22 maggio 2020 11:03

Il 20 maggio sarebbe stato il compleanno di Alessandro Leogrande, il giornalista e scrittore italiano morto a quarant’anni nel novembre del 2017, autore del libro La frontiera, in cui ha raccontato la storia di uno dei naufragi più tragici della nostra epoca, quello avvenuto il 3 ottobre 2013, a poche miglia dall’isola dei conigli di Lampedusa. Dopo quella tragedia in cui persero la vita 368 persone, l’Italia lanciò la missione di ricerca e soccorso Mare nostrum, un’operazione governativa che riconosceva e non negava la realtà della frontiera marittima italiana: migliaia di persone in fuga dalla Libia stavano mettendo a rischio la loro vita, imbarcandosi su mezzi di fortuna per raggiungere l’Europa, in un quadro in cui non c’erano vie legali per raggiungere il vecchio continente, sia per chi scappava per ragioni umanitarie sia per chi lo faceva per ragioni economiche. Esattamente come oggi, sette anni più tardi.

Ho pensato a Leogrande e alla stagione politica che ci siamo definitivamente lasciati alle spalle quando, il 20 maggio 2o20, ho saputo della morte di un ragazzo tunisino di 28 anni, che si è gettato in mare mentre era a bordo del traghetto Moby Zazà, in rada a Porto Empedocle con 121 persone a bordo. Credo di poter dire, senza fargli torto, che Alessandro Leogrande avrebbe provato a raccontare la storia di quel ragazzo: chi era? Perché si era messo per mare, che cosa desiderava, che cosa lasciava alle spalle, che cosa l’ha spinto a buttarsi in acqua di notte a così poca distanza dalla costa? E poi ancora: chi lascia in vita, dove si trova la sua famiglia? Hanno saputo della sua morte?

L’avrebbe fatto sapendo fornire tutti i dettagli necessari a costruire un quadro di interpretazione non solo individuale, ma sociale e politica di questo evento. Quella morte, infatti, non è solo il gesto tragico di una persona bloccata a bordo di una nave commerciale privata, pagata dal governo italiano per tenere in quarantena i migranti intercettati lungo la rotta del Mediterraneo centrale: è anche il simbolo del nuovo corso delle politiche dell’immigrazione in Italia e in Europa.

Hotspot galleggianti?
Non sappiamo il nome del giovane tunisino morto nell’incidente. Le autorità non lo hanno diffuso. Il cronista di Radio Radicale Sergio Scandura racconta che è stato difficile anche dare la notizia della morte. “C’erano voci da Agrigento che un ‘clandestino’ si fosse buttato in mare”, racconta. Ma nessuna autorità ha dato conferma, fino a quando il procuratore capo di Agrigento Luigi Patronaggio, che ha aperto un fascicolo d’indagine sulla morte, ha dato la notizia.

Sappiamo che aveva 28 anni, che aveva toccato terra a Lampedusa insieme ad altre persone a bordo dell’imbarcazione con la quale era partito dalla Tunisia, pensando di essere arrivato a destinazione. Ma invece di essere portato come da procedura in un hotspot (uno dei centri di identificazione istituiti nel 2015) sull’isola o sulla terraferma era stato fatto salire insieme ad altre 120 persone (tutte già arrivate a terra) sul traghetto Moby Zazà, una nave della compagnia privata Tirrenia, per svolgere la quarantena in una specie di hotspot galleggiante. Dopo aver pensato di essere sopravvissuto al mare è stato riportato in mare.

Tra le misure d’emergenza adottate per far fronte all’epidemia di coronavirus, c’è questa nuova procedura che dal 12 aprile obbliga il trasferimento dei migranti soccorsi dalle navi delle ong sui traghetti della Tirrenia per fare la quarantena in mare. Era già successo all’inizio di aprile, quando i migranti salvati dalle navi Aita Mari e Alan Kurdi erano stati trasferiti sul traghetto Rubattino e tenuti per molti giorni al largo di Palermo, in una condizione di privazione della libertà personale, nonostante fossero risultati tutti negativi al tampone.

Sulla nave le persone sono assistite da 23 operatori della Croce rossa e sono sottoposte a tampone nasofaringeo. Nella notte tra il 19 e il 20 maggio, alle quattro di mattina, il ragazzo si butta in acqua dal ponte della nave, alto 15 metri. Il mare è agitato. Qualcuno urla “uomo in mare”, ma per il ragazzo non c’è niente da fare. Le altre persone a bordo della nave hanno cominciato allora a protestare, chiedendo di essere fatte sbarcare, le proteste sono continuate per tutto il giorno, ma lo sbarco non è avvenuto.

