24 settembre 2020 14:07

Qualcuno forse si sarà chiesto perché il quarantesimo anniversario della morte di Bill Evans, avvenuta il 15 settembre 1980, è stato ricordato in tutto il mondo con una certa accorata commozione. I motivi potrebbero essere molti. Il suo nome richiama immediatamente l’immagine di un jazz che sentiamo moderno, vicino, e nello stesso tempo circondato da un’aura di ineffabile classicità. In altre parole: il modo di suonare il piano di Bill Evans ci dice sempre qualcosa di nuovo e insieme ci ripete tutto quanto il jazz aveva detto fino al momento della comparsa del pianista sulla scena musicale, a New York, al principio degli anni cinquanta. Ovvero? Il suono brillante che rimandava alla lezione di maestri degli anni trenta come Teddy Wilson, ma anche alla franca eloquenza di un Nat King Cole; e poi l’ammirazione per il fraseggio bebop di Bud Powell, cioè quanto di più seducente stava accadendo intorno a lui; insieme, si capisce, alla passione tutta cerebrale di Lennie Tristano. Oppure la ragione è da ricercare nella sua prematura scomparsa: a cinquantun anni, mentre tutta la generazione venuta dopo il suo debutto, da Herbie Hancock a McCoy Tyner, da Chick Corea a Keith Jarrett, stava ancora indagando la sua lezione fatta di urgente espressività e meditabondo intimismo.

Al suo apparire, Bill Evans prese la formula del trio con batteria e contrabbasso – già istituzionalizzata da Earl Hines, Erroll Garner e Oscar Peterson – e le diede una sonorità nuova, che aveva il sapore del passaggio epocale, della crisi, non più la celebrazione del virtuosismo. Il trio di Bill Evans con Paul Motian e Scott LaFaro, quando cominciò a girare sul piatto dei giradischi, o a esibirsi sul palco del Village Vanguard di New York, fece alle orecchie del pubblico lo stesso effetto delle accademie di Maurice Ravel nel salone della principessa de Polignac. Gli strumenti erano sempre quelli, ma il suono no, era cambiato. Se il jazz spesso era stato un’arte della risposta – con tutto il suo armamentario di formule retoriche, l’assolo, la sfida anche violenta della jam session, perfino gli ammiccamenti e gli sguardi tra musicisti – con Bill Evans diventava un’arte dell’interrogazione. Silenzioso, austero nella giacca di tweed da professore di letteratura, ben piantato nelle scarpe di cuoio inglese, alto un metro e novanta e dinoccolato, Bill Evans reclinava la testa sulla testiera e dava il suo concerto.


Figlio di una ragazza di origine russa di religione ortodossa e di un gestore di campi da golf in una contea del New Jersey, entrambi melomani – il ricco milieu culturale che ritroviamo in certi romanzi di Philip Roth – a sei anni d’età Evans impara a suonare il violino e poi si diletta con il flauto traverso, anche se poi è il piano ad assorbirlo completamente, affascinato da Bach, Chopin e Brahms. Nello stesso tempo, il fratello lo conduce al jazz e i due universi, fatalmente, trovano nelle sue mani un punto d’incontro che la scoperta di Ravel e Debussy renderanno ancora più originale. Il jazz di Bill Evans è impressionista non tanto perché è arricchito dalle innovazioni armoniche dei francesi di fine ottocento e inizio novecento, ma perché è tutto rivolto alla suggestione di un mondo immaginato e alla ricerca di una voce interiore.

Ascoltiamo uno dei dischi della fine degli anni cinquanta, Everybody digs Bill Evans, registrato il 15 dicembre 1958 con Sam Jones e Philly Joe Jones, due musicisti straordinari che guardavano però più agli stilemi del passato che alle innovazioni del futuro. Evans li porta nel suo mondo, che è già intatto, e loro lo seguono come incantati: lo struggimento pieno di carattere di Young and foolish, la destrutturazione ritmica di uno standard arcinoto come Night and day, i colori evanescenti, il senso di sospensione del suo Peace piece vivono nello stesso universo umbratile che ritroveremo molti anni dopo nelle divagazioni solistiche di Keith Jarrett. In questa più vasta esperienza musicale rispetto ai jazzisti suoi contemporanei risiede forse il successo di Bill Evans e che gli è sopravvissuto. Nei suoi dischi non ascoltiamo il jazz di un’epoca, ma il pensiero e la voce di un uomo.