16 gennaio 2015 12:07

Ecco alcune dichiarazioni sparse che mi sembrano ben delineare la personalità e il percorso professionale di Georges Wolinski, tratte da un’intervista fiume rilasciata da Wolinski a Jean-Pierre Mercier, per la rivista annuale di studio sul fumetto 9e Art (n. 12) (edita dal Centre national de la bande dessinée et de l’image di Angoulême con le edizioni L’AN2-Actes Sud), in occasione della presidenza di Wolinski del Festival internazionale del fumetto di Angoulême nel 2006, la cui edizione di quest’anno, presieduta dal creatore di Calvin & Hobbes, Bill Watterson, è del resto imminente (dal 29 gennaio al 1 febbraio).

Ringrazio Thierry Groensteen, direttore scientifico della Cité internationale de la bande dessinée et de l’image di Angoulême e Jean-Pierre Mercier, consigliere scientifico della stessa istituzione, per aver gentilmente acconsentito a quest’operazione di sintesi e collage dell’intervista, che abbiamo suddiviso per temi, tranne in apertura dove abbiamo lasciato la domanda tale e quale, per motivi che capirete appena letto.

Provocatore
Parlando del suo collega italiano Altan, ha dichiarato: “La tolleranza è vietata ai disegnatori politici. Dobbiamo rimanere scontrosi, solitari, ingiusti, indisponenti”. Quel che mi colpisce, è che non la trovo poi così hérissé o farouche, nemmeno con le vere carogne.
Non faccio il gioco del mio amico Siné, per esempio, il quale, al pari di me, vive come un borghese, ma i cui propositi sono quelli di un rivoluzionario, sinistroide e provocatorio. Non sono un provocatore professionista. Sono provocatore quando mi diverte esserlo o lo esige la situazione.

La Francia del passato
Eravamo molto più provocatori quarant’anni fa, avevamo buone ragioni di esserlo. Nulla era mutato da prima della guerra. Era la Francia dei tabù, dei film in bianco e nero, dell’aborto vietato. Una Francia senza cellulare, senza sms, senza Minitel, senza aids, senza pornografia, impensabile per i giovani d’oggi! A quell’epoca non avevo idea dei progressi a venire e mi battevo per esistere, semplicemente, confusamente, senza sapere molto bene perché non fossi contento, perché non mi sentivo bene. Ho cominciato a capirlo incontrando l’equipe di Hara Kiri con Cavanna, che era più grande di età e già più “costruito di me”. Cavanna ha una cultura straordinaria, è incapace di fare errori di ortografia, sa tutto su tutto. Gli bacio i piedi. Mi ha insegnato molte cose.

La scoperta di Hara Kiri
Hara Kiri fu un avvenimento straordinario, completamente insolito, il cui grande artigiano era Cavanna. Ci ha scelto come si fa un mazzo di fiori. Quando sono arrivato, c’erano già Gébé, Reiser, Cabu, Fred, Topor… Mica chiunque! Hara Kiri ha mutato le mentalità, creato non un nuovo humour, ma un nuovo pubblico, più lucido, più sensibile allo spirito di derisione, lo spirito “stupido e cattivo” che è quello oggi di Canal+. Ha segnato Coluche, che era nostro amico e si è nutrito di noi. Tutto questo viene da Hara Kiri. Allora certo, c’è dell’esagerazione, i comici di oggi mi divertono poco.

Hara Kiri senza equivalenti nei giornali stranieri
Forse il Mad degli inizi, con la differenza che la struttura distributiva dei giornali americani fa sì che quel che è marginale resti marginale. La struttura distributiva francese fa sì che un giornale marginale possa divenire nazionale. È un punto molto importante. Hara Kiri in definitiva è riuscito a superare le barriere dell’incomprensione, dell’orrore, dello scandalo, dei pregiudizi… Poco a poco, il giornale volgare è diventato l’umorismo della nostra epoca. Lasceremo una traccia, è certo. Prima di noi si trovavano tracce di questa insolenza in L’Assiette au Beurre, o in Chaval, Bosc. I testi di Chaval sono delle meraviglie. Ha scritto poco ma ogni testo è perfetto! Les oiseaux sont des cons… Che senso dell’umorismo formidabile!

