31 maggio 2012 00:00

Cosa suggeriresti a un figlio quasi trentenne se volesse lavorare come fotogiornalista? –Domiziano

Se un giorno mia figlia venisse a dirmi di essersi innamorata di un reporter, cadrei nel panico. Assetati di adrenalina, pieni di sé e della loro passione, con l’urgenza di rincorrere le notizie, spesso le più drammatiche. Un tempo l’incubo del padre della sposa era l’avanzo di galera, oggi è il fotoreporter.

L’unica cosa peggiore sarebbe che mia figlia venisse a dirmi di voler fare lei la reporter. Ok, i miei anni come redattore forse mi fanno drammatizzare: se passi la giornata seduto a scrivere titoli e a riscrivere pezzi, quei pazzi che corrono per il mondo con la macchina fotografica diventano automaticamente il nemico. Ma cos’hanno da correre? Non ce l’hanno una famiglia?

Poi però c’è la storia di Pietro, uno scugnizzo di Piano di Sorrento che da piccolo incontravo durante le vacanze di Pasqua. Poi è andato a studiare a Napoli e ha deciso di fare il reporter. Ha cercato un contratto e non l’ha trovato. È partito da solo con la sua macchina fotografica, gettando la madre nel panico. Ha insistito, ha fotografato. Poi, quasi trentenne, è arrivato in Iran e ha scattato la foto che ha vinto il World press photo 2010. Senza neanche lavorare ancora per un’agenzia. Altro che le mie fantasie malate sui fotoreporter. La risposta migliore per mia figlia sarebbe la storia di Pietro Masturzo.

Internazionale, numero 951, 1 giugno 2012