29 novembre 2023 16:03

Qui. Ma qui dove? Nel tempo o nello spazio? Nel presente, nel passato o nel futuro? E di quali (non) luoghi? L’abitare, che si tratti di architetture o spazi urbani, ricorre spesso nella storia del fumetto, fin dalle sue origini. Tuttavia, oggi è sinonimo di alienazione e disorientamento dell’essere umano. Mettendo in evidenza il lavoro sorprendente e rigoroso di sette autrici e autori europei, ecco il tema, originale e stimolante, indagato dalla prima edizione di Ad occhi aperti. Disegnare il contemporaneo, festival di fumetto e illustrazione di Bologna che raccoglie l’eredità di BilBolBul. Con l’edizione del 2021 BilBolBul aveva terminato il suo percorso, ma in quindici anni era riuscita ad aprire nuove prospettive sulle frontiere più estreme del fumetto, molto spesso vicine ad altre forme d’espressione, in modo particolare all’arte contemporanea.

Qui? Come abitare oggi? è il titolo scelto dall’associazione culturale Hamelin, che lavora da decenni sul territorio per costruire un percorso pedagogico-educativo sull’immagine e già ideatrice di BilBolBul. Bisogna sottolineare il punto interrogativo dopo “Qui”. Perché con le opere degli artisti esposti e gli incontri a cui hanno partecipato – insieme ad autori ed esperti – è esplorato qualcosa di molto importante e profondo, cioè l’assenza totale di una linea d’orizzonte, intesa come un’idea di futuro vivibile per il genere umano. Poiché la questione è proprio quella di ritrovare una profondità di sguardo – come sembra indicare, tra le altre cose, il nome del festival – l’oggetto d’indagine è quindi grande, anche rispetto a quanto esplicitato nel volume che accompagna le esposizioni, dalle implicazioni sia sociologiche sia filosofiche profonde: “Quali sono le forme di disorientamento nel nostro modo di rapportarci con lo spazio esterno e come le si può raccontare? Può esistere ancora una relazione tra io e luogo? O piuttosto il luogo esiste senza l’io, senza di noi?”.

Temi come lo spaesamento crescente, la perdita progressiva di ogni punto di riferimento e quella dell’identità dei luoghi, la loro dilagante omologazione e uniformità, la dismissione e l’impoverimento delle aree industriali diventate delle terre di nessuno che lasciano intravedere un mondo sempre più barbaro – soprattutto nel paesaggio padano – sono al centro di molti fumetti d’autore italiani degli ultimi vent’anni. E qui basta pensare ad autori come Marco Corona (Bestiario padano, Coconino press 2003) o Andrea Bruno (Sabato tregua, Canicola 2009, ma è un po’ vero per tutta la sua opera), due perfetti esempi di quella palude padana perenne, di quella provincia uniforme e immobile che da metafora dell’Italia è diventata planetaria: la circolarità di un eterno presente dal quale non si esce mai. Ma per Ad occhi aperti sono stati scelti autrici ed autori il cui lavoro esprime un salto di qualità ulteriore: la rappresentazione di uno sfasamento, di una spaccatura radicale tra l’io e la realtà, tra l’essere e il concreto, che passa per le forme dell’abitare.

I due artisti più significativi

Ne sono un esempio i francesi Jérôme Dubois e Sammy Stein. Il primo lavora su “una contraddizione: da una parte l’invenzione di uno spazio, dall’altro il suo annientamento”, contraddizione che si fa definitiva nel dittico Citéville e Citéruine. Nel lavoro di Stein “l’umano è rarefatto nel tempo e nelle sue strambe creazioni”, come nel racconto Visages du temps, che ci fa entrare “in un’ipotetica galleria, aprendoci ad un catalogo di opere”. Eliana Albertini e la fotografa Valentina D’Accardi uniscono discipline diverse per indagare con sensibilità animista oggetti, luoghi, vestigia della collettività. La tedesca Marijpol mette al centro personaggi “politici, statuari, ma sempre ibridi e in comunicazione con l’ambiente di cui sono il frutto”.

Erik Svetoft

Infine, i due artisti più significativi. Nelle opere dello svedese Erik Svetoft, forse la rivelazione del festival, improntate a una forte critica sociale e dal bianco e nero sporco, plumbeo ma intenso, “non c’è inizio né fine, siamo nel mezzo e non ci è dato sapere nulla del primo e del dopo”. Vero dal suo esordio Limbo (2014) a Spa (Saldapress 2023), opera circolare di un mondo di corpi in decomposizione che si apre con un interrogativo: “Noi abitiamo qui?”. Il piccolo formato di Spa non restituisce la forza espressa dal lavoro assolutamente sconcertante dell’autore: le tavole gigantesche, in pratica dei multiquadri, hanno il respiro delle installazioni e dovrebbero essere esposte in musei e gallerie.

La francese Lisa Mouchet nei suoi disegni, vignette e tavole tutte a colori, e dalla grande raffinatezza, con a tratti qualcosa della pittura di Edward Hopper ma senza esseri umani, “raccoglie immagini di un paesaggio evidentemente abitato – aree di sosta, pompe di benzina, ristoranti per turisti, scorci di boschi e corsi d’acqua – lo svuota di ogni presenza e lo scompone in sequenze astratte di colori e forme”. Colori fluorescenti che regalano una meravigliosa indefinitezza, “qualcosa che sta tra la nostalgia, l’inquietudine e la contemplazione”.

Ma qual’è l’origine di tutto? In realtà il festival si rifà anche a Qui, titolo di un’opera di svolta nella storia del fumetto. Una graphic novel concettuale firmata da Richard McGuire (Rizzoli Lizard 2015) che parte da un unico micro-luogo, il salone di un’abitazione, e va indietro nel tempo fino alle ere primordiali, e poi in avanti, raccontando un sentimento e insieme “una storia universale” da un luogo intimo, personale. E statico. Il fumetto di oggi – in particolare statunitense e canadese, ma non solo – non fa altro che raccontare la solitudine e lo spaesamento degli esseri umani, da un gigante come Chris Ware (Building stories, Coconino press 2022) a un grande come Seth (Clyde Fans, Coconino press 2019). Dal raccontare esseri umani svuotati a disegnare ambienti urbani svuotati degli esseri umani, il passo è breve, ed è quello che riesce a George Wylesol nel capolavoro 2120 (Coconino press 2022).

Il passaggio nascosto che ha condotto a tutto questo? Carpets’ Bazaar (1983), opera unica scritta da Martine Van e disegnata in maniera ispirata dall’architetto François Mutterer. Una graphic novel in cui i volti dei personaggi non si vedono mai, i corpi solo per frammenti e spesso di spalle, e in cui prevalgono gli oggetti dell’abitare, in particolare tappezzerie e tappeti. Un viaggio sensoriale che all’epoca fece scalpore, suscitando riflessioni teoriche, e che ora il fumetto ha trasformato in qualcosa di normale.

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