Alla vigilia delle elezioni in Nepal, innescate dalla rivolta della generazione Z dello scorso settembre, la parola “cambiamento” domina il dibattito nazionale. Ma per ora non è chiaro quale cambiamento uscirà dalle urne il 5 marzo, e con quale costo istituzionale. Se è vero che le elezioni possono cambiare la leadership di un paese, non necessariamente rinnovano le sue istituzioni, che sono la base di una democrazia.

Il viaggio democratico del Nepal – durato 36 anni, di cui 18 anni come repubblica democratica federale – ha prodotto un’alternanza al potere che però non sempre si è tradotta in un’amministrazione efficiente o in servizi affidabili, due elementi spesso legati alla stabilità di governo. Il risultato è stato un calo di fiducia sempre più evidente nella popolazione verso i partiti che hanno guidato il paese.

Il voto del 5 marzo non riguarderà solo i partiti, ma dipenderà anche da idee diverse di come dovrebbe funzionare una democrazia: veloce e dirompente, attenta alle procedure e riformista o competente e centralizzata? Le tre figure che dominano il dibattito nazionale illustrano alla perfezione queste tre interpretazioni: Balendra Shah, o “Balen”, del nuovo partito Rastriya swatantra (Rsp), è estraneo all’establishment politico del Nepal e rappresenta un simbolo dell’ostilità di parte della popolazione alla politica tradizionale; Gagan Thapa, del Partito del congresso nepalese, è un riformista istituzionale; K.P. Sharma Oli, leader del Partito comunista nepalese (marxista-leninista unificato), è l’ex primo ministro rovesciato dalle rivolte di settembre e un paladino del potere centralizzato.

Considerando la quantità di forze politiche e la frammentazione dell’elettorato, se l’Rsp non dovesse ottenere la maggioranza è difficile che ci riesca un altro partito. Sulla scia della rivolta della generazione Z, il Partito del congresso nepalese ha cercato di avviare un rinnovamento, emarginando la vecchia leadership e nominando Thapa presidente. Nonostante questo, però, Thapa ha scarse possibilità di ottenere una maggioranza non tanto per colpa sua ma perché il partito è diviso e considerato da molti un difensore dello status quo e del clientelismo.

A causa dello spargimento di sangue dell’8 settembre, primo giorno della protesta della generazione Z, Oli è diventato una sorta di nemico pubblico per ampie parti della popolazione. Questo elemento avrà un forte impatto sulle prospettive elettorali del Partito comunista, anche perché l’ex primo ministro si è ostinatamente rifiutato di farsi da parte e cedere la guida del partito.

Equilibrio necessario

Il sistema elettorale del Nepal rende molto probabile uno scenario in cui nessun partito potrà contare sulla maggioranza in parlamento. La formazione di un governo di coalizione è l’esito più probabile. Tuttavia il prossimo primo ministro avrà un ruolo di primo piano nel trovare un equilibrio tra l’attività di governo e le limitazioni dovute alla pressione popolare per un miglioramento rapido e radicale della vita politica, della lotta alla corruzione e dell’economia. È per questo che le elezioni saranno anche un banco di prova per la democrazia nepalese.

L’ascesa politica di Balen Shah, 35 anni, dopo la sua vittoria a sorpresa da indipendente alle elezioni per il sindaco di Kathmandu, nel 2022, è radicata nell’ostilità nei confronti del governo. Un governo di maggioranza guidato da Shah potrebbe avere un buon ritmo politico, ma se non dovesse poggiare su basi istituzionali solide rischierebbe di danneggiare le norme che rendono possibile l’introduzione di riforme durature. Un’attenzione eccessiva alla rapidità e all’efficienza potrebbe inavvertitamente compromettere l’anima democratica dello stato.

Gagan Thapa rappresenta un approccio diverso a una riforma dall’interno delle istituzioni. Dopo gli inizi come attivista studentesco, Thapa è maturato fino a diventare un politico esperto con una profonda conoscenza delle istituzioni. Parla la lingua del pluralismo, della trasparenza e della ristrutturazione economica. In termini democratici, è allineato con un governo basato sul rispetto delle regole.

K.P. Sharma Oli è una “vecchia volpe”. Ha guidato il paese tre volte e in un caso ha potuto contare su una maggioranza che ha sfiorato i due terzi del parlamento. Politico navigato di 74 anni, conosce i meccanismi del governo, la gestione delle coalizioni e gli ingranaggi burocratici. Ma oggi non è certo ricordato per la sua capacità di ottenere dei risultati.

