15 giugno 2015 10:10

Venerdì 5 giugno, alle otto del mattino, sono alla stazione dei pullman di Ramallah, diretta al checkpoint di Qalandiya e poi a Gerusalemme, dove incontrerò la mia amica K, di Gaza. Non la vedo dalla guerra del 2009. K è tra le duecento fortunate impiegate delle Nazioni Unite di età superiore ai cinquant’anni a cui Israele ha concesso un permesso straordinario per pregare nella moschea Al Aqsa.

La mia amica parte alle 4.30 e alle sei è al checkpoint militare israeliano. Le donne possono portare solo una borsetta, una bottiglietta d’acqua e il cellulare. I controlli durano più di due ore, poi le donne salgono sui pullman israeliani, che percorrono i 70 chilometri fino a Gerusalemme. Molte di queste donne non uscivano dalla Striscia di Gaza da trent’anni. Alle 8.15 raggiungo il checkpoint di Qalandiya, circa dieci chilometri a nord di Gerusalemme. Decine di uomini e donne palestinesi sono in fila. Da due mesi, Israele concede agli abitanti della Cisgiordania ultracinquantenni di entrare in Israele anche senza permesso speciale, con un semplice controllo dei documenti, e molti ne approfittano per andare a pregare a Gerusalemme. Ma i controlli sono più lunghi del previsto, anche per me che sono israeliana, e temo di fare tardi all’appuntamento.

Finalmente salgo sul pullman e al checkpoint di Hizma i soldati ci fanno passare senza altri controlli. Alle 9.30 arrivo alla città vecchia di Gerusalemme proprio quando K e le sue colleghe stanno scendendo dai pullman.

Questo articolo è stato pubblicato il 12 giugno 2015 a pagina 25 di Internazionale, con il titolo “Appuntamento a Gerusalemme”. Compra questo numero | Abbonati