Sono 431 le vittime del naufragio nel fiume Yangtze, in Cina

Una nave da crociera, chiamata Dongfangzhixing (Stella d’oriente), è stata colpita da una tempesta il 1 giugno e si è rovesciata

Perché Pechino censura il naufragio sullo Yangtze

04 giugno 2015 16:19

Com’è possibile che una nave con 465 persone a bordo si sia rovesciata tanto velocemente da non lasciare il tempo di dare l’allarme o chiedere aiuto? Perché, se le cause sono da rintracciare nel maltempo che ha colpito il tratto del fiume Yangtze dove si trovava l’imbarcazione, nessun altro battello nei dintorni ha riportato danni? E come si spiega tanto ritardo nell’avvio dei soccorsi?

Semplici domande a cui non sarà facile dare una risposta. Il dipartimento della propaganda ha chiesto ai giornalisti cinesi di lavorare solo sulle notizie ufficiali rilasciate dall’agenzia di stampa governativa Xinhua. I reporter stranieri sono stati accompagnati in gruppo sulla scena del disastro e non hanno potuto fare inchieste indipendenti. Ma prima che la macchina con cui il partito controlla l’informazione si attivasse, un quotidiano locale ha fatto in tempo a ottenere un documento che attestava che i soccorsi sono cominciati con quasi due ore e mezzo di ritardo.

Potrebbero esserci spiegazioni plausibili per tutto, ma ormai la macchina della propaganda è partita: i giornalisti sono chiamati a documentare solo il mastodontico impegno di uomini e mezzi che il governo ha mobilitato per i soccorsi. Il risultato sono prime pagine dei giornali molto simili tra loro e la rabbia dei familiari delle vittime che non riescono a ottenere informazioni (solo 14 persone sono state tratti in salvo) . “Invece di assisterci, ci trattano come nemici”, ha commentato uno di loro.

All’inizio degli anni duemila, la comparsa di molti blogger indipendenti aveva fatto sperare nella possibilità di un giornalismo più libero. I più coraggiosi sono finiti in carcere. Gli altri hanno smesso di scrivere. Tra il 2010 e il 2011, l’avvento dei social network (tra tutti Weibo, il twitter cinese) aveva costretto l’informazione ufficiale a confrontarsi con il citizen journalism, grazie al quale in pochi secondi notizie che prima sarebbero state tenute nascoste raggiungevano centinaia di milioni di persone. Nel 2011, quando 40 persone sono morte nel deragliamento di un treno ad alta velocità (fiore all’occhiello del governo di Pechino), le foto e le informazioni messe in circolazione dai sopravvissuti tramite i loro cellulari hanno preceduto la censura, e le autorità non sono riuscite a insabbiare l’incidente. Ma Xi Jinping ha fatto della “sovranità sulla rete” un interesse nazionale.

Il punto è sempre lo stesso. Per il partito l’informazione è uno degli strumenti per educare le masse. Non si tratta solo di censurare argomenti scomodi. Nelle redazioni dell’ex impero di mezzo è normale che quello che gli anglosassoni chiamano newsworthiness sia un processo guidato dall’alto che tiene in considerazione soprattutto gli obiettivi di chi guida il paese. E in soli due anni Xi Jinping ha dimostrato di voler guidare la Cina con le stesse redini che usava Mao.

Dopo aver costretto tutti gli opinionisti a fare pubblica ammenda in tv, il governo ha stabilito che per un’opinione condivisa più di 500 volte sui social network si rischiano tre anni di carcere. “Libertà significa ordine”, ha provato a spiegare (parafrasando Bernard Shaw) il ministro dell’ufficio statale per l’informazione su internet Lu Wei. Ma gli internauti hanno semplicemente abbandonato Weibo per trasferire i loro interventi di carattere politico sui gruppi chiusi di WeChat, un sistema di messaggi istantanei per alcuni aspetti simile a WhatsApp. Oggi WeChat ha quasi 600 milioni di utenti attivi, ma ormai neanche lì ci si sente più al sicuro.

Il 4 giugno di 26 anni fa l’esercito popolare di liberazione sparò sul popolo cinese per la prima e unica volta in sessant’anni. “Dal 1989 la società cinese è quella che è cambiata più velocemente al mondo. Ma politicamente è congelata a 26 anni fa”, ha scritto un commentatore per ricordare Tiananmen. Allora il Partito comunista strinse un patto faustiano con i cittadini cinesi: nessuno ricordi e tutti vivremo meglio. La sfida era quella di trasformare la massa in consumatori prima che reclamassero il diritto di essere trattati da cittadini. Per ora il partito sembra in vantaggio, ma una corretta informazione potrebbe cambiare le cose. O far sprofondare il paese nel caos. Dipende dai punti di vista.

pubblicità

Articolo successivo

Mobilità femminili
Pier Andrea Canei