Mio suocero è intimamente razzista, sessista e omofobo. Però è stato abbastanza gentile da offrirmi un lavoro nella sua azienda. In passato ho espresso più volte il mio (rispettoso) dissenso, ma la cosa è diventata stancante vedendolo ogni giorno. Ho cominciato a ignorare i suoi commenti, ma mi sentivo in colpa, perché credo che il silenzio equivalga alla complicità.
Così un giorno, dopo avergli sentito dire qualcosa di particolarmente meschino senza reagire, ho alleviato il mio senso di colpa facendo una donazione a Planned parenthood, un’organizzazione statunitense che si occupa di salute sessuale e riproduttiva. Da allora mando soldi a varie organizzazioni ogni volta che non riesco a oppormi. Sono cifre modeste, ma abbastanza consistenti da mettermi un po’ in difficoltà. Le considero una sorta di punizione per non essere abbastanza coraggiosa o energica da affrontarlo.
La mia domanda è triplice. Primo: dal punto di vista etico, devo rivelargli che le sue parole mi spingono a finanziare organizzazioni che lui non apprezza? Secondo: questa strategia è un metodo eticamente valido per attenuare il mio senso di colpa? Terzo: se non rivelo le donazioni, posso consolarmi con una “vendetta” di cui l’interessato non è a conoscenza? Me lo chiedo da tempo, ma è un segreto che non ho confidato neanche a mio marito, e sono troppo imbarazzata per discuterne con gli amici.–Lettera firmata
Hai tutta la mia solidarietà. Il matrimonio ci unisce a varie persone, oltre al consorte, e a volte questo è un peso (può essere anche un vantaggio: nel tuo caso ti ha procurato un lavoro). Ma tu non sei responsabile delle idee retrograde di tuo suocero, sebbene sia anche il tuo datore di lavoro. E non sei neppure obbligata a ricordargli continuamente che ha torto: hai già provato a correggerlo e non è cambiato niente. Perciò non sei complice di ogni commento intollerante a cui non reagisci apertamente. Hai già chiarito la tua posizione.
Perché, allora, lui continua a farlo? Potresti chiederti se ha cominciato a esprimere le sue opinioni come una sorta di gioco di potere, sperando di provocarti. Se fa commenti sessisti che mettono pesantemente a disagio te e altre donne, potrebbe perfino violare la legge, lo stesso vale per le questioni razziali.
Ma tutto questo depone contro di lui, non contro di te. Non devi farti carico dei suoi errori morali. È triste che tu senta di non poterne parlare con tuo marito. Potresti ripensarci? Vorrei credere che altri componenti della famiglia desiderino condividere con te il compito di provare a far ragionare tuo suocero. Dopotutto, finché non danneggia attivamente neri, donne e persone lgbt, la principale vittima è lui stesso, perché, da un punto di vista etico, le sue idee lo sviliscono.
Non voglio scoraggiarti dal sostenere buone cause, ma non dovresti farlo per autoflagellarti. Non hai fatto nulla di male e non hai nessuna colpa da espiare. E l’idea della vendetta non mi sembra una motivazione particolarmente nobile. Devi dirgli cosa stai facendo? Il motivo per farlo è che senza dubbio lo irriterebbe scoprire che ogni sua parola malevola finanzia le cause a cui è contrario. Ma farglielo sapere non cambierebbe il suo atteggiamento. Io manderei soldi alle cause che sostieni con uno spirito di generosità, lasciando a tuo suocero il ruolo di spirito meschino.
Sono un uomo transgender e nei luoghi pubblici vengo regolarmente scambiato per una donna. Quando io e la mio partner andiamo a mangiare fuori, il cameriere spesso si rivolge a noi chiamandoci “signore”. È fastidioso, ma ho scoperto che è ancora più fastidioso correggere la persona in questione e gestire le inevitabili scuse imbarazzate.
Fondamentalmente, non voglio che il mio genere diventi una grossa questione in pubblico. Mi chiedo però se, nei confronti dei miei concittadini transgender e non conformi al genere, non abbia l’obbligo di prevenire future microaggressioni educando le persone che incontro all’uso di un linguaggio neutro rispetto al genere.–Lettera firmata
Qui le questioni sono due. La prima riguarda lo sforzo di identificare correttamente il genere che le persone presentano in pubblico. I camerieri non colgono gli indizi sulla tua identità di genere che rendi disponibili. Se lo facessi notare, potrebbero diventare più sensibili al tipo di cose che dovrebbero saper riconoscere. Quindi hai buone ragioni per farlo. Tuttavia il peso di questo progetto educativo non dovrebbe ricadere interamente sulle tue spalle. Farlo ogni volta che succede significherebbe fare più del tuo dovere.
