26 febbraio 2003 00:00

Speravo proprio che piovesse a dirotto durante la manifestazione per la “pace” del 15 febbraio. Perché? Esattamente una settimana prima, nell’Iraq del nord, un ministro del governo autonomo curdo era stato violentemente trucidato da un manipolo di cloni di bin Laden che si fa chiamare Ansar al-Islam. Con la scusa di una tregua, Shawkat Mushir è stato attirato in un’imboscata infame e lui e diversi innocenti – compresa una bambina di otto anni – sono stati assassinati. In questa zona dell’Iraq la guerra è già in atto, e a combatterla è un governo curdo eletto democraticamente, che ha un sistema multipartitico, ventuno giornali, quattro giudici donna e una costituzione laica. In questa regione di un paese altrimenti disgraziato e terrorizzato, il ricavato delle vendite di petrolio viene speso per costruire scuole, strade e ospedali, e non per mantenere un’oligarchia militare parassitaria e crudele.

Secondo me, questi curdi coraggiosi e i loro amici dell’opposizione irachena stanno lottando e morendo per noi – e tengono a bada i nostri nemici. Nei tanti anni in cui sono stato di sinistra, la causa dell’autodeterminazione del Kurdistan era ai primi posti nella lista delle priorità e delle questioni di principio – i curdi sono molto più numerosi dei palestinesi e sono i più decisi combattenti per la democrazia della regione.

Sarebbe stato meraviglioso se a Londra centinaia di migliaia di persone si fossero riversate a Hyde Park per esprimere la loro solidarietà a una delle più importanti lotte per la libertà in corso nel mondo. Invece hanno chiesto che a Saddam fosse concesso di tenersi più dei cinque sesti dell’Iraq come camera di tortura personale. In nessuna lingua ci sono parole per descrivere questa vergogna e questa infamia. Lo scorso autunno, quando sono andato all’ultima di queste manifestazioni per la “pace” a Hyde Park, ho scoperto che era piuttosto facile distinguere tra due tipi di persone: chi sapeva quello che faceva e chi non lo sapeva. All’interno del primo gruppo – promotori e organizzatori – c’era un gruppetto facilmente riconoscibile di sgangherati pseudomarxisti che, in fondo al cuore, provano nostalgia per i vecchi tempi del partito unico e sotto sotto considerano Saddam un antimperialista. Erano affiancati da un numero impressionante di fondamentalisti islamici che ripetono gli slogan della guerra santa, ma a cui non importa un accidenti delle sofferenze che Saddam infligge ai loro correligionari. Poi veniva il sincero e confuso esercito di cartapesta dei buoni, quelli per cui dire “la pace è meglio della guerra” è già un valido argomento. Resto sempre colpito da questi ingenui inossidabili.

Sangue in cambio di petrolio

Nelle ultime settimane, ogni argomento fasullo dei pacifisti è crollato come un aereo in fiamme. Sissignori, temo proprio che ci siano agenti di bin Laden rifugiati a Baghdad. Sì, bin Laden sembra pensare che quella di Saddam sia, con qualche riserva, il tipo di causa che un fascista musulmano dovrebbe appoggiare. Sì, esistono armi e sistemi che Saddam aveva giurato di non avere. Sì, mi dispiace dirvelo così, ma il regime iracheno ha uno speciale reparto di polizia che ispeziona gli ispettori. E – tenetevi forte – Saddam deve diversi miliardi di dollari ai francesi per l’aiuto che gli hanno dato in passato fornendogli gli strumenti di aggressione contro Iran, Kuwait e Kurdistan. Anche il governo russo sta cercando di stipulare contratti redditizi sul mercato iracheno, e gli vengono concessi per ringraziarlo dell’atteggiamento ambiguo assunto alle Nazioni Unite. Scusate, compagni, ma questo si chiama “sangue in cambio di petrolio”. Ora, ammetto che in quella regione l’esperienza di trovarsi dalla parte giusta è una novità per Washington (e anche per Londra). E bisogna stare attenti che l’idea del “cambiamento di regime” non venga sfruttata e poi messa da parte dalle forze della coalizione. Ma bisogna fare una netta distinzione tra quelli che hanno appreso dai crimini e dagli errori commessi in passato nei confronti di Saddam, e quelli che non hanno imparato nulla.

L’ultima volta, i pacifisti volevano risparmiare il governo dei taliban. E la volta precedente il regime di Slobodan Milosevic. Grazie al cielo questo tipo di opinioni non conta più, per quanto numerose siano le persone convinte di averle. Presto il popolo iracheno avrà la possibilità di esprimere la propria opinione, che sarà più interessante e complessa di questi striscioni facili che ci hanno già annoiato. Volevo disperatamente che piovesse a dirotto sulla manifestazione del 15 febbraio.

Una bella pioggia fitta sui giusti e sugli ingiusti, e un po’ di pioggia e grandine sugli sciocchi che si lasciano guidare dai più sinistri.

*Traduzione di Bruna Tortorella.

Internazionale, numero 477, 28 febbraio 2003*