09 febbraio 2002 16:42

Cade la notte. A shali, sudest di Grozny, fa buio a partire dalle quattro del pomeriggio. Alle cinque, chi può si tappa in casa per paura dei predoni. La notte, in Cecenia, segna l’approssimarsi del terrore.

Ci troviamo in una stanza umida e gelida battezzata “Procura regionale di Shali”. Il riscaldamento dipende dalla buona volontà di una piastra elettrica antidiluviana e di una resistenza che rosseggia su una pila di mattoni. Nell’angolo si ammucchiano cianfrusaglie di ogni genere: giocattoli, biancheria, vestiti da donna e da uomo, collant, casseruole, lenzuola, nonché mestoli, decine di videocassette e… manubri. In cima alla piramide sbadiglia l’astuccio socchiuso di una cinepresa.

Questi non sono gli effetti personali di Aleksandr Rudykh o di Marat Berdev – il procuratore regionale e il suo vice – che occupano l’ufficio, imbacuccati fino agli occhi. Questi oggetti sono il frutto delle rapine dei militari russi. I furti sono all’ordine del giorno; in compenso, il fatto che gli oggetti sottratti si trovino dal procuratore è del tutto straordinario.

Ecco dunque la loro storia, che riassume alla perfezione la situazione attuale in Cecenia. Il 26 novembre 2001, di buon mattino, Marat Berdev è stato invitato dai militari a soprintendere a una retata nel borgo di Avtury, come richiede l’ordinanza numero 46 del procuratore generale di Russia, che ingiunge ai “procuratori territoriali” di partecipare a tutte le retate effettuate in Cecenia e di “assicurarsi che gli atti delle truppe siano conformi alla legge”.

Avtury è un grosso borgo che si estende lungo il fiume Khulkhulau per almeno sette o otto chilometri. Marat Berdev, il procuratore aggiunto, ha cercato di percorrerlo a grandi passi (di auto neanche a parlarne) per controllare la legalità delle operazioni. Ha capito subito che era fatica sprecata: uomini in passamontagna nero e tuta mimetica, senza il minimo segno che li facesse riconoscere come militari, saccheggiavano e rubavano tutto quello che gli capitava sottomano.

Ha quindi dovuto scegliere che cosa proteggere: i beni o le persone. Si è appostato nel cortile del commissariato di Avtury, dove venivano riuniti gli individui fermati, ha annotato tutti i loro nomi e scattato una foto di ognuno, allo scopo di evitare che qualcuno in seguito potesse sparire senza lasciare tracce; perché queste sparizioni sono il principale flagello della Cecenia attuale. La cosa è andata avanti per quattro ore.

“Verso le 11 del mattino, ho visto arrivare due blindati, con i numeri coperti di fango. Stranamente, tutti erano appollaiati sui veicoli, mentre di solito la gente cerca di rimanere all’interno, col freddo che fa”, spiega Marat Berdev. “Incuriosito, mi sono avvicinato, ho guardato (portavo anch’io una tuta mimetica), mi sono arrampicato sull’abitacolo e, appena ho potuto, ho aperto. Era pieno di oggetti di ogni genere. Ho scattato delle foto. Mi sono qualificato…”.

Che cosa è accaduto allora? Gli ufficiali che comandavano i blindati hanno sbloccato l’otturatore dei loro mitragliatori e hanno gridato al procuratore: “Come osi? Sono i nostri trofei”.

Intoccabili

Evidentemente, davanti a un kalashnikov, la legge non conta più. In quel momento la maggior parte dei procuratori in servizio in Cecenia avrebbe battuto in ritirata. Marat Berdev, invece, si è messo a grattare il fango che nascondeva i numeri.

Gli ufficiali hanno ordinato immediatamente ai soldati di truccare di nuovo i veicoli, poi si sono lanciati attraverso il cortile sotto gli occhi di tutti, senza temere niente e nessuno, al volante di una macchina rubata. Sono saliti in piedi sul tetto riprendendosi, visibilmente soddisfatti, con una videocamera ugualmente rubata, con i loro trofei sullo sfondo. “Certo non potevano immaginare che il film che stavano girando sarebbe diventato una prova a loro carico. L’ho sequestrato e ne ho fatto il corpo del reato”.

