21 marzo 2016 15:31

Era il gennaio del 2011. Una tetra giornata di metà inverno a Roma. In cerca di ispirazione – di qualsiasi tipo, visivo, storico, politico – mi ero arrampicata sul colle del Quirinale per andare a vedere una mostra di pittori del risorgimento italiano, e poi, curiosando nella libreria del museo, mi era capitato per le mani Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo. Un romanzo dell’ottocento che mi era stato spesso descritto come bellissimo, sicuramente più di mille scoraggianti pagine sulla storia degli uomini che avevano fatto l’Italia. Per di più di un autore con un nome polveroso come una corona di alloro avvizzito, Ippolito. Qualcosa mi spinse a portarmelo a casa.

Era una tetra giornata di metà inverno, ma c’era un incantevole sole dorato, come a volte accade in inverno. Incantevole e mendace, come il sorriso di Silvio, il nostro Cesare. Il paese era malato, moralmente, socialmente, economicamente. Si dice che viviamo in un’epoca di cinismo, di nichilismo per quanto riguarda la collettività e il bene pubblico, una House of cards in cui la convenienza e l’opportunismo sono le uniche motivazioni di chi ci governa.

Nessuno ha interpretato lo spirito del tempo meglio di Silvio Berlusconi. Prima di entrare in politica, tra il 1993 e il 1994, si era creato l’immagine scintillante di un personaggio di successo che non esitava a ostentare il suo denaro. Era un uomo del fare. Un vincente. Ricco. Certi politici – “comunisti” – l’avevano preso di mira, ma era deciso a distruggerli prima che loro distruggessero lui. E noi. Era un ideale, una persona da invidiare, ma anche una vittima, come gli italiani ai quali rivolgeva il suo messaggio.

Una cura per la sofferenza

Nel 2011 erano passati 18 anni, e la triste verità era sotto i nostri occhi. Festini. Minorenni. Un uso spregiudicato dei suoi canali televisivi e dei suoi giornali per gettare fango sugli avversari ed esaltare se stesso. Corruzione. Accuse di connivenza con la criminalità organizzata. Un personaggio ingrassato e invecchiato, sul cui viso il cerone diventava lucido e decisamente arancione, un tappetino di capelli trapiantati sulla testa che sembrava lisciato con il lucido da scarpe. Un latin lover per il quale la galanteria consisteva in una strizzatina d’occhio e in un fischio, e che non apprezzava la verve o l’intelligenza di una donna, ma la sua scollatura, il suo fondoschiena e probabilmente il suo grado di deferenza.

Non c’era modo di sfuggirgli. Anche negli intervalli di tempo in cui governava l’opposizione, Silvio rimaneva la colonna visiva e sonora, l’eminenza grigia del grande torpore italiano, del periodo di stagnazione che era cominciato all’inizio degli anni novanta e andava avanti da vent’anni, e nel quale “nulla cambiava affinché tutto potesse cambiare” (se Tomasi di Lampedusa mi consente di citarlo al contrario). Quante immagini di quel sorriso, di quegli impianti bianchi scintillanti, di quelle cravatte, di quelle battute da bar, di quelle vanterie avevamo visto? Lui non era un politico qualunque, era un “imprenditore di successo”. Lui ci avrebbe tagliato le tasse! Sicuro. Fidatevi.

C’era forse da meravigliarsi – dopo aver sentito per anni un impostore vendere finta libertà e false opportunità, e con il paese ormai in preda alla depressione economica e all’austerità – che nel 2011 la gente fosse cinica e rassegnata?

