleva dire?

“Si sono perse le sue tracce. Gliel’ho appena detto, è sparito”.

“Davvero?”.

“Non le chiedo di credermi. Lei è libero di pensare quello che vuole”.

“Lo conosceva bene?”.

“Abbastanza bene. Lei gli somiglia”, ha aggiunto. “Potevate essere fratelli!”.

Mentre mi dirigevo verso l’uscita del palazzo con la signora Capaldi abbiamo visto suo marito, Gianni, sulla porta del loro appartamento. Teneva in braccio un neonato. “La nostra nipotina”, ha detto Nina, indicando la bimba con un sorriso fugace. Il signor Capaldi ha scosso la testa quando gli ho chiesto cosa ricordasse della mia ferita. “Ma era nell’ambulanza con me”, ho protestato. “Ambulanza?”, ha risposto, alzando le spalle con fare teatrale. “Quale ambulanza?”. Era incredibile. Come potevano lui e la moglie non ricordare? Quel giorno l’appartamento sembrava la scena di un delitto.

Cortesia d’altri tempi
Quella sera, tardi, il telefono della mia stanza d’albergo ha squillato. Con mio grande stupore, era il chirurgo: gli avevo lasciato un messaggio all’ospedale San Giovanni. Il suo studio era al terzo piano di un anonimo palazzo dietro via Appia Nuova. Ho suonato il campanello. Poco dopo è apparso un viso sorridente sotto una testa calva. “Ah, signor Thomson”, ha esclamato con entusiasmo, tendendo la mano. Milza era un uomo di una cortesia d’altri tempi. Mi ha raccontato che non lavorava più all’ospedale San Giovanni da otto anni.

Gli ho mostrato una copia del referto chirurgico che aveva redatto nel gennaio del 1984. Dopo essersi tolto gli occhiali, si è messo a esaminare il documento scritto a mano, scorrendo le pagine con la punta del dito. Poi ha alzato lo sguardo e ha detto: “La sua ferita era così grave che aveva causato la rottura della vena del seno trasverso alla base del cranio”. Questa vena riceve sangue da tutto il cervello. La sua rottura può provocare un accumulo pericolosamente lento di sangue nella cavità cerebrale. Negli intervalli di lucidità capita che la persona si comporti come se non le fosse accaduto nulla di potenzialmente fatale. “Intanto, però, il sangue continua ad accumularsi”. Nel marzo del 2009 l’attrice Natasha Richardson è morta in seguito a un trauma cranico apparentemente lieve, riportato dopo una caduta su una pista da sci in Canada. All’inizio sembrava non essersi fatta nulla, poi ha sviluppato un ematoma. Sono intervenuti tardi ed è morta prima di arrivare in ospedale.

“Dato che l’osso del cranio era fratturato nella parte posteriore”, ha ripreso Milza, “possiamo dedurne che è stato colpito da dietro. Oppure che è scivolato”.

“Secondo lei, cosa è più probabile?”.

“Capisco la sua curiosità, ma temo di non poter rispondere a questa domanda”. Avevo sanguinato dall’orecchio sinistro e questo, mi ha spiegato Milza, era una conseguenza tipica di certe fratture craniche provocate da un colpo. “Immaginiamo per un attimo che lei sia stato effettivamente colpito. Ci sarebbe dovuta essere un’arma. La polizia ha trovato qualcosa? Ha arrestato qualcuno?”. Non avevano arrestato nessuno e non era stata trovata nessuna arma.

“Allora i risultati della sua indagine rischiano di non essere molto incoraggianti”, ha osservato con voce piatta.

Durante la sua carriera Milza aveva visto ogni genere di disturbi neurologici. Una delle sue pazienti aveva cominciato a parlare con “un accento diverso” dopo un intervento. Le aree del cervello che controllano la parola, il movimento della lingua e l’intonazione erano state danneggiate, e di conseguenza la sua voce “sembrava cinese”. Un altro paziente era stato colpito dalla sindrome della mano aliena. Una delle mani agiva in modo autonomo: “La mano sinistra chiudeva un cassetto appena quella destra lo apriva, oppure slacciava dei bottoni che la destra aveva appena allacciato”. Prima della mia operazione avevo fatto delle avance a un’infermiera nell’ascensore del Policlinico. Un quarto di secolo dopo, ricordo ancora l’imbarazzo di Gilly. La perdita delle inibizioni sessuali è una conseguenza comune dei traumi cranici.

Ero andato “molto vicino alla morte”, ha detto Milza, “a mezzo centimetro”. Oltre il quaranta per cento delle persone con un ematoma epidurale acuto muoiono. Con un sorriso, il professore mi ha accompagnato alla porta. “È stato un vero piacere incontrarla, non mi capita spesso di parlare di cose importanti”. Ha preso la mia mano tra le sue e l’ha stretta con calore.

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Tornando in albergo, ho pensato agli altri pazienti ricoverati con me nel reparto di neurologia. C’era Luigi, un omone calvo con una testa alla Mussolini. Ogni giorno venivano a trovarlo tre donne da Napoli, tre parenti, tutte e tre vestite di nero. In una sorta di parodia dell’adorazione, si prostravano ai piedi del professor Milza e gli offrivano perfino del cibo. Un giorno, però, intorno al letto di Luigi era comparso un paravento.

La mia ultima mossa è stata chiamare il commissariato di via Salaria e chiedere chi si era occupato del mio caso. Mi hanno detto il nome di un poliziotto e, per sicurezza, anche il suo soprannome: Robocop. Robocop era un “poliziotto onesto”, ma era morto due anni prima, a sessantaquattro anni. In pensione.

“Senta, non voglio farle perdere troppo tempo”, ho detto, “ma che lei sappia la polizia era assolutamente certa che non fosse stato un crimine?”.

“Sì, direi proprio di sì”.

“Quindi non c’erano dubbi?”.

“Dubbi? Sarò sincero, signor Thomson. Ho controllato gli archivi. Il caso è stato chiuso per mancanza di prove. Non è stata trovata nessuna prova che si fosse trattato di un atto criminale. E questo è tutto quello che posso dirle”.

Sono tornato un’ultima volta in via Salaria 115. La luce del tardo pomeriggio illuminava il palazzo e le finestre brillavano come piccoli fuochi. A una delle finestre mi è sembrato di vedere il portiere e la moglie che guardavano la strada. Due ferite identiche nello stesso posto: la cosa era decisamente sospetta. L’ipotesi, però, aveva un grosso limite: l’altra radiografia forse era mia.

(Traduzione di Francesca Spinelli)

Questo articolo è uscito il 29 luglio 2011 nel numero 908 di Internazionale. L’originale era uscito sulla rivista britannica The London Review of Books con il titolo Diary.

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