Marat Berdev ha ordinato l’arresto di quegli ufficiali predatori: i fatti erano documentati. Eppure gli agenti del dipartimento regionale dell’Interno di Shali hanno rifiutato di eseguire i suoi ordini. Soltanto per miracolo, grazie al coraggio del generale Ghennadij Nakhaev, comandante militare della regione di Chali, intervenuto in extremis, è stato possibile trascinare in procura tre degli “uomini in passamontagna” per interrogarli. Ma, anche lì, si sono rifiutati di mostrare il volto e di declinare le loro generalità. “Non sono riuscito ad accertare l’identità di nessun ufficiale. Io, che sono un procuratore! Figuriamoci l’abitante di un villaggio!”.

Tra l’incudine e il martello

A forza di ostinazione, Marat Berdev ha ottenuto qualche risultato. È stato appurato che i tre ufficiali – un comandante, un capitano e un tenente – appartenevano alla divisione speciale delle truppe del ministero dell’Interno Don-2, acquartierata in un campo vicino a Shali, la capitale regionale.

Questa divisione era già stata oggetto di molte denunce presso i procuratori. Ma, quando Berdev e Rudykh hanno cominciato a parlare di una loro incriminazione, gli “uomini in passamontagna” hanno puntato le armi contro i procuratori, sono saltati sui blindati e hanno raggiunto la loro divisione. La mattina del 27 novembre 2001, i procuratori sono riusciti a entrare nel campo per effettuare una perquisizione e confiscare il prodotto della razzia: da qui il mucchio di oggetti che occupa un angolo dell’ufficio.

“È appena un terzo di quello che hanno rubato”, conclude Marat Berdev. “Il resto, le cose più preziose, sono riusciti a nasconderlo: orecchini, anelli, catenine, orologi. La complicità della gerarchia militare è totale. Pensate che io, il procuratore aggiunto regionale, un giorno in cui percorrevo la mia giurisdizione mi sono imbattuto in un soldato di un posto di controllo che pretendeva una mancia per lasciarmi passare. Gli ho mostrato la mia tessera: è diventato furioso all’idea di non prendere un soldo. Non aveva neppure paura che lo accusassi di tentativo di estorsione. Sapeva che gli ufficiali l’avrebbero coperto”.

“Ci troviamo fra l’incudine e il martello”, aggiunge Aleksandr Rudykh. “I militari sono il martello, e i ceceni che li combattono, l’incudine”. Anche se mi hanno chiesto di tacere questa frase, desidero citarla per spiegare meglio quello che succede. “Fra l’incudine e il martello” significa che i procuratori sono costantemente sotto la minaccia delle pallottole. Dovunque, da parte di tutti. È questa la Cecenia attuale: quelli che sono dalla parte della legge devono aspettarsi in ogni momento che qualcuno gli spari addosso.

“Ma, soprattutto, scrivete la cosa più importante”, mi chiedono i procuratori. “Per ripristinare l’ordine, bisogna prima proibire i passamontagna. Categoricamente. I militari non ne hanno alcun bisogno se non sono dei banditi”.

Vivi per miracolo

I generali con cui i procuratori hanno parlato di questa storia erano sinceramente stupiti che avessero osato opporsi ai blindati. “È un miracolo che siate ancora vivi! I nostri militari non perdonano questo genere di cose”. Ecco che cosa dicono i superiori diretti degli ufficiali che sono insorti contro i procuratori. Stando così le cose, può la giustizia civile opporsi al banditismo militare?

“Siamo riusciti ad avviare un procedimento per il saccheggio delle case nella località di Avtury”. “Ma dove sono gli ufficiali che accusate?” gli ho chiesto. “Nella loro unità. Adesso tocca ai generali prendere una decisione”. Naturalmente, i procuratori di Shali non hanno più avuto occasione di sorvegliare le operazioni durante le retate. Altrettanto naturalmente i predoni offesi hanno trovato in fretta qualcuno su cui vendicarsi.