Avevo preso in mano quel volume delle Confessioni di un italiano come un animale selvatico mordicchia una foglia o un pezzo di corteccia in cerca di una cura per la sua sofferenza. E poi non ho potuto più smettere di leggerlo. Raccontato in prima persona con uno stile arguto e scanzonato, le Confessioni comincia durante l’infanzia di Carlo Altoviti nella Repubblica di Venezia della fine del settecento, quando la separazione tra potenti e diseredati era profonda come lo è adesso. Questa è la sua descrizione del conte di Fratta, padrone e signore di un piccolo traballante impero sulla terraferma alle spalle di Venezia:

Pareva avesse svestito allor allora l’armatura, tanto si teneva rigido e pettoruto sul suo seggiolone. Ma la parrucca colla borsa, la lunga zimarra color cenere gallonata di scarlatto, e la tabacchiera di bosso che aveva sempre tra mano discordavano un poco da quell’attitudine guerriera. Gli è vero che aveva intralciato tra le gambe un filo di spadino, ma il fodero n’era così rugginoso che si potea scambiarlo per uno schidione; e del resto non potrei assicurare che dentro a quel fodero ci fosse realmente una lama d’acciaio, ed egli stesso forse non s’avea presa mai la briga di sincerarsene.

Un filo di spadino. Il ritratto spietato e divertente che il giovane scrittore fa dell’uomo più anziano somigliava molto alle battute popolari sul nostro attempato dongiovanni. E, in generale, sulla generazione più anziana così perennemente e ottusamente al potere.

Prima di aver letto cento pagine, sapevo già che avrei tradotto quel romanzo. Ho seguito Carlo e i ribelli su e giù per la penisola italiana, in Dalmazia, a Smirne, nel Peloponneso e a Londra, negli ottant’anni tra l’invasione napoleonica e “ultimo ridicolo atto del gran dramma feudale”. Carlo (come lo stesso autore) era intelligente e ben informato, spiritoso, autoironico, sicuro di sé. Sebbene le confessioni dovrebbero essere quelle di un vecchio, Ippolito aveva solo 26 anni quando scrisse questo lunghissimo capolavoro e solo 29 al momento della sua morte nel 1861, quando la nave a vapore Ercole affondò tra Palermo e Napoli portandolo con sé. L’anno prima, si era unito a Garibaldi e ai suoi mille per andare in Sicilia e liberare il sud dai Borboni. Morì durante il viaggio di ritorno solo qualche settimana prima che l’Italia divenisse una nazione.

Italo Calvino, che adorava Nievo, una volta disse che era uno dei pochissimi esempi italiani del tipo di autore “scavezzacollo e giramondo” tanto caro alle altre letterature europee. In una rara fotografia, Ippolito appare non bello, ma singolare, determinato. Era un democratico e un rivoluzionario dello stampo di Mazzini, uno scrittore appassionante e un libero pensatore, un critico sagace della chiesa e dell’ancien régime, per non parlare degli intrusi napoleonici. I picareschi colpi di scena del suo romanzo sono inframezzati dalle riflessioni di uno storico dilettante che cerca di capire i grandi cambiamenti sociali e politici del suo secolo, sia in Italia sia nel resto d’Europa.

L’incallita postmodernista che è in me può sorridere davanti alla fedeltà alla sua causa, a quell’assurdo ottimismo che prevale nonostante le inconfessate sconfitte personali e politiche. Il senno di poi ci fa diffidare degli idealisti. Ma io credevo in lui; era così scettico, così intelligente, così poco ideologico. Era giovane e innocente. Aveva princìpi, senso dell’umorismo, perfino un certo fascino sensuale.

Silvio Berlusconi durante un evento organizzato da Forza Italia al teatro Politeama di Palermo, il 19 marzo 2016. (Giuseppe Gerbasi, Contrasto)

C’è un momento nel romanzo in cui Carlo, squattrinato e ubriaco di anisetta, va a trovare una cortigiana milanese sperando che gli procuri un lavoro. “Era seduta sopra un fianco in una di quelle sedie curuli che il gusto parigino aveva dissotterrato dai costumi repubblicani di Roma”, ricorda.

La veste, breve e succinta contornava forme non dirò quanto salde, ma certo molto ricche; una metà abbondante del petto rimaneva ignuda: io non mi fermai a guardare con troppo piacere, ma sentii piuttosto un solletico ai denti, una voglia di divorare. I fumi dell’anesone mi lasciavano travedere che quella era carne, e mi lasciavano soltanto quel barbaro barlume di buonsenso che resta ai cannibali.

