Cacciato dagli americani nel 1966, Kwame Nkrumah è stato per così dire vendicato dalle Black Stars del Ghana, che hanno eliminato gli Stati Uniti. Ma se tornasse in vita, l’autore di L’Africa deve unirsi sarebbe orgoglioso di vedere il suo paese simboleggiare il panafricanismo.

Tutto il continente ha festeggiato la qualificazione del Ghana ai quarti di finale, anche se in altri momenti l’Africa non è certo un modello di fratellanza umana e armonia tra i popoli e i paesi.

Però il sentimento di solidarietà tra africani viene dal cuore. Anch’io, in questi ultimi giorni, mi sono emozionato per i “nostri” rappresentanti al Mondiale e so bene che si tratta di una particolarità africana. Europei, latinoamericani e asiatici s’interessano solo alle loro nazionali.

La solidarietà africana non è certo un male, però rischia di limitare le nostre ambizioni invece di stimolarle. Su sei paesi, uno solo è al secondo turno e se arriverà in semifinale, questo basterà a renderci felici. L’euforia suscitata dal Ghana è simpatica ma non deve far dimenticare che questo Mondiale è stato un disastro e non deve impedirci di fare un esame di coscienza. E se il nostro problema fosse soprattutto un curioso miscuglio di sciovinismo e di complesso di inferiorità? E l’Africa, anche se continua a urlare ai quattro venti di essere orgogliosa di se stessa, non la smette di disprezzare i suoi calciatori che giocano in campionati locali che nessuno prende sul serio.

*Traduzione di Andrea De Ritis.

Internazionale, numero 853, 2 luglio 2010*

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