È ora di andar via dall’Afghanistan

26 febbraio 2010 12:28

I marines statunitensi, i soldati britannici e l’esercito afgano stanno per entrare nella città afgana di Marjah. Ci sono già stati molti morti, e altri ce ne saranno. Così è la guerra. Non sono un pacifista, ma penso che questa sofferenza debba avere uno scopo. I motivi di questa escalation del conflitto in Afghanistan, però, sono contrari a ogni logica.

Durante la campagna per le presidenziali del 2008, Barack Obama aveva accusato l’amministrazione Bush di aver concentrato troppe risorse sull’Iraq, togliendole all’Afghanistan. E quando è stato eletto ha dovuto mantenere la promessa di cambiare strategia.

Tutti quelli che hanno criticato aspramente la guerra in Iraq, me compreso, hanno sottovalutato la capacità dei vertici dell’esercito statunitense di trovare una nuova strategia per vincere militarmente e per ottenere il sostegno della popolazione. Certo, l’accordo del generale David Petraeus con i baathisti – che ha portato alla decisione di un gruppo di leader sunniti di collaborare con gli Stati Uniti e con il governo sciita di Baghdad – avrebbe potuto essere siglato uno o due anni prima. Ma quando Petraeus e i suoi colleghi del Pentagono sostenevano che la loro strategia avrebbe funzionato avevano ragione, e gli scettici come me avevano torto.

Che ci facciamo lì?

Allora, che sono andati a fare esattamente i soldati americani in Afghanistan? Anzi, come direbbero i militari: quale obiettivo finale sperano di raggiungere? La democrazia? Neanche i neoconservatori ci credono più. Un governo stabile e un ritorno all’armonia nazionale? Con Hamid Karzai e i trafficanti di droga che governano le province spalleggiati da signori della guerra uzbeki e tagiki, è ridicolo anche solo pensarlo. Una condivisione del potere con i taliban più “moderati”?

Non si vede perché dovrebbero essere disposti a trattare se stanno vincendo. E allora che farà l’esercito statunitense? L’anno prossimo invaderà il Belucistan e occuperà la città pachistana di Quetta? Se vuole davvero vincere, forse dovrebbe farlo. Dopotutto il mullah Omar si trova quasi sicuramente proprio lì.

Una vittoria provvisoria nella provincia di Helmand significherà ben poco se i taliban manterranno la loro struttura di potere e di controllo dall’altro lato del confine pachistano. E anche presumendo che i pachistani intendano ridurre il loro tacito appoggio ai ribelli, i taliban non sono un’organizzazione criminale statunitense, e neanche un movimento politico che si è trasformato in un’organizzazione criminale come le Farc colombiane.

L’unica via d’uscita

Che ci piaccia o meno, sono un vero movimento politico. Al Capone e il leader delle Farc Tirofijo forse erano insostituibili. Ma i capi taliban no. E per i pachistani il nemico principale rimane l’India, e la loro spina nel fianco il Kashmir. In poche parole, quello che dal punto di vista tattico sarebbe essenziale per avere qualche speranza di sconfiggere i taliban, strategicamente e politicamente è una follia.

Gli Stati Uniti non possono vincere senza intensificare il conflitto, andando ben oltre gli attacchi con i droni e le operazioni di commando. Ma dato che non possono invadere il Pakistan, il miglior risultato che possono ottenere è non perdere. Neanche questo sarà facile e in ogni caso costringerà gli americani a rimanere in Afghanistan a lungo, qualunque cosa abbia in mente il presidente Obama quando dice che nel 2011 comincerà a ritirare le truppe.

Durante un discorso che ha tenuto pochi giorni fa a Filadelfia, il generale David Petraeus ha raccontato di aver fatto un viaggio in macchina con sua moglie per andare a trovare il figlio, che studia all’Mit di Boston. Lungo la strada ha visto un cartellone che diceva: “Sostenete le nostre truppe. Riportatele a casa subito”. Petraeus ha ricordato di aver detto alla moglie: “Hanno ragione al 50 per cento. Bravi”.

Tutti a casa

Il cantante folk Pete Seeger ha ormai novant’anni, e la sua voce è diventata esile, ma Bring’em home, riportateli a casa, la ballata contro la guerra che compose ai tempi del Vietnam, è ancora uno dei suoi pezzi più belli e anche Bruce Springsteen l’ha suonata ai suoi concerti. Le parole sono semplici, la musica ricorda più un inno sacro che una canzone popolare. Il fatto che non sia più molto conosciuta dimostra che i mezzi d’informazione tendono a minimizzare l’opposizione alla guerra che c’è negli Stati Uniti.

So bene che molte cause sbagliate hanno prodotto meravigliose canzoni, come ci insegna la triste storia dell’Irlanda. Ma che diavolo ci fanno gli americani in Afghanistan e Pakistan? Vale la pena di uccidere e morire in quella regione del mondo selvaggia e disperata? È come se avessimo dimenticato che nessuno ci obbliga a rimanere lì: la nostra è una scelta politica e strategica e, in questo caso, è la scelta sbagliata.

Proseguendo in questa impresa insensata, non garantiamo la sicurezza degli Stati Uniti: la compromettiamo ulteriormente. Con tutto il rispetto per il generale Petraeus, il cartellone che lui e sua moglie hanno letto dall’auto aveva ragione al 100 per cento, non al cinquanta.

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Pier Andrea Canei
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