Charlie Hebdo, l’amicizia
Anche i giovani sono incredibili! Luz, Riss et Charb! Sapete, c’è una bella atmosfera a Charlie Hebdo. I giovani hanno dell’affetto e del rispetto per noi, e noi gli vogliamo bene. Ovviamente a volte ci sono delle polemiche. Val è un uomo appassionante, con, è vero, un lato oscuro. Ma è questo a fare il suo fascino. Ci intendiamo davvero molto bene tutti quanti. Cavanna è qui. Non dice più molto, lascia parlare Val, e di tanto in tanto dice il suo parere. Tutti lo ascoltano, ma s’incurva, invecchia come me. Non poso restare in un giornale se non sono a mio agio. E a Charlie Hebdo c’è dell’affetto nei nostri rapporti. Quando Reiser è morto, ho pianto tutte le lacrime del mio corpo. Comincio con l’ammirare le persone che amo… O più esattamente, amo le persone che ammiro. Devo prima di tutto essere in ammirazione davanti a quel che fanno, come nel caso di Gébé, Cavanna, Willem, Cabu e tutti gli altri. A partire da questo, è raro non intendersi e non avere relazioni fraterne. Sono più fraterno che amichevole…

La religione, il fantastico, il soprannaturale
Nel mio ultimo libro Une vie compliquée (Una vita complicata, 2005), c’è questo personaggio che non ha mai lo stesso volto. Non si sa chi sia. Dio? Il Diavolo? In Monsieur Paul a Cuba ci sono egualmente molti passaggi fantastici sulla santeria (il vudù cubano), gli idoli. Mi ispiro sempre a storie vere. Ho parlato con degli iniziati a Cuba, il mio interprete era un iniziato. Ho letto dei libri sulla magia, su come si stregano gli individui. Non mi interesso invece alle religioni e alle loro bugie, mi interesso al fantastico, perché parte dal reale. Quel che c’è nel vudù, nell’ipnotismo, nella stregoneria, viene dalla notte dei tempi. È inscritto nella storia dell’Umanità, e dunque questo mi interessa. Questi poteri che abbiamo tutti senza sfruttarli, ma che alcuni possiedono abitualmente, o per caso o per cultura… Si ritrova tutto questo nella mia opera. Non credo in nulla, ma ho la convinzione che tutto sia spiegabile.

La satira e i regimi
Sono andato a Cuba dieci o dodici volte alla Biennale del humorismo de San Antonio de los Baños. Non ci vado più. Sono sempre gli stessi problemi. I vecchi amici sono stati messi da parte e a ogni modo non possono esprimersi liberamente. È triste, degli umoristi che non possono essere liberi. Che pubblicano su dei giornali paludati. Esattamente come l’Unione Sovietica degli anni settanta, quando sono stato ricevuto dal condirettore della Pravda, che mi mostrava quel che facevano gli umoristi. Picchiavano sulla burocrazia, la pigrizia, l’alcolismo, ma non attaccavano mai il sistema, mai. Come Slim, il grande disegnatore algerino, che mi dice “Ma ero libero, Georges, a condizione di non parlare del presidente, della religione e dell’esercito”. In Francia abbiamo una possibilità straordinaria: possiamo parlare di tutto. Non ci sono limiti.

Il passaggio a L’Humanité
Oggi Luz, Riss, Tignous ci lavorano e tutti trovano questo ottimo! Ma cosa mi sono sentito dire negli anni settanta quando accettai di lavorare a L’Humanité… Cavanna diceva “Bisogna farlo psicanalizzare”. Mi hanno davvero fatto sudare. Ero davvero rimandato a giudizio. Il tribunale di Hara Kiri. Fournier aveva subìto la stessa cosa, perché era visto come uno un po’ troppo di destra. Io ero troppo di sinistra… Mi piaceva l’idea di lavorare per un quotidiano. Avevo voglia di vedere se sapevo farlo. Ho saputo. Ho modernizzato la prima pagina del giornale. Ho fatto cose che nessuno aveva fatto prima, in particolare disegnare il segretario di partito.

L’arrivo al potere dei socialisti di Mitterrand
Ero simpatizzante. Più dalla parte dei comunisti che dei socialisti. Per me, a quell’epoca, Mitterrand era ambiguo. Il Partito socialista ai miei occhi non era un partito di sinistra. Il Partito comunista era potente, c’era gente alla festa dell’Humanité, dell’ardore, delle convinzioni… Sono andato via [dal quotidiano] perché c’erano dei ministri comunisti al governo. Fino a quel momento ero stato libero, facevo disegnini ironici su Mitterrand e i socialisti. Mi hanno detto che dovevo fare attenzione ai socialisti perché ormai governavamo con loro e se facevo disegni ironici si poteva credere che era il partito a prendersi gioco di loro… Non ho detto nulla, ma sono andato a paralre con Roland Leroy [il direttore de L’Humanité] per dirgli che me ne andavo. Gli ho detto che non ero un militante e che non obbedivo agli ordini. Mi ha risposto che la porta restava aperta, e potevo tornare quando volevo. Mi è sembrato capisse.