Il richiamo della fame, dice il sagace Ippolito, trionferà sempre sul sesso. Carlo accetta un lavoro ben pagato come maggiordomo della signora.

Siamo ben lontani dalla versione del ventunesimo secolo del sesso casuale propagandata dal nostro Silvio, e popolare in tutta la nostra cultura: fantasie maschiliste e accondiscendenza femminile. Silvio, ha detto sua moglie Veronica Lario, aveva un harem di “vergini che si offrivano al drago in cambio di successo, fama e denaro”. È difficile immaginarlo che si dipinge come il “mantenuto” di una ricca cortigiana (anche se probabilmente erano le vergini a usare lui).

La virilità di Carlo è più sicura, meno narcisistica. Parla francamente del suo piacere quando, qualche giorno dopo, una volta riempito lo stomaco, la padrona milanese si porta a letto il maggiordomo. “Peccai”, confessa, lasciando intendere che era stato abbastanza piacevole farlo. Quando deve partire per tornare a casa, Carlo si comporta un po’ da canaglia con la signora, e poi, come ci si poteva aspettare, se ne pente.

Ma quando parla della donna che ama – l’appassionata, indocile cugina Pisana – sappiamo che nella sua mente il legame che unisce le loro anime gemelle è forte quanto quello fisico. Le donne, dichiara Carlo, sono meglio degli uomini. Le lettere di Ippolito alla donna che amava, Bice, la moglie di suo cugino, dimostrano chiaramente che l’autore la pensava nello stesso modo.

Due volte nei suoi 150 anni – durante il risorgimento e durante la resistenza – questo paese si è ribellato all’ingiustizia e al sotterfugio

Il patriottismo, che è la forza motrice delle Confessioni, è una causa nella quale oggi non crediamo più. Ma per Nievo era una potente ideologia laica di giustizia, uguaglianza e libertà. La parola “patria” compare dalla prima pagina del romanzo. Di solito in inglese è tradotta fatherland o homeland. Quando ho deciso di tradurre il romanzo, “patria” è stato il mio primo problema. Fatherland (terra dei padri) mi faceva pensare a Hitler; homeland evocava la Homeland security e il Patriot act americani. Ho scelto patria, la parola latina/italiana. Apparteneva al passato e in inglese suonava abbastanza neutrale, mentre le traduzioni più consuete avevano connotazioni del ventesimo e ventunesimo secolo che aggiungevano al patriottismo un sapore amaro.

Mentre procedevo nella ricerca di una lingua che rendesse giustizia al libro, ho scoperto che anche in me c’è una certa dose di idealismo. Stavo viaggiando all’indietro verso un’epoca di maggiore ottimismo, serietà e determinazione, in cui la libertà, la giustizia e l’uguaglianza erano cause per le quali combattere. I molti mesi che ho trascorso con Ippolito mi hanno in parte restituito la fiducia che l’Italia possa sopravvivere a quello che le ha fatto Silvio. Non una ma due volte nei suoi 150 anni – durante il risorgimento e durante la resistenza – questo paese si è ribellato all’ingiustizia e al sotterfugio.

Quando ho finito il lavoro e ho smesso di vivere nell’affascinante mondo di Ippolito, rimettere i piedi per terra è stato piuttosto doloroso. Ormai sono passati più di vent’anni da quando Silvio è salito al potere per la prima volta. È stato estromesso dal parlamento e ha scontato una breve pena ai servizi sociali. Finalmente sembra che stia perdendo il suo fascino, anche se continua a comportarsi come se fosse un leader politico con cui fare i conti. Ma l’Italia che ha creato è ancora nell’aria che respiriamo, nei suoi degradanti miasmi, nella sua rabbia bruciante.

“Quanto sei bella, quanto sei grande, o patria mia, in ogni tua parte!”, dichiara Carlo a metà del romanzo, guardando dalla cima di una montagna la sua Italia non ancora nazione mentre attraversa gli Appennini per andare da Bologna a Firenze.

L’Italia è ormai casa mia da quasi trent’anni, e vorrei tanto poter dire la stessa cosa.

(Traduzione di Bruna Tortorella)