La statua di Alessandro il Grande a Salonicco, Grecia, il 13 giugno 2019. (Sakis Mitrolidis, Afp)

In Grecia la crisi è alle spalle, ma non in Europa

La statua di Alessandro il Grande a Salonicco, Grecia, il 13 giugno 2019. (Sakis Mitrolidis, Afp)
06 luglio 2019 10:02

È stata un bambino problematico, un adulto malato, un canarino nella miniera di carbone, un segnale d’avvertimento, un esperimento di lungo corso sull’interazione tra economia e politica, che ha portato un pesante costo sociale da pagare. È diventata un simbolo per fautori della Brexit e populisti di destra e ha rivelato alcune delle spaccature più profonde all’interno dell’Unione europea.

Quasi un decennio dopo aver richiesto un piano di salvataggio nel 2010, la Grecia resta una delle questioni più polarizzanti in Europa, e i politici europei traggono lezioni diverse, utili ai loro fini politici, dal modo in cui le istituzioni hanno gestito, o mal gestito, la sua crisi.

Qui in Grecia si sta chiudendo un ciclo, e il paese sta tornando alla stabilità e alla normalità politica. Domenica 7 luglio si terranno le elezioni politiche, le prime dall’uscita, lo scorso anno, dal regime imposto dal piano di salvataggio. Secondo i sondaggi il partito di centrodestra guidato da Kyriakos Mitsotakis, Nuova democrazia, un pilastro dell’establishment pre-salvataggio, dovrebbe sconfiggere il partito populista di sinistra Syriza, guidato dal primo ministro Alexis Tsipras. Syriza è salito al potere nel 2015 chiedendo la fine del duro regime di austerità che la Grecia ha dovuto adottare in cambio del piano di aiuti, ma ha finito per metterlo comunque in pratica, su richiesta dell’Unione europea e degli altri creditori del paese.

Questa apparente tensione, tra sovranità nazionale e unità continentale, è ancora al cuore di buona parte dei dibattiti sulla Grecia in Europa. È una dinamica tanto psicologica quanto politica, e che va oltre gli obblighi finanziari e morali di appartenenza a un’area dotata di una valuta comune. Al cuore della questione ci sono anche altri interrogativi: quanta austerità un paese può accettare prima di crollare, se sia opportuno o meno punire la Grecia e se essere parte dell’Ue (e dell’euro) costituisca un vantaggio o un ostacolo.

Nella retorica di Salvini, finire come la Grecia significa cedere la propria sovranità nazionale

In Italia, per esempio, raramente passa più di qualche giorno senza che Matteo Salvini, il ministro dell’interno populista e di destra, visto da molti come il prossimo leader del paese, dica che l’Italia non vuole “fare la fine della Grecia”. Nella retorica di Salvini finire come la Grecia significa cedere la propria sovranità nazionale ai cattivi dell’Unione europea, che a sua volta imporrebbero un umiliante regime di austerità all’Italia. Il suo partito ha da lungo tempo accarezzato l’idea di uscire dall’euro o persino di creare dei pagherò temporanei (i minibot) come valuta parallela: un’idea che accende, la basa ma che difficilmente si concretizzerà perché è illegale e farebbe crollare la moneta unica.

Sui social network e nelle piazze in cui ha fatto campagna, Salvini cita spesso una figura del passato: Mario Monti, che ha guidato l’Italia all’apice della crisi del debito europea, dal 2011 al 2013, un periodo nel quale il paese ha aumentato l’età pensionabile nel quadro di una riforma previdenziale che l’attuale governo di Roma lavora per riformare. Per gli elettori di Salvini, il semplice riferimento a Monti, un tecnocrate non eletto che ha governato l’Italia con la benedizione di Bruxelles, scatena un senso d’indignazione.

Questo perché in Italia l’adesione all’Unione europea è sempre stata vista come un vincolo esterno, qualcosa che ha obbligato il paese a riordinare la propria casa in attesa dell’introduzione dell’euro e che oggi serve a mantenerla in riga. La percezione generale è che l’Italia farà uno sforzo solo se obbligata a farlo. Il governo Monti incarnava tutto questo, e l’attuale governo populista è salito al potere in risposta a quella che viene percepita come una perdita di sovranità nazionale.

