13 luglio 2015 16:11

Dopo poche ore dall’annuncio è difficile dire con precisione chi ha perso e chi ha guadagnato di più dal drammatico negoziato tra Alexis Tsipras e i governi della zona euro, con l’aggiunta del Fondo monetario internazionale (Fmi) e della Banca centrale europea (Bce). Solo un consumato decano degli affari europei come Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione, può sostenere che non ci sono né vincitori né vinti.

Per il momento l’accordo scongiura l’uscita della Grecia dalla zona euro (la fatidica Grexit). Non era scontato, ed è una buona notizia: la debolezza dell’economia e le fragili risorse politiche dell’unione monetaria avrebbero amplificato l’incertezza aggravando la vulnerabilità di alcuni paesi, compresa probabilmente l’Italia.

La Grecia riceverà un prestito che sarà dell’ordine di 82-86 miliardi di euro e in questo quadro è probabile un esborso ponte di 12 miliardi per fronteggiare i pagamenti internazionali, il primo dei quali da versare alla Bce (3,5 miliardi tra una settimana). Il prestito deve ancora essere negoziato nei dettagli, ma il solo avvio delle discussioni dà margine alla Bce per proseguire il sostegno finanziario delle banche elleniche, oggi virtualmente in bancarotta.

Adesso la Grecia e i creditori possono aprire una nuova fase, non più segnata dai ricatti reciproci. Questo potrebbe creare le condizioni per far uscire la Grecia dalla situazione di “guerra” in cui si trova: banche chiuse, economia paralizzata, impoverimento progressivo della popolazione.

Non è poco. Dal punto di vista dei contenuti, Tsipras è stato costretto a una netta marcia indietro, visto che ha dovuto accettare gran parte dell’impostazione dell’ex troika su alcuni aspetti decisivi della politica economica e finanziaria: sistema fiscale, pensioni, privatizzazioni, depoliticizzazione dell’amministrazione pubblica. Su molti di questi aspetti aveva chiesto l’opinione dei greci tramite il referendum, ma oggi gli sono stati rispediti al mittente.

Nel frattempo però la situazione è totalmente cambiata: dopo il voto, invece di aumentare, come Tsipras affermava, i margini di manovra di Atene sono risultati molto più stretti. Il fronte tedesco e quello del nord (Paesi Bassi, Slovacchia, stati baltici e una parte della Spagna) ne hanno approfittato pensando che l’uscita della Grecia dall’euro avrebbe risolto la crisi di funzionamento e di legittimità dell’unione economica e monetaria. E che avrebbero potuto non solo vincere la partita, ma stravincere.

Un precedente che segna un’epoca

Mai in un documento ufficiale dell’eurogruppo era apparsa l’opzione “pausa dalla zona euro” (cioè uscita temporanea, time-out). È vero che alla fine è stata tolta, e per questo sono state necessarie 30 ore di durissimo negoziato (prima tra i ministri delle finanze, poi tra i capi di stato e di governo). Ma questo precedente è il segno di un’epoca.

Su questo si è rasentata non solo la rottura del salvataggio della Grecia, ma anche la fine della visione di un’unione monetaria tra pari. Le divergenze tra François Hollande e Angela Merkel si sono rivelate profonde, anche se oggi è più conveniente sminuirle. Chi ha dubbi sul fatto che 19 o più paesi possano marciare compatti con la stessa moneta resta dubbioso anche dopo aver sottoscritto l’accordo di Bruxelles. Chi ha difeso Tsipras (da Hollande a Renzi all’austriaco Faymann) lo ha fatto con armi spuntate, perché non è stato aiutato dalle scelte politiche e negoziali del premier greco. È raro che un leader europeo si metta all’angolo da solo come ha fatto in questi mesi Tsipras.

Quello della fiducia tra i governi si è rivelato il tema principale del negoziato e delle sue conclusioni: i calcoli di Tsipras, su questo, si sono rivelati molto fragili. Il leader greco pensava che la paura dell’uscita dall’euro gli avrebbe garantito la vittoria. Non è stato così, e lo dimostra il fatto che ha dovuto cedere su una questione per lui (e per tutti altri) importantissima: la sovranità nazionale (o quel che resta di essa).

Tra le misure che le autorità greche dovranno adottare secondo il documento finale dell’eurosummit c’è anche questa: “Normalizzare pienamente i metodi di lavoro con le istituzioni, anche per quanto riguarda i lavori necessari da svolgere in loco ad Atene, al fine di migliorare l’attuazione e il controllo del programma. Il governo deve consultare le istituzioni e convenire con esse tutti i progetti legislativi nei settori rilevanti con adeguato anticipo prima di sottoporli alla consultazione pubblica o al parlamento”.

È il commissariamento totale della politica nazionale, che non mancherà di produrre conseguenze politiche difficili da gestire. Ma è stato un passo indietro inevitabile, data la totale assenza di fiducia della maggior parte dei governi nei confronti di Atene

Che lo si ammetta o no, questo è il ritorno del modello della troika, la vigilanza preventiva ed ex post dei creditori ritorna agli antichi albori. È il commissariamento totale della politica nazionale, che non mancherà di produrre conseguenze politiche difficili da gestire. Ma è stato un passo indietro inevitabile, data la totale assenza di fiducia della maggior parte dei governi nei confronti di Atene.

Entro mercoledì Tsipras dovrà trovare i voti in parlamento per tradurre in legge gli impegni, altrimenti il negoziato sul prestito non comincerà neppure. Anche questa è una conseguenza della pressocché totale mancanza di fiducia da parte dei creditori. Se dovrà allargare la maggioranza, visto che la sua difficilmente resterà compatta, è un problema solo suo. I creditori lo aspettano al varco.

Tsipras ha ottenuto un impegno dei governi europei sull’aspetto che più gli premeva: l’alleggerimento del debito. L’eurogruppo è pronto a esaminare la concessione di periodi più lunghi di pagamento e di “grazia”. Ma “tali misure saranno subordinate alla piena attuazione dei provvedimenti da concordare in un nuovo programma e saranno considerate dopo il primo riesame del programma”, se questo sarà completato positivamente.

Evidentemente Tsipras ritiene che l’ammontare di questo ulteriore “sconto” controbilanci le concessioni che ha dovuto fare: il Fondo monetario internazionale ha proposto il raddoppio della scadenza media dei prestiti a 60 anni, circola l’idea di un tasso d’interesse allo 0,50 per cento contro l’1,50 attuale. Si vedrà.

Quanto al futuro dell’unione monetaria, non è chiaro se l’intesa faciliterà un confronto serio sulla scelta di procedere o meno verso una maggiore integrazione per evitare crisi “greche”. L’impressione è che le cose resteranno a lungo come sono. Con il rischio che un’altra crisi riproponga di nuovo lo scenario di una “exit”.