Gli operai cinesi riscoprono i loro diritti

04 maggio 2015 17:49

A più di trent’anni dall’inizio delle riforme di mercato, gli operai cinesi riscoprono i loro diritti. Non ci sono dati ufficiali, ma secondo il China Labour Bulletin, un’organizzazione non governativa di Hong Kong impegnata nella difesa dei diritti dei lavoratori cinesi, gli scioperi e le proteste collettive dei lavoratori dall’inizio dell’anno sono stati già 650, mentre nello stesso periodo del 2014 erano stati 202. Una crescita impressionante soprattutto se si paragonano lassi di tempo più ampi: 1.214 nel 2014, contro i 656 del 2013 e i 185 del 2011.

Il punto è che l’economia cinese cresce meno velocemente e sta cambiando. E anche i lavoratori non sono più quelli di una volta. Secondo un recente rapporto dell’ufficio nazionale di statistica, la forza lavoro è più vecchia, istruita e costosa di quella degli anni precedenti. L’età media ha superato i 38 anni, e il salario mensile è arrivato a più di 400 euro. E il 24 per cento ha un diploma di scuola superiore o addirittura una laurea. Ma il lavoro è sempre meno.

I piccoli e medi imprenditori che hanno fatto fortuna con la Cina “fabbrica del mondo” lamentano il venir meno delle condizioni che gli hanno permesso di fare fortuna. Oggi le amministrazioni locali chiedono più tasse e gli operai sono meno “flessibili”. Anche per questo sempre più imprenditori scommettono sul lavoro meccanizzato. Quest’anno il governo del Guangdong ha annunciato che nei prossimi tre anni investirà 135 miliardi di euro per sostituire gli operai con i robot. E secondo un sondaggio condotto tra i lavoratori della Foxconn all’inizio di quest’anno più del 30 per cento degli operai teme che le macchine gli ruberanno presto il lavoro.

Nel frattempo nascono gruppi che si organizzano per portare avanti autonomamente le lotte sindacali e sempre più spesso hanno come rappresentanti ex operai che conoscono bene il clima e i problemi del lavoro in fabbrica. Un fenomeno in aumento soprattutto nella ricca regione sudorientale del Guangdong, dove si registra più del 20 per cento di tutte le proteste e un crescente clima di attacchi e intimidazioni ai danni degli attivisti.

Secondo l’ong di Hong Kong questo dimostrerebbe l’incapacità dell’unico sindacato legalmente riconosciuto in Cina (la Federazione dei sindacati di tutta la Cina o Acftu) che non riesce a far rispettare i diritti sanciti da una legge del 1995: giusto compenso, riposo garantito, un numero stabilito di ore di straordinario e, soprattutto, possibilità di negoziazioni di gruppo.È una nuova gatta da pelare per il Partito comunista e il suo presidente Xi Jinping, che in occasione delle celebrazioni del primo maggio ha definito i lavoratori “forze fondamentali” dello sviluppo politico ed economico del paese e ha sottolineato l’importanza del sindacato nel rapporto tra operai e partito.

Forse si è reso conto che è arrivato il momento di ripensare l’economia e il mercato del lavoro prima che scompaia anche in Cina. Ma al momento le soluzioni non sembrano diverse da quelle trovate in occidente: automazione e delocalizzazione. Condizioni che anche gli operai cinesi non sembrano più disposti ad accettare.

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