Le parole di Ayman

15 settembre 2011 00:00

La colonia tedesca di Gerusalemme Ovest è un quartiere costruito dalla setta dei templari nel 1873. È stata abbandonata dopo la seconda guerra mondiale, perché i suoi abitanti avevano sostenuto il nazismo. Sono rimaste le case e i giardini, ogni giorno più belli.

Ayman lavora nel quartiere, in un negozio che vende cose da mangiare fatte in casa. È nato in un villaggio vicino a Ramallah, dove i suoi genitori si sono rifugiati dopo la distruzione del loro villaggio d’origine, nel 1948. È sposato da undici anni con una donna palestinese con passaporto israeliano, ma non è ancora stato naturalizzato.

“I miei datori di lavoro mi pagano mille euro al mese, e sto qui ogni giorno dalle otto di mattina alle otto di sera”, mi ha detto. “Lavoro, dormo, guido da casa al lavoro e dal lavoro a casa. Non riesco mai a vedere i bambini. Ho dimenticato i miei sogni”.

Gli ho chiesto se ha mai provato a parlare con i suoi capi. “Chi si lamenta è stupido”, mi ha risposto. Sono parole sagge, che spiegano alla perfezione la passività degli esseri umani. Per ogni condizione umana esiste un’espressione in arabo.

“Se la tua attitudine ti spinge verso il male, ricorda che Allah legge dentro di te”, ha aggiunto Ayman mentre parlavamo delle crudeltà del mondo. Vedendo i miei occhi dubbiosi, si è affrettato a precisare che questo vale solo se credi in Dio. La settimana scorsa ho visto molte automobili incendiate nei villaggi palestinesi, opera di devoti ebrei israeliani. Nessun Dio in grado di leggere dentro di loro li ha fermati.

Internazionale, numero 915, 16 settembre 2011

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