24 luglio 2015 10:38

È risaputo che le intercettazioni telefoniche sono una specialità italiana. Negli ultimi anni la stampa ha pubblicato fiumi di trascrizioni secretate che riguardavano innanzitutto Silvio Berlusconi e il suo salotto bunga bunga. Ma nel frattempo siamo entrati in una fase molto più surreale.

Perché da una settimana scorrono fiumi d’inchiostro su una presunta intercettazione, che il procuratore di Palermo smentisce categoricamente. Giornalisti e politici ignorano la smentita e continuano ad agire come se la telefonata tra il governatore Rosario Crocetta e il suo medico esistesse veramente. Il procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi, denuncia questo atteggiamento come inaccettabile: “È un’anomalia italiana agganciare ogni tentativo di ribaltamento degli equilibri politici a qualche iniziativa della magistratura”.

È ovvio che in Sicilia l’intercettazione inesistente è servita ai suoi avversari politici per destabilizzare la giunta Crocetta e farlo dimettere. Lui invece si autosospende, opzione esistente solo in Italia. Per completare il caos, il governatore annuncia querela contro il settimanale L’Espresso chiedendo dieci milioni di danni per la pubblicazione dell’intercettazione fantasma, in cui il suo medico avrebbe minacciato Lucia Borsellino.

È un intreccio surreale di invenzioni, mezze verità e intrighi costruiti a tavolino secondo la logica di un’altra specialità italiana, quella della dietrologia. Che cerca di creare sospetti, diffondere notizie infamanti, mischiare privato e pubblico e costruire collegamenti artificiosi tra realtà non collegabili. La vicenda siciliana è solo la punta di un iceberg, ma rivela i vizi fatali di una politica che non cambia mai. Destare sospetti, seminare zizzania, screditare gli avversari politici senza mai mettere le carte sul tavolo. È la macchina del fango.

Non si licenzia Crocetta perché è inadeguato e ha cambiato 37 assessori (uno al mese): per cacciarlo si inventa un’intercettazione inesistente. È questo l’atteggiamento inaccettabile di una politica destinata a fallire.

Ma è quello che succede nel Partito democratico, tormentato da Bolzano a Palermo da lotte intestine e intrighi. Si dimettono i vicesindaci di Roma e Milano. Traballa il sindaco di Roma, lasciato sospeso sul vuoto. E in parlamento la minoranza chiassosa cerca di rallentare e svuotare quotidianamente le riforme del proprio segretario di partito.

Questo atteggiamento schizofrenico e controproducente ha fatto scendere il Pd già al 32 per cento. E se non ci sarà un cambio di rotta, scivolerà presto sotto la soglia d’allarme del 30, avvicinandosi al Movimento 5 stelle.

L’afa estiva è destinata a passare. Ma non certo per Matteo Renzi, che affronterà un autunno molto caldo. Tra soap opera, entrate a gambe tese e intrighi in un partito che ha perso la bussola e stenta a ritrovarla.