Contenuti irrinunciabili

28 ottobre 2013 15:12

Sono fieramente contrario alla settimana della cultura scientifica. Quando mi invitano ovviamente ci vado, ma dico subito che non sono d’accordo. Per me è come il giorno della donna: una volta celebrato, ci sono 364 giorni dell’uomo. Per una settimana si ammette la scienza nel dominio della cultura, ma le restanti 51 settimane la Cultura è ben altro.

Nel nostro paese la scienza è guardata con diffidenza. La colpa è anche degli scienziati, che spesso parlano astruso e non si fanno capire, per farsi belli con i colleghi e fare sfoggio di erudizione. Meno si capisce e più aumenta il prestigio.

Ma, da noi, il problema è maggiore che in altri paesi. Dipende dai programmi scolastici, specchio di una cultura dominante che vede l’umanesimo come forma alta di sapere e confonde la scienza con la tecnica. L’uomo è al centro di tutto, e si concentra su se stesso, quello che sta “fuori” (la natura) è solo una cornice. È un errore filosofico madornale.

Senza la natura non siamo niente. Prima di tutto perché moriremmo in pochi secondi. La vigente concezione di cultura assegna valore assoluto a una sola scienza: la matematica (che non è una scienza). Ricordo un bel libro con il confronto tra umanesimo e scienza, intitolato

Contare e raccontare: dava per scontato che la scienza conti e l’umanesimo racconti. Il libro è bello ma sono assolutamente in disaccordo, anche perché ho pagato sulla mia pelle lo scotto di questa concezione.

Ho fatto il liceo scientifico, tanti anni fa. Ma di scienza ne ho masticata poca. I programmi non erano tanto diversi da quelli del liceo classico, solo c’era la matematica al posto del greco. La matematica è una lingua rigorosissima, la lingua della fisica, ma in altri campi della scienza non ha importanza fondamentale (mi diverto a far arrabbiare i colleghi della facoltà di scienze matematiche, fisiche, e naturali). Mi spiego. Uno dei libri che più ha cambiato la nostra visione del mondo, mettendo l’uomo nella natura, è L’origine delle specie, di Darwin. Un altro è l’L’origine dell’uomo, sempre dello stesso autore. Non c’è matematica in questi libri.

Darwin “racconta storie”, perché la storia naturale è come la storia della nostra specie (quella con gli antichi romani, per intenderci). Nei corsi di storia non ci sono notazioni matematiche, a parte le date. Insomma, alcune branche della scienza si basano sulla matematica (prima di tutto la fisica) ma altre no. La usano, intendiamoci, e ne hanno un tremendo bisogno. Ma in questi casi (lo dico per esperienza) è molto meglio andare da un professionista (un matematico) piuttosto che cercare di fare da sé. Nessun biologo sarà tanto bravo in matematica quanto un matematico. Certo, dobbiamo sapere che la matematica “c’è” e che ci può aiutare. Ma non ha gran senso infliggere tonnellate di teoremi con dimostrazione a chi, magari, vorrà fare il chirurgo. Poi, il chirurgo potrà sempre andare da un matematico per analizzare i dati che descrivono il successo di certe modalità di cura rispetto ad altre.

Confondere la matematica con la scienza è prendere una parte per il tutto. Darwin non contava, raccontava. Non era uno scienziato? Lo era, ma era anche un umanista: come lo chiami uno che ha scritto L’origine dell’uomo? Le scienze naturali, quelle di Darwin, sono quasi assenti dai nostri percorsi di formazione. Impariamo a memoria il Passero solitario e il teorema del Dini, ma non sappiamo riconoscere un pino da un abete. Non sappiamo i nomi degli uccelli che girano per la nostra città, o degli insetti. Non sappiamo neppure più le stagioni di frutta e verdura. Se lo sappiamo, allora lo abbiamo imparato da soli, perché questa roba a scuola non si insegna.

La scienza, anzi no: la cultura, comincia proprio con queste osservazioni. Lo testimoniano le pitture di animali sulle pareti delle grotte. La nostra cultura inizia con la zoologia, e anche con la botanica. Eravamo cacciatori raccoglitori e, per vivere, dovevamo conoscere bene le porzioni della natura che ci potevano sostenere. Ma dovevamo conoscere anche quelle che ci potevano uccidere (funghi, bacche e animali velenosi, e i predatori). Non è cultura questa? Da questa base abbiamo costruito il resto. E ora insegniamo “il resto” e tralasciamo la base.

