01 settembre 2012 14:46

Ultima vez que vi Macau di João Pedro Rodrigues e João Rui Da Mata è uno strano oggetto, un (bel) ufo, anche per chi è abituato a opere inusitate che tentano strade inusitate, imprevedibili, anche solo parzialmente. Un film un po’ asiatico e un po’ portoghese. E dato che il film è ambientato a Macao, ex colonia portoghese, si situa a metà strada tra gli (ex) coloni e gli (ex) colonizzatori.

Siamo però anche a metà strada tra tanto cinema d’autore di estremo oriente e cinema d’autore occidentale. A metà tra diario intimo e documentario, e poi ancora a metà tra ricordi di una Macao vissuta nei suoi luoghi fisici, e ricordi di una Macao vissuta attraverso finzioni cinematografiche (si veda l’intervista che segue). E quest’ultimo aspetto chiama l’ultima frontiera affrontata dal film, la più evidente: il suo muoversi su un filo sottile, da equilibrista, tra finzione e documentario.

Ora che Macao dal 1999 è di nuovo parte della Cina continentale, possiamo vedere la storia dell’amico – voce off narrante quindi sempre fuori campo – che parte alla ricerca di un amica forse in pericolo, Candy, che vediamo solo nel prologo cantato (splendido) e che scopriamo essere un travestito. Alla maniera di un film noir – il riferimento a L’avventuriero di Macao, classico del 1952 firmato da Joseph Von Sternberg (con sequenze d’azione firmate da Nicholas Ray) con Robert Mitchum e Jane Russel, è rivendicato dagli stessi autori – si ripercorrono le tracce della Macao di ieri e di oggi, in un’indeterminatezza congenita.

Ma Candy è un esca (o un pretesto). Per contemplare con occhio vergine l’ibridazione tra opposti. Per visitare e rimemorarsi. Dai parchi alle architetture. E, tra quest’ultime, da quelle antiche in pietra, dove è sedimentata tanta memoria umana, a quelle moderne, avveniristiche e psichedeliche, inebrianti nei colori al neon quanto depauperanti dell’identità culturale, sempre ci troviamo tra passato e presente. L’unica coordinata certa. Suggerendo che queste suggestioni degli opposti, possono stimolarci a fantasticare nuove storie, nuove avventure, frutto di questa sintesi. Perché Candy è soprattutto una chimera, e tale resterà: è la Macao che non tornerà mai più, splendida “puttana” meticcia che gli autori rincorrono dando un addio al passato e un buongiorno al futuro, quale esso sia.

Intervista con João Pedro Rodrigues e João Rui Guerra Da Mata.

A cura di Francesco Boille e Alessandro Stellino (la versione integrale apparirà prossimamente su Filmidee).

Qual è stata la genesi di Ultima vez que vi Macau?

Rodrigues: “Conoscevo bene Macao anche se non c’ero mai stato, forse proprio per il fatto di esser stata a lungo una colonia portoghese. E forse perché sono un grande amante del cinema orientale. Il cinema aveva permesso che mi creassi la mia immagine della città. Una sorta di territorio di finzione che esisteva solo nella mia testa. La prima idea da cui siamo partiti, dunque, è stata il confronto tra una finzione doppia: quella che mi ero creata io attraverso il cinema e quella legata ai ricordi d’infanzia di João Rui (Guerra Da Mata), che ci aveva vissuto da bambino”.

Quando avete deciso che il film avrebbe preso questa forma ibrida tra documentario e finzione?

Rodrigues: “Il film sarebbe stato girato come un documentario. Di questo eravamo sicuri, perché avevamo pochi soldi. Non poteva essere un film di finzione con una troupe e gli attori. Eravamo noi due più un assistente, un fonico e un antropologo che ha lavorato con noi. Con lui ho lavorato per un paio di documentari sull’immigrazione portoghese in Francia, sull’idea di ‘casa’ e di deterritorializzazione. Gente che pur stando in un posto in realtà appartiene a un altro luogo. Ci interessava molto la finzione che gli immigrati creano, o ricreano, sul proprio luogo d’origine e la vita che ci hanno vissuto. Il film è stato girato per intero con questa forma di restrizione che è tipica del documentario. Abbiamo deciso che saremmo andati a cercare i posti in cui João Rui aveva vissuto, per filmarli. Ma ogni volta che ci recavamo alla ricerca di questi posti, proprio ogni volta, qualcosa compariva sulla nostra strada dirottandoci. Non avevamo un piano di lavorazione preciso. Operando in piena libertà, lo cambiavamo di continuo”.

Vi è mai venuto in mente di andare alla ricerca di ciò che rimaneva del Portogallo a Macao?

Guerra Da Mata: “Diciamo che non era tra le nostre priorità. Ma c’è da dire questo: appena prima che il Portogallo lasciasse Macao, negli anni ottanta, il governo portoghese ha deciso di pavimentare la città con le pietre di Lisbona bianche e nere – molto tipiche – forse per mostrare che eravamo stati davvero lì!”.

Sulle pagine di Internazionale (nel numero di agosto dei viaggi) c’è un reportage dove si afferma tra l’altro che Macao è ormai considerata una località strategica dal potere cinese: le istituzioni non si scontrerebbero con triadi e delinquenza organizzata perché vogliono convincere Taiwan a rientrare. Vorrebbero spingerla a far nuovamente parte della Cina.

Guerra Da Mata: “Riprendersi Taiwan è il grande sogno della Cina continentale da tantissimo tempo a questa parte. Significherebbe unificare la Cina. Mi chiedo però cosa ne pensino i taiwanesi. Da una parte la Cina è diventata talmente ricca che sicuramente potrebbe essere favorevole – la stessa cosa è successa con il Tibet – ma il vero problema penso riguardi i costumi e l’eredità culturale del Paese. Quando vivevo a Macao, negli anni settanta, tutti parlavano cantonese, perché quello era il modo di mostrare che non appartenevano alla Cina e rifiutavano l’unificazione culturale data dall’uso del mandarino. Ora invece tutti parlano mandarino, l’unico posto in cui si parla ancora cantonese è Hong Kong, perché hanno avuto un’educazione britannica che ha loro permesso di comprendere quanto fosse importante conservare la propria eredità culturale. Su YouTube ci sono filmati esilaranti tratti dai notiziari locali dove i leader cinesi definiscono ‘cani’ gli abitanti di Hong Kong che si oppongono a parlare il mandarino. Nel nostro film non abbiamo affrontato la questione direttamente: non credo che sia un film politico, però penso che sotto la superficie alcune di queste questioni vengano toccate”.