02 luglio 2010 16:14

Ero andato a trovare un amico quando sua figlia, che va alle elementari, è entrata nella stanza e gli ha chiesto candidamente: “Papà, cos’ha fatto di importante il presidente Mubarak?”. Il mio amico le ha risposto in tono sprezzante: “Niente!”. La bambina ha annuito e se n’è andata, e io e il mio amico abbiamo ripreso a parlare. Ma poco dopo ha cominciato a innervosirsi. Ha chiamato la figlia e le ha chiesto: “Perché mi hai fatto quella domanda sul presidente?”.

E la bambina ha risposto: “È il titolo del tema che devo fare per domani”. “E cosa hai scritto?”. “Ho scritto quello che mi hai detto tu”. Il mio amico si è allarmato e ha cominciato a spiegare alla figlia che doveva scrivere quello che l’insegnante le aveva detto in classe e non quello che pensava suo padre. Ho lasciato casa sua riflettendo su come impariamo a mentire fin dalla più tenera età. Già dall’infanzia impariamo che la verità è una cosa e quello che dobbiamo dire è un’altra. La bambina crescerà, si sposerà, avrà dei figli e insegnerà loro che non serve dire la verità. E che è meglio dire quello che ci eviterà una punizione o ci farà ottenere un premio. Gli egiziani diventano consapevoli molto presto di questo divario tra realtà e apparenza e non lo dimenticano mai. Ultimamente l’episodio della figlia del mio amico mi è tornato in mentre tre volte.

La prima quando in tv ho visto un gruppo di bambini cantare stupide canzoncine adulatorie sul presidente Mubarak, scritte da maestri che si erano assunti il compito di insegnare l’ipocrisia. Poco tempo dopo ho seguito le elezioni al consiglio della shura: i mezzi d’informazione governativi avevano reclutato decine d’intellettuali – giornalisti e professori – con una sola cosa in comune: la loro straordinaria capacità di mentire.

Tutti continuavano a dire che in Egitto le elezioni sono corrette e trasparenti, mentre tutti sanno benissimo che vengono regolarmente truccate in favore del partito di governo. Senza dubbio questi intellettuali hanno imparato molto presto, come la figlia del mio amico, che la verità non deve sempre essere resa pubblica, e che è utile e accettabile mentire per ottenere ricompense e privilegi. Quella stessa settimana Israele ha compiuto un orrendo massacro in acque internazionali, attaccando la Freedom flotilla che voleva rompere il blocco israeliano imposto al milione e mezzo di abitanti di Gaza. Il governo egiziano ha contribuito a questo blocco indegno tenendo chiuso il valico di frontiera di Rafah, per compiacere Israele e gli Stati Uniti (e convincerli così ad accettare più serenamente la successione del figlio di Mubarak, Gamal, alla presidenza). Il fatto strano è che il governo egiziano, dopo aver condannato l‘“uso eccessivo della forza”, ha invitato gli altri paesi del mondo a mettere fine al blocco di Gaza. Che ipocrisia! Come può il regime egiziano chiederne la fine quando partecipa a quel blocco?

Ormai la menzogna fa così parte della nostra vita che quasi tutto quello che vediamo sembra vero ma in realtà non lo è. I nostri politici si vantano delle riforme democratiche che hanno introdotto, ma considerando che Mubarak è al potere da trent’anni, c’è da chiedersi dove sia la democrazia. Dispotismo non significa solo mantenere il monopolio del potere, significa anche privare i cittadini del diritto di scegliere, sottometterli al volere di una sola persona. Questo distrugge la loro autostima e li rende più manipolabili.

Una conseguenza ancora peggiore della dittatura è che disprezza la meritocrazia, preferendo la fedeltà alla competenza e non consentendo alle persone che sarebbero più adatte di svolgere certi compiti. I sostenitori del regime sono ricompensati solo per la loro lealtà, e questo produce ingiustizia e impunità. Così perdiamo gradualmente il nostro senso dell’onore e si crea un profondo divario tra quello che diciamo e quello che facciamo. L’immoralità delle istituzioni contagia tutti gli aspetti della vita, con la conseguenza che in Egitto (e nei paesi arabi, che purtroppo sono tutti autoritari) i cittadini vivono un totale scollamento tra parole e azioni, tra forma e sostanza, tra immagini scintillanti e dolorosa realtà.

Naturalmente non significa che tutti gli egiziani e gli arabi siano bugiardi. In realtà c’è una piccola minoranza di persone eccezionali che cerca di resistere. Ma l’umanità è fragile, e molte persone non riescono a mantenere il senso morale in una società corrotta e in uno stato ingiusto e dispotico. L’onestà, l’innocenza e l’armonia tra parole e gesti non possono esistere alla base della società, separata dal vertice, perché, come dicono i cinesi, il pesce comincia a marcire dalla testa. Gli inviti alla moralità dei singoli individui non sono molto efficaci se non sono accompagnati da una riforma che restituisca ai cittadini il loro naturale diritto a scegliere chi li governa. Una riforma che li renda uguali davanti a una legge giusta e a giudici imparziali e indipendenti. Solo allora la società potrà essere libera dalla menzogna e dall’ipocrisia. E tutti potranno dire quello che pensano e fare quello che dicono. La democrazia è l’unica soluzione.

*Traduzione di Bruna Tortorella.

Internazionale, numero 853, 2 luglio 2010*