16 maggio 2020 16:00

Nel bel mezzo della pandemia di covid-19, il presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha deciso di far sprofondare il paese in una crisi politica. Il 16 aprile ha destituito il ministro della salute, Luiz Mandetta, anche se era apprezzato dall’opinione pubblica. E il 24 aprile ha spinto alle dimissioni anche il ministro della giustizia Sérgio Moro, il più popolare del governo, noto per aver condotto da magistrato l’inchiesta anticorruzione lava jato, che ha portato alla condanna di alcuni ex presidenti latinoamericani. Le dimissioni di Moro, accompagnate da un messaggio in televisione, sono state la notizia principale insieme all’aumento delle vittime della pandemia. Dall’inizio dell’emergenza Bolsonaro ha sottovalutato gli effetti del covid-19. Quando ha cacciato Mandetta, il 76 per cento degli intervistati dall’istituto di sondaggi Atlas ha disapprovato. Ora lo scontro con uno dei personaggi più amati dalla destra ha scatenato un acceso dibattito pubblico.

Si avvicinano tempi difficili per Bolsonaro. Moro aveva minacciato di abbandonare il governo se Maurício Valeixo, il suo braccio destro a capo della polizia federale, fosse stato rimpiazzato. Il presidente ha destituito Valeixo il 24 aprile, e Moro ha mantenuto la parola. Il giorno stesso ha convocato una conferenza stampa in cui annunciava le sue dimissioni, aggiungendo che Bolsonaro stava facendo pressioni per avere accesso a rapporti dell’intelligence e agli atti delle inchieste in corso. Secondo Moro, il presidente ha cercato d’interferire nelle inchieste aperte contro tre dei suoi figli: l’assessore Carlos Bolsonaro, il deputato Eduardo Bolsonaro (entrambi accusati di aver diffuso notizie false) e il senatore Flávio Bolsonaro (per i legami con i paramilitari di Rio de Janeiro).

Molti cittadini ora hanno paura di morire a causa delle scelte sbagliate del presidente

Alcuni giorni dopo il supremo tribunale federale ha accettato la richiesta della procura di aprire un’inchiesta sulle denunce di Moro, che comporterebbero sei capi d’accusa contro Bolsonaro. Con le morti per il coronavirus in aumento, l’economia ferma, una campagna anticorruzione sempre meno credibile e i figli al centro di inchieste giudiziarie, Bolsonaro vive il suo momento peggiore. E non è finita: Moro continuerà a essere un protagonista della vita politica. Chi non lo detesta considera l’ex magistrato un paladino contro l’impunità. Un sondaggio svolto tra il 24 e il 26 aprile indica che la maggioranza dei brasiliani è favorevole alla destituzione di Bolsonaro. L’impopolarità del presidente ha raggiunto il 64,4 per cento. Forse ora i brasiliani hanno capito che la sua ideologia di opposizione alla scienza, agli intellettuali e alla democrazia ha conseguenze reali.

Molti cittadini convinti che Bolsonaro avrebbe affrontato l’establishment ora hanno paura di morire a causa delle scelte sbagliate del presidente. Nel frattempo la popolarità di Moro è salita al 57 per cento. Con questo capitale politico, Moro non è più solo un ministro destituito, ma un potenziale rivale di Bolsonaro alle elezioni del 2022. La sinistra invece rimane ai margini del dibattito.

Quando ha annunciato le dimissioni, Moro ha detto che i governi di Lula da Silva e di Dilma Rousseff, nonostante le denunce, avevano rispettato l’indipendenza del ministero della giustizia e della polizia federale. È stato strano sentirlo lodare quei governi che, come giudice, aveva perseguito severamente. Ed è ironico che sia uscito dall’esecutivo di cui faceva parte perché il presidente non ci ha pensato due volte a interferire con la giustizia per proteggere i figli. In realtà Moro avrebbe dovuto abbandonare il governo molto prima. Ha taciuto davanti a ogni gesto antidemocratico del presidente e ha ignorato le accuse di corruzione contro la sua famiglia. Dovrebbe prima di tutto spiegare perché ha accettato di fare il ministro di Bolsonaro. Come giudice dell’inchiesta lava jato, usando metodi discutibili, Moro ha contribuito a far aumentare il sentimento antipolitico che ha aiutato Bolsonaro a vincere. Accettando la carica di “superministro”, è entrato in un governo antidemocratico.

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Per alcuni le dimissioni di Sérgio Moro sono l’inizio della fine del governo Bolsonaro. Ma lo stesso giorno il presidente si è lanciato nelle braccia del centrão, un gruppo di partiti senza un’ideologia precisa e con grande sete di potere. Nonostante la crisi di popolarità, questa alleanza poteva dargli un attimo di sollievo. Eppure ancora una volta Bolsonaro è riuscito a non sabotarsi da solo: quando gli hanno chiesto di rendere conto delle più di cinquemila vittime della pandemia in Brasile ha risposto: “E quindi?”.

Per ora il parlamento non sembra disposto ad affrontare un secondo impeachment in meno di quattro anni. Non farebbe che inasprire la crisi. Se Bolsonaro avesse senso dello stato, dovrebbe dimettersi. Visto che non lo farà, possiamo sempre contare sulla sua capacità di far sprofondare il Brasile sempre più in basso. Nel frattempo Moro aspetterà il momento migliore per svelare le sue ambizioni politiche.

(Traduzione di Francesca Rossetti)

Questo articolo è uscito sul numero 1357 di Internazionale. Compra questo numero|Abbonati