15 giugno 2020 14:19

La pandemia ha messo gli stati, le istituzioni e le imprese di fronte all’esigenza di progettare un nuovo futuro, dalle grandi traiettorie di sviluppo fino ai più minuti comportamenti quotidiani.

Bisognerebbe riuscirci in fretta. Prima che l’economia vada definitivamente a rotoli. Prima che la rabbia e la paura prendano il sopravvento. Prima che in troppi si convincano che l’unica soluzione è l’”uomo forte”, chiunque sia l’uomo, e in qualsiasi cosa consista la sua “forza”. Prima che molti sprofondino in una depressione da assenza di prospettive.

E prima che l’assenza di alternative riporti tutti quanti, più indeboliti e più stanchi, a provare a comportarsi come si comportavano in precedenza. Scoprendo subito che, poiché il contesto è cambiato, le cose vanno molto peggio che in precedenza.

Intoppi invisibili
Eppure, più urgente si fa il bisogno di avere piani ambiziosi e progetti concreti, più sembra difficile mettere a punto proposte convincenti, e vararle rendendole operative.

C’è da chiedersi perché progettare il futuro appaia così difficile proprio ora che ce n’è più bisogno. E quando, almeno in apparenza, sembra che ci sia perfino un accordo sostanziale sulle direttrici del cambiamento: equità, sostenibilità ambientale e sociale, modernizzazione, inclusione…

Dev’esserci, da qualche parte, un intoppo che non riusciamo a vedere.

In realtà, gli intoppi possibili sono più di uno. E sono di natura assai varia. Potremmo provare insieme a identificarne qualcuno adesso, facendo un piccolo sforzo di immaginazione.

Dunque, proviamo a immaginare un eterogeneo gruppo di persone che è chiamato a decidere dell’efficacia di un piano per il futuro. Potrebbe trattarsi di un grande piano di cambiamento nazionale o supernazionale, ma anche di un più modesto piano di cambiamento aziendale.

E diamo per scontato (dai, questa è un’ipotesi di scuola, e possiamo permetterci un pizzico di ottimismo preliminare) che si tratti di un buon piano, costruito bene.

Impazienza, presunzione, arroganza, narcisismo: c’è un sacco di “buoni” motivi per giudicare prima di capire fino in fondo

Diamo per scontato, cioè, che il piano contenga tutti gli ingredienti necessari: per esempio, una visione chiara e condivisibile. Una forte componente valoriale. Una buona analisi dei contesti, sostenuta da dati robusti ed evidenze indiscutibili. Diamo per scontato che gli obiettivi siano consistenti ed espressi in maniera comprensibile. Che esistano un’attenta valutazione delle risorse a disposizione, una realistica considerazione dei tempi e un’analisi di tutti i vincoli (situazionali, burocratici…). E poi: che siano definiti gli ambiti di intervento, le priorità, i rischi e le opportunità, i benefìci attesi. E che siano comprese tutte le indicazioni utili a procedere.

Diamo, infine, per scontato che tutto quanto sia espresso in maniera sufficientemente chiara e ordinata, compatibilmente con il fatto che, come (forse) diceva Einstein, “ogni cosa dovrebbe essere resa la più semplice possibile, ma non più semplice di così”.

Bene: e adesso immaginiamo che cosa può andare storto.

La prima cosa che comunque, e praticamente sempre, va storta è questa: per valutare il piano, sarà fatalmente impiegata una frazione infinitesima del tempo che c’è voluto per formularlo. Tipicamente, tra coloro che valuteranno il piano, chi più ha potere avrà anche meno tempo da investire per capire di che si tratta.

Difficilmente si farà mente locale su ciascuna delle proposte presentate. Difficilmente si analizzeranno i dettagli per capire quanto ogni proposta sia diversa o migliore di proposte analoghe fatte in precedenza.

Risultato: alcuni, non avendo capito, faranno obiezioni sbrigative e del tutto incongruenti, quindi difficilissime da contrastare entrando nel merito.

Altri lamenteranno che “non c’è niente di nuovo!”, basandosi sul presupposto fallace che una proposta, per avere valore, debba essere “nuova” nel senso di “inedita”. E non “nuova” nel senso di urgente, strategica, cruciale, (magari in relazione a un annoso problema) e mai messa in atto in precedenza.

Altri ancora, invece, lamenteranno che “è tutto molto astratto!“. Ovvio: è così che funzionano la nostra mente e la progettualità. Prima si concepisce un’azione, poi la si esegue. La cosa da ricordare sarebbe che nulla di concreto può darsi che prima non sia stato immaginato e affinato, appunto, in astratto.

La seconda cosa che può andare storta è questa: molti faranno fatica a sospendere il giudizio fino a quando non avranno esaminato l’intero testo, comprendendolo bene.

Impazienza, presunzione, arroganza, narcisismo: c’è un sacco di “buoni” motivi per giudicare prima di capire fino in fondo.

C’è molto più protagonismo nel bocciare una proposta che nell’approvarla

Inoltre, alcuni giudicheranno il piano solo in base a quanto corrisponde a quello che si aspettavano di trovarci. Altri, in base al fatto che nel piano ci sia o meno qualche rispondenza a un minimo, irrilevante (e spesso del tutto incongruente) interesse individuale.

Altri esprimeranno un giudizio semplicemente campato per aria, per il solo fatto di non avere le competenze necessarie a fare di meglio, e di dover comunque giustificare la propria presenza nel gruppo preposto a giudicare.

Altri ancora, e specie se competenti, giudicheranno il piano insufficiente semplicemente perché non l’hanno prodotto loro, e sono sinceramente convinti (troppo facile, in assenza di prova contraria) che avrebbero saputo far di meglio.

Credere che il piano sia la soluzione
La terza cosa che può andare storta ha a che fare con l’idea che già attivarsi per formulare un piano volto a cambiare le cose basti a cambiare effettivamente le cose.

In altre parole: che il piano stesso sia non un passo preliminare, ma la soluzione. E che mettere poi effettivamente in atto quanto pianificato sia un dettaglio irrilevante.

Poiché, anche in presenza del piano, le cose non sono (ancora) cambiate, ecco che è facile liquidare il piano medesimo come un “mucchio di chiacchiere”.

La quarta cosa che può andare storta è anche la più imbarazzante: c’è molto più protagonismo nel bocciare una proposta che nell’approvarla. Bocciando qualcosa ci si rende centrali nel dibattito e si conquista maggior visibilità a costo zero. E allora, perché non provarci?

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La nostra ottimistica ipotesi di scuola prevede un piano di buona qualità, ma ovviamente non sempre le cose vanno così, e molti piani, specie se affrontano problemi complicati, sono carenti, raffazzonati o confusi.

In questi casi, ovviamente, è molto più facile esprimere un giudizio negativo complessivo che entrare nel merito, salvare quel che c’è di buono e integrare o migliorare il resto. E quindi si ricomincia tutto da capo. E poi si ricomincia un’altra volta. E ancora, e ancora. In sostanza: ci si affanna molto, ma si gira in tondo.

Intanto, qualche finestra di opportunità si è già chiusa, e un pezzetto di futuro è già passato.