Il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi a Francoforte, il 10 marzo 2016.

La strategia di Mario Draghi non piace alle banche

Il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi a Francoforte, il 10 marzo 2016.
11 marzo 2016 15:07

Mario Draghi continua a tenere fede alla famosa promessa fatta nel luglio del 2012, cioè “fare tutto il possibile per salvare l’euro”. Il 10 marzo il presidente della Banca centrale europea (Bce) ha presentato delle misure di politica monetaria decisamente più incisive rispetto a quelle annunciate in precedenza e soprattutto decisamente più orientate all’economia reale che ai mercati finanziari.

Tra le decisioni più importanti c’è quella di ridurre il costo del denaro dallo 0,05 allo 0 per cento: in sostanza ora le banche potranno prendere in prestito soldi dalla Bce senza pagare interessi. L’istituto di Francoforte, inoltre, ha inasprito ulteriormente gli interessi negativi applicati ai depositi di liquidità delle banche presso la Bce, portandoli da -0,3 a -0,4 per cento: l’obiettivo è scoraggiare gli istituti che preferiscono tenere “parcheggiati” i loro soldi piuttosto che farli circolare in forma di prestiti.

Favorire i prestiti a famiglie e imprese

La Bce ha poi aumentato da 60 a 80 miliardi di euro al mese il programma di acquisto di titoli lanciato un anno fa, il cosiddetto quantitative easing (qe, alleggerimento quantitativo), e questa volta ha deciso di includervi le obbligazioni aziendali. Infine ha annunciato dal prossimo giugno una nuova serie di Targeted longer-term refinancing operations (Tltro II), un programma di finanziamento quadriennale mirato a favorire l’erogazione di crediti alle famiglie e alle imprese. Nel caso del Tltro II la Bce potrebbe applicare tassi negativi fino al -0,4 per cento a condizione che le banche raggiungano determinati obiettivi nell’erogazione dei crediti: in sostanza la banca centrale pagherà gli istituti di credito perché prestino soldi alle famiglie e alle imprese.

L’economia dell’eurozona continua a ristagnare ed è sempre sull’orlo della deflazione

Draghi ha giustificato la necessità di introdurre misure di politica monetaria ancora più espansive con le preoccupazioni per l’economia dell’eurozona, che continua a crescere poco, facendo presagire il rischio di una lunga stagnazione. Questi timori sono confermati dal problema dell’inflazione. Il programma di alleggerimento quantitativo è stato lanciato nel marzo del 2015 perché l’inflazione dell’eurozona era costantemente vicina allo zero e quindi lontana dall’obiettivo ufficiale perseguito dalla Bce: il 2 per cento.

Un’inflazione così bassa fa temere che l’eurozona rischi la deflazione, il fenomeno di riduzione generalizzata dei prezzi dovuto al fatto che i consumatori non spendono (perché pensano che i prezzi scenderanno ancora) e le aziende di conseguenza non vendono e vanno in crisi, prolungando la recessione dell’economia. Ebbene, nonostante gli sforzi fatti dalla Bce negli ultimi quattro anni, l’economia dell’eurozona continua a ristagnare ed è sempre sull’orlo della deflazione.

Visti i risultati non brillanti ottenuti da altre banche centrali che hanno usato strumenti simili, come quella giapponese, nelle ultime settimane alcuni commentatori erano arrivati a dire che probabilmente Draghi e i suoi colleghi avevano esaurito tutte le “munizioni” nella battaglia per far riprendere l’economia globale. Ma, come scrive il Financial Times, il presidente della Bce “ha fatto del suo meglio per dimostrare agli scettici che si sbagliano”.

Governi inattivi

Questa volta Draghi ha puntato l’attenzione sull’economia reale e si è impegnato a evitare che i soldi “stampati dalla Bce” siano usati, com’è avvenuto in questi anni, solo per nuove speculazioni sui mercati finanziari: è per questo che intende pagare le banche perché prestino soldi; che penalizza gli istituti se continuano a depositarli presso la Bce; e che è disposto anche a comprare le obbligazioni delle aziende pur di stimolare l’economia europea. Il pericolo, scrive la Neue Zürcher Zeitung, “è che le banche continuino a ignorare le aziende e si concentrino sul mercato ipotecario, cioè sui prestiti alle famiglie per comprare casa, che garantisce una redditività più sicura. Se così fosse, la medicina di Draghi per l’economia europea si rivelerebbe addirittura dannosa”.

Il vero limite della politica monetaria è che non ha grossi effetti se non è affiancata da un’azione efficace della politica. “La Bce ha fatto bene a riconoscere la necessità di ulteriori stimoli all’economia e quella di favorire ulteriormente l’erogazione di crediti all’economia reale”, aggiunge il Financial Times, “ma non c’è nessuna garanzia che le sue misure funzionino e raggiungano i loro obiettivi”.

Purtroppo Draghi non può fare grande affidamento sull’azione dei governi dell’eurozona, che dovrebbero contribuire alla ripresa economica con la politica di bilancio e le riforme. Alcuni sono praticamente inattivi, altri sono totalmente presi dalla crisi dei profughi e in generale negli ultimi tempi non stanno dando prova di grande solidarietà e unità quando si tratta di affrontare problemi che accomunano tutta l’Europa.

Il presidente della Bce, per esempio, deve affrontare (ma finora c’è riuscito molto bene) la costante opposizione della Germania, che nella politica monetaria espansiva vede il rischio concreto che i risparmi dei tedeschi siano fortemente svalutati. Ma Berlino, ricorda l’economista tedesco Marcel Fratzscher, dovrebbe tener presente che “la Bce attua politiche monetarie per l’intera eurozona, non per la sola Germania”. Certo, conclude il Guardian, “non può risolvere da sola tutti i problemi, ma almeno sta facendo guadagnare del tempo ai governi” prima che sia troppo tardi.

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