Il 18 dicembre 2001, ad Avtury, via della Cooperativa rimandava l’eco di interminabili urla di donne. Al numero 13 era in corso da due giorni il pranzo funebre di Timur Ismailov, di 25 anni. Gli uomini facevano arrostire la carne nel cortile, e non ho avuto subito la forza di varcare la soglia. I piccoli orfani lasciati dal defunto stavano allineati accanto alla giovanissima mamma, Asmalika, che aveva lo sguardo spossato dalle lacrime e perso nel vuoto.

Tutto è accaduto semplicemente, in maniera sporca, come sempre oggi in Cecenia. Il 2 dicembre scorso, gli uomini della divisione Don-2 hanno circondato Avtury e dato il via a una crudele operazione punitiva. I bruti in passamontagna hanno saccheggiato tutto quello che potevano prendere, poi hanno portato via 25 persone: 24 uomini e una donna. Immediatamente il sindaco Ibrahim Umpashaev è corso alla procura di Shali.

Aleksandr Rudykh ha trascorso il resto della giornata a rastrellare il territorio, da una zona boschiva all’altra. È riuscito a ritrovare e a far liberare 17 persone, tenute prigioniere nei boschi presso Zhigurta, nella regione vicina di Noiaj-Jurt. Senza la sua determinazione, quelle persone sarebbero sparite per sempre. La sera i militari hanno abbandonato sulla strada cinque cadaveri. Recavano tutti le tracce di atroci torture. Timur Ismailov era quello più segnato.

Suo zio Ghelanij assiste anche lui al pranzo, in mezzo ai lunghi lamenti, e non riesce ad articolare parola. Il nipote è stato torturato sotto i suoi occhi. Gli ufficiali gli gridavano: “Perché sei così grasso?” – Timur era alto quasi due metri, ed era effettivamente abbastanza robusto – e lo colpivano. Gli hanno spezzato le costole, fratturato il cranio, i polmoni, i testicoli, i reni, ridotto il fegato a brandelli. Alla fine gli hanno fatto delle iniezioni di gasolina – il cui maledetto odore aleggia ancora nella casa.

Il 16 dicembre è morto. Ma la divisione Don-2 non si è limitata a questo. Ad Avtury, via Mamakaev costeggia il fiume. Il 16 dicembre, all’aurora, gli uomini della divisione hanno risalito la strada senza tralasciare una sola casa, seminando la distruzione. Questa volta, non volevano rubare niente, desideravano solo vendicarsi. Emma Dudaeva si era azzardata a sporgere denuncia in seguito agli avvenimenti del 26 novembre: i militari le avevano rubato tutte le coperte, la biancheria da bagno, le stoviglie nuove, sei sedie e un aspirapolvere. Il 16 dicembre hanno saccheggiato tutto ciò che le restava. Seguo le loro tracce. La casa seguente, numero 127, ospitava i Mahomadov.

Un uomo braccato

“Ho deciso di lasciare tutto com’è. È finita, non ne posso più”, sospira il capofamiglia Muhaddin Mahomadov. “È il terzo pogrom quest’autunno”. Gli hanno rotto tutti gli sgabelli, frantumato il registratore in mille pezzi. Dal suo vicino, Sherip Saduev, i militari hanno demolito i bagni con il loro blindato, e la cosa li ha molto divertiti. Hanno anche crivellato di colpi il tubo della stufa, che ormai non scalda più. La casa è ghiacciata. Avtury non ha più gas né elettricità. Anche il sindaco è rimasto senza.

Ibrahim Umpashaev è un uomo nervoso, duro d’orecchio. Ha appena quarantasei anni e ne dimostra sessanta. Racconta veri e propri orrori. I suoi due figli adolescenti ascoltano. “Sono un uomo braccato, perché mi oppongo a queste violenze. E sono braccato da entrambe le parti”. Come i procuratori. Una notte, una cinquantina di ribelli ceceni hanno assalito il borgo. Si sono precipitati immediatamente a casa di Ibrahim Umpashaev. Hanno percosso con il calcio dei fucili suo figlio di 9 anni, Nurdi, poi l’hanno chiuso in una stanza e hanno dato fuoco alla casa.

La moglie di Ibrahim, madre di altri quattro figli, ha detto: “Io resto con lui, dovete bruciarci insieme”. Devono la loro sopravvivenza a un caso provvidenziale. “Quella notte”, racconta Ibrahim Umpashaev, “ho chiesto aiuto per radio. Ho spiegato piangendo che eravamo attaccati. I militari mi hanno risposto soltanto: ‘Ti sentiamo male’, e hanno interrotto la comunicazione”.

