Ahmed al Tayeb, grande imam di Al Azhar, con papa Francesco in Vaticano, il 23 maggio 2016.

L’incontro tra il papa e l’imam di Al Azhar è una sfida per l’Europa

Ahmed al Tayeb, grande imam di Al Azhar, con papa Francesco in Vaticano, il 23 maggio 2016.
25 maggio 2016 12:28

Cos’hanno in comune papa Francesco e il grande imam di Al Azhar – la prestigiosa istituzione culturale sunnita del Cairo – Ahmed al Tayeb? Entrambi criticano la globalizzazione come modello uniformante delle culture e delle società. Credono invece in sistemi complessi e aperti in cui riescono a convivere identità differenti, che non devono sciogliersi in un magma indistinto ma nemmeno chiudersi in un integralismo settario. La strada è quella di trovare linguaggi comuni non solo per conoscersi, ma per affrontare insieme sfide comuni.

Francesco lo chiama il modello della globalizzazione poliedrica, cioè dalle molte facce che si valorizzano l’un l’altra senza annullarsi. Sul versante opposto – per Bergoglio – c’è la globalizzazione sferica, quella che cancella la varietà delle culture, delle fedi e della biosfera, cioè delle forme di vita. Per Tayeb, il concetto a cui guardare è quello di “universalismo islamico”.

Secondo il grande imam, infatti, Allah stesso ha voluto che “le differenze regnassero tra gli esseri umani per condurli alla reciproca conoscenza e alla fraternità”: il principio dunque è quello della complementarità. Giustizia e uguaglianza, di conseguenza, devono regolare i rapporti tra gli uomini, nonostante le diversità che permangono tra di loro. Per questo, sostiene Tayeb, il mondo islamico deve fare proprio il concetto di cittadinanza, che mette sullo stesso piano i diritti dei musulmani e dei non musulmani.

Le parole del più importante leader religioso sunnita suggellano e danno un senso particolare all’incontro che lo sceicco ha avuto con il papa il 23 maggio in Vaticano. Tayeb infatti, dopo aver lasciato la Santa Sede, ha raggiunto Parigi dove ha preso parte all’incontro “Oriente e occidente. Dialoghi di civiltà” organizzato dalla Comunità di sant’Egidio, l’associazione che ha contribuito dietro le quinte a riannodare i fili del rapporto tra Vaticano e Al Azhar.

Non bisogna scrutare con la lente d’ingrandimento le righe di dichiarazioni comuni: l’abbraccio tra i due leader dice già tutto

Già nel 2015 Tayeb aveva preso parte a un analogo meeting a Firenze, e in quell’occasione aveva avuto modo di lanciare l’allarme per i rischi derivanti dall’espandersi del fondamentalismo. Ora c’è stato il faccia a faccia di mezz’ora con il papa il quale, parafrasando la celebre frase del massmediologo Marshall McLuhan (”il mezzo è il messaggio”) ha spiegato che “l’incontro è il messaggio”. Non bisogna insomma scrutare con la lente d’ingrandimento le righe di dichiarazioni comuni: l’abbraccio tra i due leader dice già tutto.

La visita del grande imam di Al Azhar scongela definitivamente i rapporti tra l’importante istituzione musulmana sunnita e la Santa Sede. I problemi erano cominciati nel gennaio del 2011, quando un attentato contro una chiesa copta ad Alessandria d’Egitto provocò decine di vittime. Benedetto XVI chiese protezione per i cristiani del Medio Oriente e dell’Egitto in particolare, appellandosi sia alle autorità del Cairo sia ai governi della regione e all’Unione europea (per altro nel discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede ). La cosa venne interpretata da Al Azhar e dal governo egiziano come un atto di ingerenza negli affari interni dell’Egitto.

Vi fu un’interruzione dei rapporti diplomatici, più avanti ripresi, e anche del dialogo con l’università sunnita, che decise di rompere con il Vaticano. È stata questa seconda spaccatura ad avere effetti più duraturi. Già il discorso di Ratzinger a Ratisbona (nel settembre del 2006), in cui si evocava tra le altre cose la natura violenta dell’islam, aveva provocato contestazioni e fastidi; va poi ricordato che lo stesso attentato di Alessandria venne successivamente attribuito dalle autorità del Cairo ai servizi segreti dell’ex presidente Hosni Mubarak.

Da allora tuttavia le cose sono andate avanti, e anche il confronto islamo-cristiano sta cercando di andare oltre la capacità di dialogare civilmente e prendere le distanze dalle varie forme di estremismo terrorista e di xenofobia. È stato lo stesso Tayeb a spiegare alla Radio Vaticana che la crisi con la Santa Sede può considerarsi chiusa: “Riprendiamo il cammino di dialogo e auspichiamo che sia migliore di quanto lo era prima. Sono felice di essere il primo sheikh di Al Azhar che visita il Vaticano e partecipa con il papa a una seduta di discussione e di intesa”. Tayeb ha anche invitato il papa a ricambiare la visita al Cairo.

Da Cuba ad Al Azhar

La Santa Sede, del resto, ha messo in campo un’offensiva diplomatica e interreligiosa di vasta portata. Il dialogo è stato aperto in primo luogo con l’oriente, dal mondo ortodosso a quello islamico. Da qui l’incontro a Cuba con Kirill, patriarca ortodosso di Mosca, e quelli ripetuti e ormai abituali con Bartolomeo, patriarca ecumenico ortodosso di Costantinopoli (Istanbul); infine c’è stata la visita in Vaticano del presidente iraniano Hassan Rouhani, alta autorità dell’islam sciita. Dopo il viaggio in Terra Santa, dove Francesco ha potuto parlare con esponenti cristiani, musulmani e dell’ebraismo, ora il cerchio in un certo modo si chiude con la ripresa di un dialogo diretto con Al Azhar.

Tayeb, da parte sua, a Parigi ha invitato i musulmani a superare vittimismo e senso di inferiorità verso l’occidente, e quest’ultimo a mettere da parte pregiudizi e scarsa conoscenza del mondo islamico. Lungo questa strada, ha spiegato il leader religioso, si può dare vita a quella “integrazione positiva” che scongiura la chiusura dei giovani musulmani europei nelle loro comunità dove diventano spesso vittime di un estremismo che tende a diffondere un islam spurio, a uso e consumo dei violenti.

La proposta di Tayeb va dunque presa sul serio: “i ponti” di cui parla papa Francesco non sono del resto delle invenzioni metafisiche o retoriche ma delle possibili vie d’uscita dal caos e dal terrore. La sfida però riguarda anche i cristiani del Medio Oriente e le loro comunità. Queste ultime, spesso vittime del jihadismo, hanno troppo a lungo scelto la protezione offerta da regimi sanguinari, hanno cioè preferito cercare la tutela offerta dall’ombra dei dittatori. Dopo l’esortazione del segretario di stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, ora la sfida è lanciata anche dalla massima autorità sunnita.

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