Come si fa la rivoluzione
Nel settembre del 2025 le proteste dei giovani nepalesi contro la vecchia élite corrotta hanno portato in pochi giorni a un governo di transizione scelto da loro

Rispetto ai parametri democratici – stato di diritto, rispetto dei freni istituzionali, libertà di stampa, diritti civili e moderazione nell’attività di governo – i tre maggiori candidati alla poltrona di primo ministro portano con sé fattori di rischio diversi.

Shah incarna il rischio di un aggiramento delle istituzioni alla ricerca della rapidità politica. Durante il suo mandato da sindaco, non è sembrato particolarmente incline alla politica partecipativa. La sua ostinazione nel seguire una comunicazione a senso unico attraverso i social network lo protegge dalle domande scomode. Durante il suo mandato non sono emerse prove di una repressione dei mezzi d’informazione, ma al contempo non è apparso particolarmente tollerante delle critiche su scala nazionale. Lamichhane, leader dell’Rsp, non ha invece esitato ad attaccare i mezzi d’informazione, accusandoli di essere complici dell’establishment politico.

Thapa, invece, rischia di favorire l’inerzia istituzionale e la ricerca della legittimità procedurale. In generale adotta uno stile comunicativo aperto, concedendo interviste e presentandosi come difensore della libertà di stampa. Si affida alla visibilità sui mezzi d’informazione, ma questo stile rischia di sembrare più forma che sostanza. Se dovesse diventare primo ministro, è probabile che lo status quo sarà riaffermato, mantenendo inalterato lo spazio per i mezzi d’informazione.

Oli, infine, rischia di alimentare la tensione istituzionale attraverso il consolidamento dell’esecutivo. I suoi rapporti con la stampa sono stati piuttosto turbolenti, ma ha l’abitudine di concedere spazio ai mezzi d’informazione. Detto questo, le sue conferenze stampa sono spesso a senso unico, come una predica. Il suo mandato è stato caratterizzato dalle tensioni con la stampa e dalla proposta di leggi giudicate da alcuni fortemente restrittive. A volte Oli ha accusato i giornalisti investigativi di essere faziosi. Anche se si affida a una squadra di esperti di social media, non è particolarmente convinto dell’utilità delle piattaforme moderne.

Una lettura semplicistica

A prescindere dalle personalità politiche dei candidati, in Nepal cresce la convinzione che l’incapacità di migliorare le condizioni di vita della popolazione sia dovuta all’assenza di un governo stabile. Questa percezione rischia di alimentare una crisi profonda in cui la “colpa” si sposterebbe dai leader politici all’intero sistema.

La storia recente del Nepal è segnata da governi di breve durata e da coalizioni fragili, con l’assenza di un partito capace di governare da solo e diversi partiti con un numero di seggi sufficiente per unirsi e separarsi a intermittenza, compromettendo l’attività di governo. Di contro, una stabilità ottenuta attraverso un’eccessiva concentrazione dell’autorità può indebolire i sistemi democratici. La stabilità al costo della stagnazione, invece, rischia di alimentare la rabbia della popolazione. La fragilità delle coalizioni può erodere la fiducia della popolazione nella democrazia.

Le proteste della generazione Z non sono state guidate da considerazioni ideologiche, ma dall’esasperazione nei confronti della corruzione, dell’impunità, della gerontocrazia e della sensazione di un paese alla deriva. Tuttavia l’impazienza, da sola, non può portare un rinnovamento democratico, e lo stesso vale per l’esperienza e il rispetto delle regole. Il Nepal deve trovare una nuova miscela di ingredienti per aprirsi una strada verso il futuro.

Oggi c’è la tentazione di inquadrare il voto come una battaglia tra gli insider e gli outsider, tra i giovani e i veterani o tra la riforma e l’establishment. Ma si tratta di una lettura semplicistica. La domanda più rilevante è istituzionale: il Nepal è in grado di riconciliare l’urgenza con la moderazione? Il pericolo per la democrazia non nasce solo da una regressione rapida ed evidente, ma anche da una lenta erosione: quando le istituzioni sono indebolite dalla pressione della convenienza, quando ci si augura una concentrazione del potere e quando le procedure si trasformano in paralisi.

Le elezioni nepalesi non determineranno solo chi governerà il paese, ma indicheranno anche il modo in cui la nazione sceglierà di trovare un equilibrio tra rapidità, autorità e moderazione, definendo la prossima fase del percorso democratico. La forma che assumerà il cambiamento imminente – distruttivo, procedurale o centralizzato – spingerà il Nepal verso il rafforzamento, l’erosione o la mera sopravvivenza della democrazia. La posta in gioco alle urne riguarda questa dinamica molto più di qualsiasi calcolo aritmetico relativo ai seggi. È questo il test democratico che il Nepal affronterà nella giornata elettorale.

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