La scorsa estate, quando gli incendi hanno devastato un’area intorno ad Atene, uccidendo 103 persone, Federico Fubini, vicedirettore del quotidiano italiano il Corriere della Sera, ha scritto un editoriale nel quale si chiedeva se i tagli ai servizi pubblici greci avessero potuto rendere gli incendi più difficili da domare. “Non può immaginare quanto quell’articolo è diventato virale. Non credo di aver mai scritto un articolo che ha provocato una reazione così violenta”, mi ha detto Fubini, autore di un nuovo libro Per amor proprio. Perché l’Italia deve smettere di odiare l’Europa (e di vergognarsi di se stessa).

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Alcuni esponenti euroscettici del partito di Salvini, la Lega, hanno citato il suo editoriale come prova del fatto che l’“austerità uccide”, dice Fubini, mentre “i filoeuropei mi hanno attaccato violentemente perché sostengono che i miei dati fossero falsi”. La cosiddetta troika di prestatori di denaro alla Grecia – Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale – è sulla difensiva quando si parla del costo sociale e umano che l’austerità ha imposto alla Grecia in cambio del piano di salvataggio del paese. Dopo la pubblicazione dell’editoriale di Fubini, un alto funzionario della Commissione europea ha scritto una lettera in cui confutava le sue argomentazioni. “Nell’istante in cui ho fornito i dati, l’intera discussione è morta”, mi spiega Fubini. Ma la cosa ha mostrato quanto la questione della Grecia rimanga delicata in Europa.

La gestione da parte dell’Europa della crisi del debito greca è stata inoltre al cuore delle discussioni, nell’ultimo mese, sulla creazione di un bilancio comune europeo per evitare momenti di stress finanziario estremo, una scelta sostenuta dal presidente francese Emmanuel Macron ma alla quale si oppone la Germania. Questo perché in buona parte dell’immaginario popolare e politico tedesco, la Grecia è l’esempio massimo di un paese spendaccione, messo in difficoltà dal suo debito fuori controllo e che necessita di un creditore parsimonioso come la Germania per risolvere i propri problemi. Non dimentichiamoci che per anni, prima della crisi, la Germania ha tratto beneficio dal fatto che la Grecia acquistasse beni tedeschi con il denaro preso in prestito dalle banche tedesche.

Al termine di un comizio del partito Nuova democrazia ad Atene, il 4 luglio 2019. (Louisa Gouliamaki, Afp)

Metà mediterranea e metà nordica, geograficamente e politicamente, la Francia ha un atteggiamento più variegato nei confronti della Grecia, e legato al rapporto di Parigi con la Germania, de facto la potenza dominante in Europa. “Credo che siamo stati molto ambigui”, mi dice l’economista Jean Pisani-Ferry, a proposito della Francia. Parte dell’establishment parigino vede la Francia nello stesso campo della Germania, un paese che presta denaro alla Grecia. Ma al contempo, in Francia c’è stata una maggiore simpatia per le sorti della Grecia durante l’austerità. “La Grecia è una sorta d’immagine amplificata di noi stessi”, mi dice Pisani-Ferry. Alla fine, “c’è una sorta di perenne esitazione tra il doverci sentirci greci oppure sentirci creditori”.

Prima delle elezioni politiche del 2010 e appena un paio d’anni dopo che il Regno Unito aveva concesso miliardi di sterline per salvare le sue banche, facendo così impennare il debito pubblico, David Cameron, allora leader dell’opposizione, aveva messo in guardia contro il fatto che cinque altri anni di governo laburista avrebbero potuto trasformare il Regno Unito in una nuova Grecia. Il paragone è stato perlopiù respinto dagli economisti, ma ha fatto breccia tra gli elettori: la Grecia era diventata sinonimo di caos e crisi, di eccessi di spesa e di instabilità politica. Cameron era poi diventato primo ministro, prendendo le redini di un governo di coalizione la cui politica di spicco era la riduzione delle spese di stato, in base al principio che il paese dovesse avere i conti in ordine.