Approdo all’informazione popolare: Paris Match.
Con Reiser sognavamo Paris Match. È il giornale dove lavoravano i grandi disegnatori. E poi è un grande giornale popolare, non mi dispiaceva lavorarci. Le Nouvel Observateur [da cui Wolinski era andato via] aveva un lato bidone, un lato radical-chic… al quale appartengo ovviamente. E poi, dopo la partenza di Franz Olivier Giesbert, non c’era più nessuno capace di guardare un disegno, e poi tutti i miei amici di Le Nouvel Observateur se ne andavano. Non ero a mio agio. Quando non si è a proprio agio in un giornale, bisogna andarsene. Quel che era marginale nel 1960 è [diventato] classico nell’anno 2000. Bisogna sapere quel che si vuole: rivolgersi a un piccolo pubblico intelligente o a un grande pubblico in evoluzione, di cui non si sa granché? Penso che sia interessante lavorare per il grande pubblico. Ho il mio lato marginale con Charlie Hebdo e il mio lato grande pubblico con Paris Match.

Il fumetto
Sono sempre stato attirato dal disegno, sempre. Fin dalla mia più tenera infanzia adoravo i fumetti. Quando i soldati americani sono sbarcati a Tunisi, gli ho chiesto dei comics. Parlavamo insieme, mi arrangiavo con l’inglese e andavo a leggere nelle auto degli autisti dello stato maggiore statunitense installato al liceo Carnot, proprio di fronte alla pasticceria di mio nonno. Ero un ragazzino di dieci anni, mi arrampicavo sull’auto e leggevo. Era formidabile, formidabile! C’erano Terry and the pirates di Milton Caniff, Bringing up father (Arcibaldo e Petronilla) di George McManus, Little orphan Annie di Harold Gray, Burne Hogarth…

Bosc, Daumier, Dubout: l’umorismo in tutte le sue forme
Andavo in biblioteca e guardavo i libri di Daumier, di Gustave Doré. Avevo dieci anni quando ho acquistato il mio primo libro di Dubout. Conoscevo il nome di tutti i disegnatori dei cartelloni cinematografici. Guardavo e dicevo “Questo è Grinson”. Mi ricordo ancora questo nome, io che non ricordo nulla. Mi interessavo all’umorismo, non solo quello disegnato. E il cinema! Bud Abbott e Lou Costello, Laurel & Hardy, i fratelli Marx, Fernandel e tutti i grandi classici. Prendete Dubout: molti non lo sanno ma il suo umorismo è molto vicino a quello di Charlie Chaplin. Nella maniera di disegnare i personaggi, Dubout ha studiato il cinema muto. Guardate uno dei suoi personaggi e ridete. L’andatura del grosso poliziotto, della donnetta… non è quel che dice o fa il personaggio a essere divertente ma il personaggio in sé. Dubout è fortissimo in questo, nelle attitudini e nei dettagli.

La scuola di Mad: Bill Elder, Wally Wood, Jack Davis, Harvey Kurtzman
Lavoravo dai miei nonni in un negozio di berretti. In breve, mi rompevo i coglioni. Ma non lo sapevo nemmeno, pensavo fosse normale rompersi i coglioni così nella vita. E continuavo a disegnare. Ho scoperto Mad in una libreria di rue des Beaux Arts [a Parigi], dove se ne trovavano le raccolte in formato tascabile. Le ho comprate ed ero affascinato da Bill Elder, Wally Wood, Jack Davis. Trovavo questo assolutamente geniale. E, soprattutto, adulto. Ho comprato ugualmente delle raccolte dei Peanuts, ma era soprattutto Mad a interessarmi. Il cocktail tra le mie prime influenze e questo ha dato quel che sono. All’inizio copiavo Elder. Come dico sempre: bisogna copiare molto prima di divenire se stessi. La scuola di Mad è rimasta una grande passione. Ho qui tutto quel che è disponibile. Che libro magnifico il Jungle book di Kurtzman, un capolavoro. La prima cosa che ho fatto quando sono diventato direttore di Charlie Mensuel, è stato di pubblicare tutto questo, di farlo conoscere. Alcuni mi sono ancora riconoscenti: Petillon, Vuillemin. Quando vedo i giornali di oggi, così attaccati ai disegnatori attuali, che cercano di mostrare quel che si fa adesso, credo che dovrebbero di tanto in tanto mostrare quel che si faceva ieri e pubblicare Al Capp, Dick Tracy… Ho torto a dire così, ma aver torto mi piace.

Steinlein, Caran d’Ache, Jossot, Cabu.
Ho guardato tutto questo, ma mi pareva inaccessibile perché troppo ben disegnato, e non sapevo fare roba del genere. Cabu, per esempio, disegna come i disegnatori dell’ottocento, ha lo stesso tipo di segno, i suoi disegni li avrebbero capiti.

