Le indagini sugli attentati di Parigi

François Hollande a Parigi, in Francia, il 14 novembre 2015.

Il mondo contro i terroristi dello Stato islamico

François Hollande a Parigi, in Francia, il 14 novembre 2015.
16 novembre 2015 09:33

La risposta è arrivata immediatamente. Il tono, le parole, l’atteggiamento: nella notte di venerdì è apparso evidente che François Hollande meditava una risposta tempestiva e massiccia ai crimini che hanno stravolto la Francia. Domenica sera questa risposta è arrivata.

Con dodici aerei impegnati, l’aviazione francese ha colpito Raqqa, roccaforte dello Stato islamico in Siria. Gli obiettivi selezionati sono due: un campo d’addestramento e una postazione di comando che ospita un centro di reclutamento jihadista e un deposito di armi e munizioni. È stata una prima scarica, e di sicuro non sarà l’ultima. La portaerei Charles de Gaulle salperà infatti da Tolone il 18 novembre alla volta delle coste siriane e sarà operativa entro due settimane.

Ovunque si percepisce un cambio netto dell’atmosfera

Gli aerei francesi impegnati nella regione passeranno così da dodici a trentasei, intensificando gli attacchi contro lo Stato islamico grazie ai voli di ricognizione francesi effettuati da settembre ma anche allo scambio di informazioni appena concordato tra Parigi e Washington.

Prima degli attacchi di domenica, effettuati “in collaborazione con gli Stati Uniti”, il ministro della difesa francese e il suo collega americano si sono parlati a lungo al telefono programmando “misure concrete” contro lo Stato islamico. Ma non è tutto.

Arrivati alla vigilia del terzo vertice di Vienna sulla Siria e della riunione del G20 in Turchia, gli attentati di Parigi hanno provocato più che uno shock in tutte le grandi capitali. Ovunque si percepisce un cambio netto dell’atmosfera.

L’urgenza di mettere fine alla guerra in Siria

A margine del G20 Barack Obama e Vladimir Putin si sono parlati per oltre mezz’ora, un incontro che non era previsto e durante il quale i due capi di stato hanno ammesso l’urgenza di un cessate il fuoco in Siria e di una transizione politica sotto l’egida della Nazioni Unite.

Nella sostanza non c’è niente di nuovo, ma è la prima volta che il presidente statunitense e quello russo si sono messi d’accordo di persona e pubblicamente sugli obiettivi prioritari. A questo punto sembra che le grandi capitali siano pronte a mettere da parte le divergenze sul futuro di Bashar al Assad per concentrarsi sulla ricerca di un compromesso in Siria, rinviando il problema del dittatore e trovando il modo di farlo uscire di scena senza che nessuno perda la faccia, unendo nel frattempo le forze per combattere i jihadisti dello Stato islamico.

Questo nuovo approccio è emerso a Vienna ma anche dagli appelli concomitanti rivolti dal primo ministro britannico e dal presidente polacco del Consiglio europeo a Putin affinché smetta di attaccare l’opposizione siriana e colpisca solo lo Stato islamico, di comune accordo con americani ed europei. Qualcosa sta cambiando, e questo cambiamento è stato sicuramente accelerato dagli attentati di Parigi.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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