All’inizio della campagna elettorale, il ministro della giustizia Carlo Nordio ha dichiarato che la riforma sulla quale il 22 e 23 marzo si terrà il quinto referendum costituzionale della storia repubblicana, farà “recuperare alla politica il suo primato costituzionale”. Quindi, ha aggiunto: “Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo”. È abbastanza per farsi un’idea sull’obiettivo della cosiddetta riforma della giustizia. Che è in realtà una riforma della magistratura.

Se prevalesse il sì, infatti, le carriere di giudici e pubblici ministeri sarebbero separate definitivamente. Di conseguenza, l’attuale consiglio superiore della magistratura (Csm), organo di autogoverno dell’ordine giudiziario, sarebbe sostituito da due consigli separati. I componenti non sarebbero più eletti, come oggi, in parte dai magistrati e in parte dal parlamento. Quelli eletti dai colleghi sarebbero estratti a sorte tra tutti i magistrati. Quelli indicati dalla politica sarebbero invece sorteggiati all’interno di liste chiuse, predisposte dal parlamento.

In questo modo, la politica continuerebbe a scegliere chi inviare al Csm, mantenendo intatta la propria influenza, al contrario dei magistrati. I due Csm inoltre perderebbero i poteri disciplinari. A giudicare i magistrati sarebbe una nuova alta corte disciplinare, formata da quindici componenti provenienti per lo più dalle magistrature, ma con una presidenza nominata dalla politica o scelta tra i nomi indicati dal presidente della repubblica.

Nella riforma non c’è altro. Nulla che riguardi il funzionamento della giustizia. Su questo, il ministro Nordio è stato chiaro. “Questa riforma”, ha affermato, “non influisce sull’efficienza della giustizia”. E poi ha aggiunto: “Quando mai abbiamo detto che la separazione delle carriere rende i processi più veloci?”, demolendo così in un attimo buona parte delle ragioni dei promotori del sì, dei quali peraltro è lui stesso tra i massimi rappresentanti.

D’altra parte, non potrebbe essere altrimenti: la riforma non tocca in alcun modo le norme della costituzione su come la giustizia debba essere amministrata nei confronti dei cittadini. A essere interessate sono solo quelle sull’ordinamento giudiziario, e in particolare quelle sul Csm, la cui funzione costituzionale è di garantire autonomia e indipendenza della magistratura dagli altri due poteri dello stato, espressi da governo e parlamento.

La riforma non è pensata per rafforzare questa tutela. Al contrario, inciderebbe sull’equilibrio tra i poteri, avvantaggiando la politica. Lo ha ammesso lo stesso Nordio. La legge ha insomma natura e obiettivi politici. E va letta in questa prospettiva, inclusi i rischi che comporta.

Tutto potrebbe cambiare

Il più grave è che, scardinato l’equilibrio tra i poteri dello stato e separata la magistratura inquirente da quella giudicante, il pubblico ministero possa poi diventare una sorta di superpoliziotto collocato nella sfera d’influenza del governo. Ma il rapporto tra magistratura e politica potrebbe essere ulteriormente manomesso anche lasciando apparentemente intatta l’autonomia delle procure.

Per esempio, basterebbe sottrarre ai magistrati la direzione della polizia giudiziaria, oppure consegnare al parlamento o al governo il potere di stabilire a quali inchieste dovranno dare la precedenza le procure. Sono temi sui quali si discute da decenni. Finora la destra non è intervenuta come avrebbe voluto anche per il timore della reazione dell’opinione pubblica.

Tutto cambierebbe se, con la vittoria del sì al referendum, cambiasse il clima. Non a caso c’è chi, come il vicepresidente del consiglio Antonio Tajani, ha già annunciato che “non basta la separazione delle carriere”, e che serve un dibattito per valutare se sia “giusto o meno continuare a conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati”. Mentre Nordio ha affermato che è necessario “un criterio vincolante per tutte le procure sulle priorità”. E in parlamento già sono depositati disegni di legge sull’argomento.

Natura e obiettivi della riforma emergono anche dalla storia che l’ha preceduta e che si intreccia con quella del cosiddetto premierato. Se approvato, anch’esso introdurrebbe un forte riassetto dell’equilibrio tra poteri dello stato a vantaggio del potere esecutivo. In questo caso però a essere ridimensionato sarebbe il parlamento.

Su queste riforme la destra ha investito molto, facendone due bandiere della legislatura. Una loro approvazione sarebbe una vittoria molto preziosa per consolidare il consenso popolare in vista delle prossime elezioni politiche. È evidente che oltre a quella che troveranno sulla scheda elettorale, gli italiani sono chiamati a rispondere anche a una seconda domanda, che è sottintesa e riguarda il destino politico di Giorgia Meloni.

Si spiegano anche così l’asprezza della campagna elettorale, in linea con i veleni di quelle per le elezioni politiche. Lo dimostra una recente dichiarazione della capa di gabinetto del ministero della giustizia Giusi Bartolozzi, strettissima collaboratrice di Nordio: “Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione”. L’importanza del voto per la maggioranza spiega anche il ricorso alla propaganda di una destra oggi più radicale e rabbiosa, che non ha limiti nell’usare in chiave elettorale addirittura le tragedie della cronaca.

Il centrosinistra, invece, procede come al solito in ordine sparso, anche a causa di una certa attrazione che a quanto pare la sua ala moderata e liberale subisce ancora una volta per le ragioni della destra. Da quelle parti qualcuno è arrivato perfino ad annunciare il proprio sì a questa sorta di voto di fiducia che Meloni ha chiesto al paese. E tutto sommato non è più una gran sorpresa.

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