La seconda questione è se la soluzione consista nell’usare un linguaggio neutro rispetto al genere. Più in generale: ignorare il genere delle persone in ogni interazione professionale è il modo corretto di comportarsi? Camerieri e altri addetti ai servizi di solito reagiscono ai segnali sociali su cosa desiderano le persone. E nel tuo quartiere potrebbero aver concluso che le coppie di donne che vanno fuori a mangiare spesso sono liete di essere chiamate “signore”. E forse hanno anche concluso che i clienti uomini apprezzano essere salutati come “signori”. Se queste valutazioni sono corrette, allora non sono solo i camerieri che dovrebbero cambiare atteggiamento prima che tutti decidano di adottare un linguaggio neutro rispetto al genere.
Quindi può esistere una tensione tra l’esigenza, nello spazio pubblico, che gli uomini transgender siano riconosciuti come uomini (e le donne transgender come donne) e il desiderio di evitare qualunque riferimento al genere. E il modo di risolvere questa tensione dovrà essere elaborato insieme da tutti noi, qualunque sia la nostra identità o espressione di genere. Per quanto riguarda la risposta pubblica alle persone transgender, stiamo facendo progressi. Ma c’è ancora molta strada da fare.
Mia cugina ha un figlio di tre anni che mostra segni di un possibile disturbo dello sviluppo. Nella nostra famiglia allargata nessuno di noi è medico e tanto meno specialista in autismo, ma siamo tutti consapevoli che la diagnosi precoce è fondamentale per gestire i sintomi. Mia cugina però (come immagino accada spesso) non vuole prendere in considerazione la possibilità che il figlio sia nello spettro autistico.
Così, anche se il bambino parla lentamente, ha una paura eccessiva delle situazioni nuove e agita le braccia quando è sovrastimolato, lei preferisce pensare che il suo comportamento sia nella norma e passerà da solo. Alcuni hanno accennato qualcosa cercando di spingerla con delicatezza a rivolgersi a un medico, ma lei si limita a liquidare la questione.
Non sono certa che una conversazione franca servirebbe a qualcosa, se non a danneggiare in modo permanente il mio rapporto con mia cugina, ma rabbrividisco all’idea che non facendo nulla sto in qualche modo contribuendo a un problema più grande. Secondo me non c’è niente di male nell’andare da un medico, che potrebbe anche dirle che è tutto a posto. Ma è anche vero che, se avesse voluto, probabilmente lo avrebbe già fatto. Cosa posso fare per aiutare questo bambino senza ferire mia cugina?–Lettera firmata
Tua cugina pensa – o in ogni caso spera – che sia tutto a posto. Tu e altri componenti della famiglia avete dei sospetti e pensate che la diagnosi e il trattamento precoci possano dare al bambino prospettive migliori. Ma, come tu stessa suggerisci, solo un esperto può valutare correttamente questo genere di cose. È probabile che tua cugina porti il bambino dal pediatra per le consuete visite di controllo, e forse ha già avuto rassicurazioni sull’argomento (oppure, ipotizzo, potrebbe perfino avere una diagnosi che tiene per sé). Tuttavia ci sono evidenze del fatto che i non specialisti spesso non individuano tempestivamente i disturbi dello spettro autistico. Perciò sì, consultare un esperto potrebbe essere opportuno.
Una questione a cui non accenni è se in famiglia sei tu la persona giusta per trasmettere questo messaggio (e in modo più diretto delle semplici allusioni o dei leggeri incoraggiamenti). Forse sarebbe meglio se arrivasse dai suoi genitori o dai tuoi, oppure dai nonni, se ci sono. Potresti non essere la parente con la maggiore influenza. Ma se lo sei, e hai fatto del tuo meglio per informarti sulla situazione – idealmente consultandoti con degli specialisti – il parente di cui dovresti preoccuparti di più non è la madre, ma suo figlio.
Individuare gli specialisti giusti può essere difficile: ci sono molte controversie sulla diagnosi e la prognosi delle persone con disturbo dello spettro autistico. Ma se sei tanto vicina a tua cugina da temere di incrinare il vostro rapporto, lo sei anche per poterti concretamente interessare alla sua vita e a quella di suo figlio.
La mia reazione in parte può essere dovuta al fatto che ho trascorso buona parte della mia infanzia in Ghana, dove tutti gli adulti di una famiglia allargata si sentono in qualche modo responsabili nei confronti di tutti i bambini (non mancano mai i ficcanaso!). Ma non mi preoccuperei della reazione di tua cugina: quali che siano le abitudini della vostra famiglia, dovrebbe comunque capire che stai agendo per amore.
(Traduzione di Gigi Cavallo)
Il consulente etico è una rubrica del New York Times Magazine su come comportarsi di fronte a un dilemma morale. Qui ci sono tutte le puntate.
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