27 gennaio 2012 13:09

Il 1 giugno 2009, alle 2.14 del mattino, il volo Air France 447, partito meno di quattro ore prima da Rio de Janeiro e diretto a Parigi, si è inabissato in mezzo all’Atlantico, provocando la morte di tutte e 228 le persone a bordo. Ci sono voluti oltre due anni per capire le cause esatte del disastro — il più grave ad aver colpito la compagnia di bandiera francese — a causa della difficoltà a reperire la “scatola nera” dell’Aribus A 330.

Scartate quasi subito le ipotesi di un attentato, di un fulmine o di turbolenze tali da far precipitare l’aereo, e grazie all’esame dei dati trasmessi dall’Acars (il sistema di trasmissione automatico di alcuni dati di volo agli uffici della compagnia aerea), gli investigatori hanno intuito che l’equipaggio era stato tratto in inganno da un guasto delle sonde Pitot. Situate all’esterno dell’aereo, le sonde misurano la velocità dell’aria — e quindi del velivolo. Privi delle vitali indicazioni sulla loro velocità e in balia di violente turbolenze, i piloti avrebbero messo l’aereo in condizioni di stallo (perdita di portanza), senza essere in grado poi di impedirne la caduta. Un ottimo — anche se a volte un po’ sensazionalista — documentario della BBC, The Mystery of Flight 447, ricostruisce questa prima inchiesta.

Con il ritrovamento delle scatole nere, nel maggio 2011, è stato possibile conoscere sia i parametri di volo, sia le conversazioni in cabina di pilotaggio, e quindi le cause dell’incidente. Le conclusioni del Bureau enquête accident francese indicano che, come avviene nella stragrande maggioranza dei disastri aerei, l’incidente è dovuto alla concomitanza di diversi eventi che, da soli, non sarebbero stati sufficienti per provocarlo.

Popular Mechanics, una rivista americana di scienza e di tecnologia, ha pubblicato di recente il più convincente articolo sull’incidente del volo AF 447, ispirandosi ampiamente al libro Erreurs de pilotage, tome 5, di Jean-Pierre Otelli. Vengono ricostruiti gli ultimi minuti del volo, da quando l’aereo entra nella tempesta tropicale fino al “10 gradi di beccheggio” pronunciato dal copilota poco più di un secondo prima dello schianto a oltre 200 chilometri all’ora contro l’acqua. Gli interventi dei piloti sono inframmezzati dai commenti dell’autore, Jeff Wise, uno specialista della gestione della paura, e la lettura è avvincente quanto istruttiva.

E non perché lo dico io, ma perché lo sostiene Patrick Smith, il famoso “Chiedilo al pilota” che i lettori più fedeli di Internazionale ricorderanno. Un mio amico pilota dilettante gli ha chiesto che cosa pensasse dell’articolo di Wise, e Smith, che aveva già scritto sull’argomento a ridosso dell’incidente, gli ha risposto (non traduco per pigrizia):

The Jeff Wise story at Popular Mechanics was the best analysis of the accident that I have seen to date.

What I especially love about it is that he didn’t go hunting for a single tangible cause or try to explain the unexplainable. WHY did the crew become so disoriented and react the way that it did? It wasn’t because of a “lack of flying experience,” or “deficient training” or any of the other neatly summarized reasons presented elsewhere in the media. Some aspects of experience or training may have played a role, but the whole truth will never be known because it CAN’T be known. I don’t know why they did what they did. Nobody does.

I would recommend, however, that Airbus somehow do away with the asynchronous control loading of the sidestick levers. The idea that one pilot is unable to feel, through the control stick, what the other is doing is nothing short of madness. That, maybe more than anything else, was the biggest contributing factor (well, apart from the air sensor malfunction that started the whole damn thing). Though it’s hard to say.