15 dicembre 2011 16:37

Come al solito, siamo di nuovo al punto in cui l’idillio tra i vertici del Partito repubblicano e la base estremista comincia a creare problemi. Nel 2008, quando John McCain ha scelto Sarah Palin come vice nella campagna presidenziale, l’imbarazzo dell’establishment era evidente. In questa campagna Rick Perry, il governatore del Texas, si è dimostrato un candidato inadeguato. Nei dibattiti sembrava quasi sedato, ma a un certo punto diventava più estremista di Dick Cheney.

Intanto a Washington i repubblicani cercavano di consolarsi pensando a Mitt Romney. L’ex governatore del Massachusetts – deciso, organizzato e molto abile nei dibattiti – ai vertici del partito sembrava il più vicino all’idea platonica di presidente degli Stati Uniti. Magari non sarà il candidato ideale, pensavano, ma andrà più che bene. Soprattutto considerando che il 73 per cento degli statunitensi pensa che il paese stia andando nella direzione sbagliata. Poi però è arrivato il colpo di scena.

Herman Cain, oratore carismatico alle prese con varie accuse di molestie sessuali, si è ritirato, e quasi tutti i suoi sostenitori hanno deciso di appoggiare Newt Gingrich. Mascella squadrata, 68 anni, tre matrimoni alle spalle, l’ex presidente della camera stava già risalendo nei sondaggi, ma a quel punto ha spiccato il volo. Un mese fa era al 12 per cento, ora è al 31.

Gingrich è avanti, e non di poco, in quattro dei primi cinque stati dove si terranno le primarie. Con ogni probabilità i numeri di Gingrich sono destinati a calare, ma oggi la sua nomination è qualcosa di molto simile a un’acclamazione. Nei quattro stati le varie forme di primarie si svolgeranno entro la fine di gennaio, e c’è ancora chi sostiene che alla lunga Romney possa prevalere. Può darsi, ma resta il fatto che perdere in quattro dei primi cinque stati fa male, molto male.

Mentre i sondaggi confermavano la crescita di Gingrich, i vertici del partito si sono abbandonati a quello che il dissidente repubblicano David Frum ha definito “panico totale e manifesto”. George Will e Charles Krauthammer, autorevoli firme del giornalismo conservatore, non hanno certo misurato le parole. Will ha definito l’ex presidente della camera “troppo pericoloso per essere scelto”. Per Krauthammer, Gingrich è “posseduto da un’incontrollabile mania di protagonismo che l’ha già portato a commettere errori che neanche lui è riuscito a spiegarsi.

Da presidente prenderebbe decisioni eclatanti solo per finire sotto i riflettori”. Ann Coulter, voce graffiante della destra, ha ricordato che da quando Gingrich ha abbandonato la presidenza “ha guadagnato soldi a palate grazie alle sue conoscenze a Washington”. Di solito, a poche settimane dall’inizio delle primarie i repubblicani non scrivono cose del genere su chi potrebbe diventare il loro candidato alle presidenziali. Tantomeno quando l’elettorato conservatore sembra entusiasta del candidato.

Forse gli americani hanno un vuoto di memoria, ma a Washington nessuno dimentica gli anni novanta. I repubblicani ricordano bene quando l’ambizione di Gingrich danneggiò il partito e causò la paralisi del governo dopo una faida con il presidente Clinton. Ricordano le decine di accuse di condotta immorale (con una condanna).

Ricordano i suoi progetti strampalati che prevedevano sempre una “trasformazione radicale” di tutte le istituzioni e si concludevano ogni volta con un nulla di fatto. Ricordano che, dopo un anno alla presidenza della camera, il 63 per cento degli statunitensi lo considerava troppo estremista e che nel 1995 l’80 per cento della popolazione sosteneva che non avrebbe mai voluto Gingrich come candidato alla presidenza del paese. Ma tutto questo succedeva quindici anni fa. Oggi, nei dibattiti e nelle trasmissioni di Fox News, Gingrich ha incontrato individui politicamente meno esperti, ed è sembrato uno statista tra pagliacci, imbroglioni e opportunisti.

Chi potrà fermarlo? Il motivo per cui l’élite repubblicana è in preda al panico è che Romney, la scommessa sicura, al momento può contare al massimo sul 22 per cento dei voti. La base sembra ormai convinta che Gingrich possa stravincere in un dibattito con l’attuale presidente. Ed è qui che emergono le responsabilità del Partito repubblicano, colpevole di essersi abbandonato al populismo più becero. Se racconti che Obama è un estremista di sinistra deciso a distruggere gli Stati Uniti e a rafforzare i nemici del paese, allora la candidatura di Gingrich è naturale. Ma se invece sono tutte fantasie – e lo sono – devi essere pronto ad affrontare la realtà dei fatti. Che prima o poi verrà a galla.

Oggi i vertici repubblicani stanno disperatamente cercando di far capire ai loro elettori che non devono abboccare all’amo di Gingrich. Con il suo estremismo l’ex presidente della camera sta spingendo gli indecisi di nuovo tra le braccia di Obama. Secondo i sondaggi il presidente è ancora in vantaggio su Gingrich di 7 punti, esattamente lo stesso margine con cui Obama ha superato McCain. È bello cavalcare la tigre del populismo. Finché non decide di sbranarti.

*Traduzione di Andrea Sparacino.

Internazionale, numero 928, 16 dicembre 2011*