Questo stesso avvertimento ha continuato a essere usato cinque anni dopo, quando il Partito conservatore di Cameron è salito al potere con la sua prima maggioranza parlamentare in 23 anni. Arrivati i tempi del referendum sull’appartenenza all’Unione europea del 2016, tuttavia, la Grecia rappresentava ormai qualcos’altro. Per il Partito laburista di Jeremy Corbyn e per la sinistra, la parola chiave era “pasokificazione”, in riferimento al Partito socialista greco (Pasok), ovvero la spirale mortale che imbocca il centrosinistra quando sostiene l’austerità, come in Grecia. Per loro l’esempio greco imponeva una lotta all’austerità.

Quando sinistra e destra hanno tratto le rispettive, e diametralmente opposte, conclusioni dall’esempio greco, lo stesso hanno fatto i nuovi schieramenti della politica britannica. Per i sostenitori della Brexit, la Grecia rappresentava un avvertimento per l’umiliazione nazionale che Bruxelles infliggerà a quanti usciranno dalla strada tracciata. Boris Johnson, il probabile prossimo primo ministro, ha avvertito che l’esperienza della Grecia è “una lezione sull’assoluta follia di qualsiasi paese accetti di farsi prevaricare dai negoziatori dell’Ue”.

Anche i sostenitori della permanenza nell’Ue stanno cercando di usare l’esperienza greca come un’arma nella loro stigmatizzazione dei fautori della Brexit, attaccando in particolare l’idea di Johnson e di quanti sono convinti di poter ottenere migliori condizioni con Bruxelles minacciando di uscire dall’Unione senza un accordo. Londra sarà trattata proprio come la Grecia, avvertono.

Fine di un’epoca
Le elezioni greche di domenica 7 luglio, indette anticipatamente da Tsipras dopo il cattivo risultato ottenuto alle elezioni per il parlamento europeo dello scorso maggio, segnano in qualche modo la fine di un’era di politica della crisi. Tsipras e il suo partito Syriza sono saliti al potere tramite un voto di protesta contro i partiti dell’establishment che si erano alternati al potere, con la parentesi di un tecnocrate, da quando la Grecia aveva richiesto il salvataggio nel 2010. Sotto il governo di Syriza la Grecia è uscita dal piano di salvataggio, ma la sua economia ha continuato a soffrire.

Nell’estate calda del 2015, Tsipras ha sfidato i creditori della Grecia con un referendum sul pacchetto di salvataggio e, per un breve momento, si è ricominciato a parlare di un’uscita del paese dall’Ue. Gli elettori greci volevano respingere i termini del salvataggio, ma restare nell’euro. Ma poco dopo Tsipras ha dovuto fare voltafaccia e accettare i termini del piano di salvataggio proposto alla Grecia. Oggi un voto per Nuova democrazia, la vecchia guardia sostenitrice dell’economia di mercato, è a sua volta un voto di protesta contro la gestione dell’economia e del paese da parte di Syriza.

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Per alcuni in Europa, il passaggio di Tsipras dalla sinistra radicale all’ubbidienza alla dottrina dell’austerità europea è un esempio di come i populisti diventino più moderati una volta al potere, sotto la disciplina dei mercati e delle istituzioni europei. Ma “trarre una simile conclusione è pericoloso”, sostiene Catherine Fieschi, direttore esecutivo di Counterpoint, un centro studi britannico. La situazione greca era estrema e peculiare. “Non credo che la stessa situazione sia replicabile in altri paesi”, mi dice Fieschi. In Italia Salvini diventerebbe più moderato solo se la cosa fosse nel suo proprio interesse, non dell’Europa, sostiene.

Mentre altri paesi europei scivolano nel populismo, la Grecia sembra essersi lasciata questa fase alle spalle e appare pronta a tornare all’ordine tradizionale. Anche questa potrebbe essere una lezione da trarre a proposito del paese. Le cose possono cambiare e poi cambiare di nuovo, tornando al punto di partenza.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito su The Atlantic. Leggi la versione originale. © 2019. Tutti i diritti riservati. Distribuito da Tribune Content Agency.

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