Da studente mi dicevano sempre: ti mancano le basi! Invece le avevo, eccome: erano “loro” che costruivano senza basi. Mio padre, negli anni cinquanta, aveva portato a casa cinque libroni che diventarono la mia bibbia. Li ho ancora. Si chiamavano Animali, di Giuseppe Scortecci. Mi annoiavo a leggere i libri di scuola, ma quei libroni li leggevo per divertimento, e imparavo imparavo imparavo. Tutte cose che non servivano a niente, nella scuola che mi veniva inflitta, e che ancora viene inflitta. Non lo sapevo, ma avevo la biofilia, allora. E non mi è mai passata. Poi, Edward O. Wilson l’ha descritta in un suo libro, intitolato proprio Biofilia. A tutti i giovani umani piace da matti studiare la natura, la amano. Hanno un’ansia innata verso questo tipo di apprendimento. È lì che si forma l’ansia di sapere.

E noi, con la cultura con la C maiuscola, ma anche con quella scientifica, che facciamo? Cerchiamo di uccidere la biofilia e di trasformarla in altro, soprattutto teoremi e poesie a memoria. La cultura con la C maiuscola si può esprimere con una sola frase: Ei fu siccome immobile. Quella scientifica, invece, con: raggio per raggio per tre e quattordici. Ora ho fatto arrabbiare proprio tutti. Però, se le giovani generazioni scappano dalla scuola non sarà forse anche a causa delle insulsaggini che vengono propinate?

Se dovessi usare la mia personale esperienza (che mi ha portato a continue rimandature e due bocciature) direi che una solida preparazione naturalistica (i cinque libroni di mio padre) appassiona allo studio. Io li sapevo davvero bene, quei libri. E non erano libri per ragazzi. Poi, col tempo, capito che studiare è bello, sono perfino arrivato a studiare “altro”, perché, lo ammetto: non c’è solo la zoologia. Però è la base. Che piacere mi ha fatto leggere, nella Bibbia, che il creatore affida un solo compito ad Adamo: dare il nome agli animali! Gli zoologi sono in missione per conto di Dio, come i Blues brothers. I blasfemi che hanno fatto i programmi scolastici non hanno considerato questa missione!

Subito dopo la laurea ho fatto il supplente di scienze in una scuola media molto problematica. Vidi uscire, in lacrime e di corsa, la supplente dell’ora precedente alla mia: pare che uno studente, alla richiesta di dimostrare un teorema, le avesse mostrato la parte glabra del suo apparato genitale (quello dello studente, non quello della professoressa). Il programma prevedeva che parlassi di osmosi: la prima ora la feci sugli squali. Ovviamente parlai dello squalo bianco. Nella tonnara di Camogli (dove avevo fatto la tesi, a lezione dai pescatori) ne avevano preso uno, prima della guerra, che aveva un’asino in pancia, tagliato in due. Non volava una mosca. Cominciarono a farmi domande tecniche sugli squali. Facevano domande. La scuola non deve servire per dare risposte, deve stimolare domande. Dopo dieci minuti facevano domande: dieci minuti!

Si può subito aprire un dibattito, facendo domande tipo: secondo voi quale è l’animale più pericoloso per l’uomo? Ognuno lo scriva su un foglio, poi analizziamo l’esito del sondaggio. Ognuno poi spiegherà il motivo della sua scelta, e gli altri potranno fargli domande, o opporre alternative alle sue. Sto parlando di retorica: l’arte del convincere con argomentazioni. Alla terza ora che feci mi fu persino possibile parlare della forza di inerzia, ovviamente partendo dal fatto che non si scende da un autobus in corsa con il piede sinistro.

Oramai li avevo in pugno, non erano delinquenti, erano solo annoiati dalle insulsaggini e avevano voglia di sapere cose “vere”. Li si voleva trasformare in docili assimilatori di nozioni e loro si ribellavano. Ovviamente feci una lezione anche sull’uso del pene come dimostrazione di potenza, cominciando con i menhir. L’esibizionista capì l’origine culturale del suo gesto di sfida al “nemico”. Spiegai anche l’origine culturale dell’esibizione del dito medio in segno di sfida. Poi vinsi una borsa di studio del Cnr e cominciò la mia carriera nel mondo della scienza. Ma torno sempre volentieri nelle scuole, se qualcuno mi invita.

Sto scrivendo un libro su questa roba, il titolo provvisorio è Contenuti irrinunciabili, per denunciare la rinuncia a contenuti che dovrebbero essere nei percorsi culturali e che invece sono stati rimossi. Però mi piace anche: Cultura senza natura. La grande noia. Quando sarà finito deciderò. In copertina ci metterei la copertina di un disco degli Who, con un monolito di cemento (la cultura istituzionalizzata) appena marcato con le loro urine. Ma presumo che ci saranno problemi di copyright.

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