“La trovata di realizzare una sorta di hotspot galleggiante impiegando la Moby Zazà e ancora prima la nave Rubattino, oltre a comportare lo sperpero di ingenti risorse pubbliche non sembra rispettare le norme nazionali e internazionali sulle procedure finalizzate all’identificazione e alla eventuale richiesta di protezione. E l’emergenza sanitaria non lo giustifica”, ha commentato il deputato Riccardo Magi, che ha presentato un’interpellanza sull’intera vicenda, mentre il deputato di Leu Erasmo Palazzotto ha chiesto lo sbarco immediato dei naufraghi. La decisione di far fare la quarantena al largo, a bordo di navi private, è stata presa in seguito all’approvazione di un decreto che il 7 aprile ha vietato alle navi di soccorso di attraccare nei porti italiani, dichiarando l’Italia “paese non sicuro”, misura che ha ulteriormente inasprito il cosiddetto decreto sicurezza bis, approvato nel giugno del 2019, dall’allora ministro dell’interno Matteo Salvini e ancora in vigore.

La frontiera
Valentina Brinis, operatrice legale dell’ong Open Arms, spiega che tenere le persone per lunghi periodi a bordo di una nave provoca un disagio psicologico, che anche in passato le ha spinte a gettarsi in mare. “Come Open Arms abbiamo avuto esperienza di quanto sia rischioso tenere a bordo le persone per un periodo di tempo prolungato, come c’è già successo nell’agosto del 2019”. Per l’operatrice la quarantena andrebbe svolta a terra, nei centri di accoglienza e negli hotspot, perché “sulle navi è difficile garantire sicurezza alle persone, che in molti casi hanno già un vissuto molto traumatico”. Nel caso della Moby Zazà, tra le altre cose, si è trattato di persone che avevano già toccato terra e che poi sono state fatte risalire a bordo, “creando incomprensioni e frustrazioni che possono essere state all’origine del gesto del ragazzo che si è gettato in mare”. Le ong chiedono anche di sapere quanti soldi sono stati stanziati per questa operazione, che appare molto rischiosa per la salute psicofisica delle persone. “Secondo alcuni elementi abbiamo stimato che la Moby Zazà possa costare tra i 900mila e un milione di euro: fare la quarantena a terra sarebbe meno costoso e soprattutto comporterebbe meno rischi per la salute delle persone”, conclude l’operatrice.

In una nota congiunta tutte le ong denunciano l’assenza di mezzi di soccorso lungo la rotta più pericolosa del mondo, quella del Mediterraneo centrale: “L’emergenza sanitaria che ha travolto il mondo non può essere l’ennesima scusa per giustificare pratiche di mancata assistenza in mare. La vita e la dignità delle persone devono tornare a essere la priorità”. Anche l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) e l’Alto commissariato dell’Onu per le migrazioni (Unhcr) hanno denunciato l’assenza o il ritardo negli interventi di soccorso da parte degli stati europei e hanno chiesto di “onorare gli obblighi previsti dal diritto internazionale e assicurare assistenza immediata a quanti dovessero trovarsi in difficoltà. Tali obblighi non possono essere barattati con l’offerta di carburante e aiuti. Gli stati devono fare ogni possibile sforzo per soccorrere tempestivamente le persone alla deriva”.

pubblicità

Numerose inchieste denunciano respingimenti operati da Malta in Libia, anche La Valletta si è dichiarata porto non sicuro. Intanto da più di due settimane 160 persone sono tenute al largo dalla Valletta in quarantena a bordo di due pescherecci della Captain Morgan, mentre assetti navali umanitari e navi di soccorso della guardia costiera sono fermi nei porti. Proprio mentre tutti hanno provato la durezza del confinamento, i governi europei stanno sperimentando nuove procedure per ostacolare i soccorsi in mare e respingere le persone alla frontiera. Non si sono mai interrotti gli sbarchi diretti a Lampedusa e sulle coste italiane. Ma si è chiusa definitivamente la stagione di Mare nostrum, quella in cui i governi hanno provato a gestire in maniera razionale e umana i flussi migratori nel Mediterraneo,
quella in cui marina militare e guardia costiera erano in prima linea per soccorrere.

Come direbbe Leogrande, “gli sbarchi continuano, ma in maniera più caotica e disordinata. La frontiera è di nuovo arretrata”. E la frontiera corre sempre nel mezzo: “Di qua c’è il mondo di prima, di là c’è quello che deve ancora venire e che forse non arriverà mai”. Come per il ragazzo di 28 anni, morto a un miglio da Porto Empedocle, dopo aver toccato terra ed essere stato rimandato in mare.