Sulle tracce dei ghiacciai

Il fotografo Fabiano Ventura sta documentando lo scioglimento di alcuni dei più importanti ghiacciai del mondo, confrontando le immagini di oggi con quelle realizzate un secolo fa. Compie spedizioni sui ghiacciai insieme a un comitato scientifico e riproduce fedelmente le foto fatte dagli esploratori tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento. Questo è il suo diario dalla Patagonia.

Il monte Fitz Roy, al confine tra il Cile e l’Argentina, marzo 2016.

In cima al monte Fitz Roy, in Patagonia

Il monte Fitz Roy, al confine tra il Cile e l’Argentina, marzo 2016.
03 maggio 2016 19:32

Quarta tappa del diario fotografico, in Argentina. Prima tappa, seconda tappa, terza tappa.

La nostra avventura comincia da El Chaltén, un piccolo paese nel parco nazionale Los Glaciares, in Argentina. Alejandro Caparrós, direttore del parco, mi offre la possibilità di usare un piccolo rifugio come base logistica durante il viaggio verso il monte Fitz Roy. Al rifugio Blanco mi accompagnano due ragazze che lavorano come guardaparco. Una di loro ha già scalato il monte Fitz Roy tre volte!

Il rifugio Blanco, marzo 2016.

La mattina dopo, insieme a due guardaparco, partiamo per la vetta del Cerro Polo, una montagna dalla quale cercherò di scattare una foto panoramica del Fitz Roy come quella di Alberto De Agostini.

Salendo verso il Cerro Polo, marzo 2016.

Arrivati sotto la vetta cerco il punto da cui scattare l’immagine, guardando le foto storiche e spostandomi per trovare l’esatta sovrapposizione delle creste delle montagne. Dopo lunghe ricerche, trovo delle rocce che mi confermano di aver ritrovato lo stesso punto dello scatto. Monto velocemente la macchina fotografica e comincio a scattare, perché il monte Fitz Roy potrebbe coprirsi di nuvole in qualsiasi momento.

Fabiano Ventura scatta le foto al monte Fitz Roy, come nell’immagine di Alberto De Agostini.

Dal confronto tra l’immagine storica e la vista attuale di fronte a me, è evidente come la parte terminale del ghiacciaio Blanco abbia perso diverse centinaia di metri. Dalla fotografia storica, infatti, si vede la fronte del ghiacciaio che occupa almeno mezza laguna mentre ora si è scoperta un’enorme parete di roccia. Il luogo è immenso, dalla fotografia è difficile capire le dimensioni reali di queste valli e montagne. Per fare solo un esempio, la quota del fondovalle è di 600 metri mentre la vetta del Fitz Roy è di 3.405 metri.

Il tempo previsto è buono, per cui decido di scendere al rifugio e di tentare il giorno seguente la salita del monte Loma de las Pizzarras. Scelgo di salire lungo un ripido canale intagliato nel bosco dalle frane che mi permetterà un accesso rapido a una cresta diretta alla vetta, contrariamente al percorso suggerito dal guardaparco Julien Esperanza che mi indica una cresta molto più lunga.

Il percorso che ho scelto si rivela il più diretto, ma il primo canale è impraticabile, troppo ripido e pericoloso. Il terreno sotto ai nostri piedi cede continuamente. Per evitarlo siamo costretti a infilarci nel bosco e procedere a volte aggrappandoci ai rami degli alberi. Dopo circa un’ora arriviamo sulla parte alta del canale, lo attraversiamo e ci dirigiamo verso la ripida cresta che su massi instabili ci porterà in vetta.

La vista è mozzafiato, da un lato possiamo ammirare l’imponente sequenza di guglie granitiche del monte Fitz Roy con i laghi glaciali di colore verde azzurro e dall’altro il deserto argentino con il lago Viedma.

I monti Fitz Roy e Aguja Poincenot e altre guglie, marzo 2016.

Dopo aver ripetuto la fotografia storica di Alberto De Agostini mi dedico a scattare qualche immagine di quel paesaggio meraviglioso, realizzando anche una panoramica a 360°.

A sinistra il monte Fitz Roy fotografato da Alberto De Agostini nel 1945 (museo Borgatello); a destra fotografato da Fabiano Ventura nel 2016.

Il giorno successivo, dopo tredici chilometri raggiungiamo il Mirador Maestri con vista stupefacente sul Cerro Torre. Il ghiacciaio Torre è evidentemente arretrato frontalmente e ha perso moltissimo del suo spessore. Nel 2005 mi ricordo che il ghiacciaio toccava quasi le rocce presenti nella laguna, invece oggi, in soli dieci anni, sembra essere arretrato di almeno 50 metri.

In 3 giorni ho salito quasi quattromila metri, camminato per oltre 60 chilometri e ho scattato ben cinque fotografie sulla base di quelle di De Agostini. È stata dura, ma la fatica è stata ricompensata ampiamente.


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