11 dicembre 2014 16:49

E se il vostro film di Natale fosse una briosa commedia gay-romantico-sociale? Per giunta basata su fatti realmente accaduti?

Il film Pride, in uscita nelle sale dopo aver avuto una buona accoglienza a Cannes (film di chiusura della Quinzaine des réalisateurs), ambientato in un particolare momento storico, il 1984, cioè il cuore dell’era Tatcher e per estensione dell’era Reagan, va dritto nel colpire al cuore (si permetta il bisticcio di parole) un altro elemento che diverrà dirompente proprio a partire da quell’epoca. L’individualismo sempre più sfrenato e l’altrettanto progressiva dissoluzione del senso di comunità.

All’epoca dell’amministrazione Clinton, la prima dopo tanto tempo che tornava a citare l’amministrazione Kennedy, nell’ambito di alcune iniziative volte a ravvivarne la memoria come la pubblicazione di tutti gli interventi pubblici di John Kennedy, venne chiesto al grande storico Arthur Schlesinger Jr, principale consigliere in politica estera di Jfk e in seguito biografo della sua presidenza, quale fosse la differenza principale tra le due amministrazioni. Dopo aver riconosciuto a Clinton il dinamismo della sua presidenza in tema di economia e innovazione tecnologica, sostanzialmente formulò una critica, relativamente indiretta, sottolineando che bisognava tornare a ispirare la società, magari con strategie concrete, come quando negli anni sessanta si facevano marciare insieme i neri e i minatori nella rivendicazione dei loro diritti. Quindi l’amministrazione Clinton costituirebbe non solo un passo indietro in termini economici, per aver ibridato il liberismo reaganiano con quello tradizionale keynesiano dei democratici (da Fdr in poi), la cosiddetta clintonomics, ma anche sul piano della rivendicazione dei diritti delle comunità e delle minoranze. O meglio, nel “modo”di farlo.

Anni fa una troupe teatrale itinerante ha ricostruito con attori i viaggi all’interno del paese di Robert Kennedy tra gli “ultimi”, i dimenticati, sia delle aree metropolitane che rurali, dai professionisti della politica del Partito democratico, sia locali che nazionali. Il quotidiano francese Libération seguì la troupe in quelle zone, dove il pubblico dei giovani si mischiava a quello degli anziani. Tra i ricordi spesso commossi dei più vecchi ne affiorava uno davvero interessante: a chi aveva la possibilità di andare a studiare, Bobby – il “senatore dei poveri” – non lanciava il consueto e scontato invito alla corsa al successo, ma un più semplice “torna qui e fai qualcosa per la tua comunità”.

Anni dopo, l’amministrazione Nixon, nella sua disastrosa politica sociale repressiva, spinse la cosiddetta “maggioranza silenziosa” a mettersi contro al movimentismo di qualsivoglia natura. Così, per esempio, gli operai del settore edile si scontrarono con gli studenti pacifisti.

Gli anni sessanta dei Kennedy e i settanta di Nixon e Ford. L’antefatto storico di Pride è questo. Poi ci sono gli ottanta di Reagan e Tatcher, e poi lo strano ibrido degli anni novanta di Clinton. Da allora i gay rivendicano in solitudine, senza conoscere le realtà di sofferenza delle altre minoranze, i propri diritti. Ma quanto narrato dal film è invece un episodio in controtendenza, nato dal “basso”, proprio come quelli auspicati da Bob Kennedy. Un gruppo di attivisti gay, uomini e donne quasi tutti i giovani, prendono il loro caravan, lasciano la capitale, e raggiungono i membri di una piccola comunità di minatori del Galles, alle prese con la politica della signora Tatcher che, volendo “riformare” la produttività, decise di chiudere le tante miniere dello Yorkshire e del Galles mandando così in povertà intere famiglie e comunità (l’indotto economico provocato dalle miniere non era trascurabile). Lo sciopero deiminatori contò anche molti episodi e momenti difficili, se non cruenti. Anni più tardi le corti costrinsero la polizia a risarcire alcuni dei minatori feriti durante le micidiali repressioni contro la protesta, che durò almeno un anno.

Forse per questo i film sull’argomento, il più noto da noi è Billy Elliot (2000), finora erano stati così cupi, severi. Pride è esattamente l’opposto. In un certo senso rovescia in funzione sociale l’ideologia reaganian-tatcheriana, il suo “estetismo” – che da noi qualcuno definì “edonismo reaganiano” –, la sua allegria egoista, vacua e tuttavia sempre ipercolorata mentre intorno grandi sono le sofferenze. Ora, cosa è più colorato di certa estetica gay?


Il “riflusso” dei terribili anni ottanta viene fatto a sua volta rifluire verso la ricostituzione di un senso comunitario da ricomporre tra le diverse comunità, tra le varie minoranze. Questa unione tra due minoranze ha permesso a entrambe di (ri)prendere dignità. Per i gay è stato un momento fondamentale che ha dato il via a un salto di qualità nelle loro rivendicazioni (e anche alla maniera di rivendicare), per i minatori ha significato un aiuto in quella che viene spesso riconosciuta una vittoria morale anche se dopo un anno di lotta dovettero tornare al lavoro senza che il governo accettasse le loro rivendicazioni.

I giovani attori sono delle potenziali icone per i giovanissimi, il film dovrebbe circolare nelle scuole e comunque nelle comunità giovanili, e anche in questo vi è un rovesciamento del concetto di icona cinematografica (o musicale…) degli anni ottanta.

Il film di Matthew Warchus (regista teatrale e d’opera, attualmente direttore dell’Old Vic Theatre di Londra), molto ben documentato, in un certo senso trova la sua forza, ha la sua qualità principale proprio in quello che gli potrebbe rimproverare: essere fin troppo ben confezionato, giocare al rispetto delle convenzioni del cinema inglese di buona accademia. Recitazione perfetta (pieni di vita gli attori, se potete guardate il film in versione originale), alternanza altrettanto ben calibrata di momenti drammatici e divertenti, ma nessun tipo di sperimentazione. Ma l’esperimento è proprio questo: fare un film assolutamente classico per veicolare con allegria due questioni eretiche e per certi aspetti gravi.

Teodora film, che distribuisce il film in Italia, dà il suo contributo in questo senso portando nelle sale un film “sovversivo” fatto (anche) di buoni sentimenti ma dal sapore vagamente dickensiano, alla vigilia del Natale. Dopo averlo visto saremo tutti un po’ più buoni?