I nostri lager

06 dicembre 2013 15:24

Questo articolo sarebbe dovuto cominciare così: “Oggi a Parigi la rete Migreurop ha lanciato la versione beta del sito closethecamps.org”. Invece comincerà con un’altra notizia.

Ieri un ragazzo ivoriano trentenne è stato trovato morto nel centre fermé (centro di identificazione ed espulsione belga) di Bruges. Non si conoscono ancora le cause del suo decesso. Viveva in Belgio da dieci anni, aveva una compagna e due figli. Era lì dentro da un mese perché aveva mentito sulla sua identità durante la procedura di richiesta d’asilo. In Europa ci sono centinaia di luoghi di detenzione per stranieri. Erano 473 nel 2012, secondo [Migreurop][1], che oggi, in occasione di una [conferenza][2] organizzata a Parigi con l’[Observatoire de l’enfermement des étrangers][3] e [European Alternatives][4], ha presentato un nuovo progetto: “una banca dati e una cartografia dinamica della detenzione degli stranieri, con lo scopo di promuovere il più possibile l’accesso dalle informazioni sulla detenzione amministrativa e sul suo impatto sulla vita e sui diritti delle persone migranti”. Punto di partenza: la versione beta del sito [closethecamps.org][5].

Per consolarmi di non poter essere a Parigi, ho divorato il libro di Caterina Mazza [La prigione degli stranieri][6] (Ediesse 2013). Quando ho letto il titolo del primo capitolo - “Le origini politiche e la storia dei Centri” - mi sono quasi commossa: finalmente quello che cercavo. Partendo dal 1957, l’autrice spiega bene come il ricorso alla detenzione amministrativa degli stranieri - come la conosciamo oggi - possa essere capito solo alla luce del processo di integrazione europea. La libera circolazione dei cittadini europei si è costruita sulla pelle dei non europei, l’eliminazione delle frontiere interne ha portato al rafforzamento del controllo di quelle esterne, e gli sforzi per impedire l’ingresso degli “illegali” si sono intrecciati a quelli per cacciare chi entra “illegalmente”. Ma “Francia, Germania e Gran Bretagna hanno utilizzato la detenzione amministrativa a fini espulsivi molti decenni prima della costruzione dell’Unione europea”, ricorda Mazza, citando per esempio l’Alien act britannico del 1905, che prendeva di mira gli undesirables, tutti quegli stranieri percepiti come una minaccia alla sicurezza nazionale (“sovversivi, zingari e soprattutto gli ebrei in fuga in seguito ai pogrom”).

Dopo questa introduzione storica il libro offre un quadro completo del sistema attuale dei Cie: chi è detenuto, perché, in che condizioni, per quanto tempo, chi gestisce i centri e come. Su tutti questi punti, l’autrice spiega le differenze principali tra i paesi europei, soffermandosi su Italia, Francia e Gran Bretagna. Leggi e regolamenti interni dei centri sono più o meno aberranti e più o meno rispettati. Le gare di appalto sono più o meno trasparenti, e questo vale sia per i paesi dove gli enti gestori sono pubblici (vedi il caso della Croce rossa italiana e del suo lungo monopolio del settore) che per quelli dove i centri sono gestiti da aziende private (le grandi compagnie di sicurezza private nel caso della Gran Bretagna). E poi c’è la questione dell’accesso, su cui si concentrano da due anni le campagne [Open Access Now][7] e [LasciateCIEntrare][8].

**Nelle sue conclusioni **Caterina Mazza dimostra l’inefficacia dei Cie su tutti i piani tranne che quello simbolico, osservando: “L’approccio securitario all’immigrazione contiene in sé diversi elementi di ambiguità. Esso, in nome della difesa della libertà (dei propri cittadini) attiva misure liberticide (nei confronti degli stranieri); in nome dei principi democratici e del diritto adotta provvedimenti eccezionali e comprime i diritti fondamentali; in nome della lotta all’esclusione avvia una politica incentrata sulla demarcazione sociale e sull’ostracismo di una categoria di individui”.

E se l’autrice considera più realistica la posizione “riformista” di chi auspica una riduzione e un’umanizzazione della detenzione amministrativa degli stranieri, aumentano le voci a favore della chiusura dei Cie e di un ripensamento radicale delle politiche migratorie europee. Intanto è importante continuare a far uscire le voci di chi oggi è detenuto in queste strutture. In Belgio un collettivo si è chiamato proprio così, [Getting the Voice Out][9], e fa un’ottimo lavoro di informazione, raccogliendo e archiviando testimonianze e pubblicandole in francese, neerlandese e inglese. In Italia, invece, è appena uscito [EU 013. L’ultima Frontiera][10], il primo documentario girato nei Cie.


Francesca Spinelli è giornalista e traduttrice. Vive a Bruxelles e collabora con Internazionale. Su Twitter: @ettaspin

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