I ribelli sono rimasti tre giorni. Passeggiavano per le strade. Quelli che erano originari di Avtury portavano dei passamontagna, gli altri no. Fra loro, c’erano molti giovani russi che non parlavano il ceceno. Nessuna delle unità militari acquartierate nelle vicinanze è intervenuta, e tutti i posti di controllo erano stati tolti.

Dopo tre giorni, i ribelli sono ripartiti verso le foreste e le montagne a est del borgo devastato. Le truppe russe sono uscite dai loro rifugi solo dopo la loro partenza. Recentemente ho cercato di incontrare il generale Igor Artekbaev, che comanda la divisione Don-2. Ho dovuto prima rivolgermi a un tenente sull’orlo dell’esaurimento fisico e nervoso, responsabile del posto di filtraggio mobile della divisione. Dovevo presentare i miei documenti, esporre le mie domande che sarebbero state trasmesse al generale, e la procedura avrebbe seguito il suo corso. Forse. Il tenente ha fatto tutto secondo le regole.

Ma le ore sono trascorse, e alla fine il tenente è venuto a scusarsi. La “gerarchia” aveva risposto per radio: “Se la giornalista ha delle domande da fare, non deve far altro che venire avanti. Siamo qui, appena in fondo al campo di mine”. Almeno erano sinceri.

Il 7 dicembre Rizvan Lorsanov ha lasciato la sua casa al volante della sua Niva 4x4, per recarsi a Khankala, alla base principale delle truppe unificate. A casa sua, vicino a Shali, si erano svolte le trattative fra Aslan Maskhadov e il generale Lebed che avevano portato, nel 1996, alla “pace di Khasavjurt”. Rizvan Lorsanov era molto conosciuto in Cecenia. In questi ultimi mesi era stato coinvolto a poco a poco nei negoziati. Si erano stabiliti dei “contatti” fra Akhmed Zavkaev, l’emissario del presidente Maskhadov, e il generale Kazantsev.

Le cose non procedevano, ma all’inizio di dicembre Rizvan Lorsanov era riuscito a incontrare il comandante della regione militare del Caucaso del Nord, Ghennadij Troshev, e Aslan Maskhadov. Il 7 dicembre 2001 la sua Niva – conosciutissima in tutti i posti di controllo della zona – attraversava Shali, quando un blindato coi numeri accuratamente ricoperti di fango l’ha costretta a fermarsi.

Alcuni testimoni hanno visto Rizvan Lorsanov scendere, agitare le braccia e chiedere che cosa stesse accadendo. Poi, ognuno è risalito sul proprio veicolo e, poco dopo, si è sentita un’esplosione. Mentre Rizvan Lorsanov e i due uomini che l’accompagnavano voltavano le spalle alla Niva, qualcuno ci aveva messo sotto una bomba e, alla partenza della macchina, l’esplosione era stata comandata a distanza.

Così, l’uomo che avrebbe potuto realmente contribuire ai negoziati di pace è stato vigliaccamente assassinato quando cominciava appena ad avviarli. Il blindato degli assassini, da parte sua, ha continuato tranquillamente a sguazzare nel fango ceceno verso Mesker-Jurt.

Commiato

È tempo di accomiatarci dai procuratori di Shali. Nel loro ufficio è già notte fonda: sono circa le 7 di sera. Improvvisamente, la suoneria del telefono lacera il silenzio. Marat Berdev solleva il ricevitore e lo passa al suo collega. E Aleksandr Rudykh, lo stesso procuratore Rudykh sfiorato ogni giorno dalle pallottole, ci volta le spalle, a noi e a tutto l’inferno che ci circonda, e mormora all’apparecchio: “Svetlanochka, Svetlanochka… Te lo giuro… Hai la mia parola…”. Ci vergogniamo di ascoltare. Ma cosa promette l’intrepido giovane procuratore? Il suo amore? “Svetlanochka, Svetlanochka… Avrai del denaro per le feste di fine anno. Te lo manderò”.

Internazionale, numero 423, 9 febbraio 2002