Nascita di un “buon disegno”
È sempre un po’ misterioso. Cerco, cerco, e a un dato momento, davanti a un disegno, so che è quello buono, posso dirmi “ho trovato”. Ma non mentre lo faccio, è dopo, quando ho terminato.

Nascita e affermazione di uno stile grafico
[Un giorno Cavanna] mi ha detto che i miei schizzi erano meglio di quel che facevo abitualmente. I disegnini rapidi con le ragazze che corrono, gli piacevano di più, lo divertivano. Trovava che ci fosse qualcosa, aveva ragione. Io ascoltavo, ma ero un po’ scettico. E un mattino – me lo ricordo, la mia prima moglie era ancora viva – ho fatto otto, dieci disegni in questo stile rapido, senza riuscire a fermarmi. Non ci potevo credere, veniva e veniva… Era miracoloso. Georges le tueur è buono ma disegnato malissimo, ho un po’ vergogna. Avrei potuto applicarmi di più. È curioso, nessuno mi ha rimproverato la povertà dei disegni di Georges le tueur. Senza dubbio nessuno me lo ha rimproverato perché la storia è buona. Il personaggio è interessante e questo disegno schematico lascia la libertà d’immaginare quel che non ho saputo metterci. Le persone intelligenti capiscono. Come mi hanno detto una volta a Cuba dei coreani: “I suoi disegni sono educati”. “Ah sì? Perché educati?”. “Perché non sono terminati. Quando non si termina un disegno, vuol dire che si dà fiducia alla persona che lo guarda per terminarlo”. Mica stupido!

Kurtzman, Reiser, il ‘68
Kurtzman non è mai disegnato male, mai. È fatto di getto, come Reiser, ma esatto. Reiser disegnava meglio di me. Manca una mano al personaggio, o non c’è il piede, ma è ben disegnato. Pur avendo fonti d’ispirazione diverse, Reiser e io eravamo prossimi. Di un fratello a volte non ce ne importa. Mentre invece Reiser… era più che questo. Soltanto le donne le ho amate quanto Reiser. Avevo davvero dell’affetto per lui. Quasi dell’amore. Ridevamo. Eravamo molto complici malgrado quel che mi disse all’epoca: “Il maggio ‘68 era davvero una roba da piccoloborghesi”. Io invece ci credevo fortemente. Dicevo le sciocchezze dell’epoca, ma pensavo che erano giuste in fondo. Ero contro la società consumistica, mi consideravo un rivoluzionario, tutto quanto insomma. Fatto salvo avere una tessera di partito. La parola militante non va insieme alla parola umorismo.

L’umorismo, la satira di destra (Faizant, Sennep)
Un umorista non può che essere anticlericale, di sinistra e non militante. Può avere delle convinzioni, ma non delle credenze. Faizant non era un umorista. Sempé sì, Reiser sì, Bretécher sì. Faizant e Sennep sapevano manipolare le idee. Ma sono troppo benpensanti per divenire umoristi. I veri umoristi sono quasi sempre persone di sinistra, o piuttosto degli anarchici. È così. L’umorismo è il rifiuto delle certezze. L’umorista è incerto, irresponsabile, solitario e non crede in nulla.

Per finire, la traduzione di una tavola a colori pubblicata su Paris Match. S’intitola Il gelsomino nel patio ed è una sorta di dialogo tra un ebreo e un arabo, o forse tra Wolinski e un amico arabo, seduti in un patio di Tunisi, circondati dai gelsomini e sorseggiando un caffè. Mi sembra aggiungere qualcosa d’importante agli estratti dell’intervista. La E indica l’ebreo, la A l’arabo.

E. Sessant’anni fa, tuo nonno beveva il caffè con mio nonno, nella sua pasticceria di Tunisi.
A. Gli ebrei e gli arabi s’intendevano bene a quell’epoca.

E. Mia nonna mi diceva: “Eravamo qui prima dei francesi”.
A. Gli ebrei erano perseguitati dappertutto, tranne nel mondo arabo. È durato secoli.

E. Ogni anno, a Pasqua, tuo nonno spediva un pastore con un agnello a mio nonno. Ripartiva con un cesto pieno di dolci.
A. Erano i migliori di Tunisi!

E. Si rispettavano i nostri genitori, si rispettavano i professori, si rispettava il bene altrui. Eravamo timidi con le ragazze.
A. Il mondo è diventato maleducato.

E. Quando smetteranno il fanatismo e l’oscurantismo di terrorizzare il mondo?
A. Quanto tempo ci è voluto a Francia e Germania per fare l’Europa insieme?

E. Non c’è alcuna differenza tra un ebreo e un musulmano, a patto che siano atei.
A. Un giorno lo capiranno.