Tra le misure proposte dalla Commissione europea nelle sue linee guida sull’immigrazione annunciate il 13 maggio, si trattava probabilmente della più interessante. Eppure sembra destinata a rimanere lettera morta.

La ripartizione delle richieste di asilo tra i paesi dell’Unione doveva essere la risposta alla crescente domanda di aiuto rivolta dai paesi di arrivo dei migranti – Italia, Malta e Grecia in testa – ai partner europei.

Il regolamento di Dublino sul diritto di asilo in Europa stabilisce infatti che le domande vanno esaminate dal primo paese dell’Ue nel quale è giunto il richiedente.

Un principio che appare sensato sulla carta ma che, di fatto, scarica sui paesi dell’Europa meridionale l’onere di gestire le decine di migliaia di domande presentate ogni anno. Questo onere è stato alleggerito in parte dal fatto che la maggior parte dei candidati all’asilo lascia il paese di arrivo per presentare la domanda nei paesi che hanno una politica di accoglienza più aperta, come la Germania o la Svezia. Con il tempo, però, si è giunti a una situazione in cui i migranti arrivati nei paesi “di frontiera” dell’Unione rimanevano come irregolari finché non entravano nel paese dove avevano intenzione di presentare la domanda di asilo.

La proposta della Commissione voleva mettere un po’ d’ordine. Ma non ha tenuto conto di un aspetto: i governi non rinunciano con facilità alle loro prerogative su questioni che riguardano la sovranità nazionale, soprattutto quando non hanno aderito ai relativi trattati.

Così, il Regno Unito, la Danimarca e l’Irlanda si sono subito tirati fuori dalla ripartizione proposta dalla Commissione, rapidamente seguiti dalla Spagna e dalla Polonia. E pur dicendosi “pienamente favorevole al fatto che queste persone – e solo queste – possano essere, in modo temporaneo e secondo parametri da discutere in modo approfondito, ripartite in modo più equo”, anche la Francia si è tirata indietro.

Annunciata dal premier Manuel Valls e ribadita dal presidente François Hollande, la contrarietà di Parigi alle quote riflette il rifiuto di farsi imporre da Bruxelles quante domande d’asilo accogliere “proprio quando il Front national”, il partito di estrema destra di Marine Le Pen, “attira un quarto degli elettori”, come osserva Laurent Joffrin su Libération. Il quale aggiunge che “il numero fisso funziona anche come limite. Ciascuno si prende la sua quota, ma l’accordo europeo gli permette di rifiutare di superarla”.

Si tratta ovviamente di un atteggiamento volto a “tranquillizzare” l’opinione pubblica interna, ostile ad accogliere più migranti e richiedenti asilo di altri paesi europei, anche se in Francia – caso raro – le domande di asilo sono diminuite tra il 2013 e il 2014 (-5 per cento). Una posizione in netto contrasto inoltre con quella progressista e filoeuropea esibita di solito dal paese e ad anni luce dall’Europa “più solidale e integrata” di cui i socialisti amano riempirsi la bocca.

A questo si è aggiunta la confusione tra le quote di domande da esaminare, proposta dalla Commissione, e quella delle domande da accogliere, denunciata da Parigi. Le prime possono ovviamente essere oggetto di quote, le seconde altrettanto ovviamente no. Per questo motivo, il governo di Valls ha voluto precisare che era contrario alle “quote”, ma non alle “quote parte”, senza spiegare cosa intendesse. Una precisazione che ha contribuito a rendere il dibattito ancor più incomprensibile e inascoltabile la politica del governo, osserva Libération.

Come sottolinea Le Soir, la vicenda delle quote, che sembra davvero destinata a finire nel dimenticatoio (a meno che Berlino, che l’ha sostenuta sin dall’inizio, non voglia condurre una battaglia politica sulla questione), “ricorda che l’idea di solidarietà europea non è scontata per molti stati membri. Sta all’Italia e alla Grecia, in prima linea nei flussi migratori, cavarsela da sole. E pazienza se la fine del regime di Gheddafi ha interrotto i taciti accordi tra Roma e Tripoli”.

Se non altro, come osserva ancora il giornale di Bruxelles, nel proporre il sistema delle quote il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha avuto il merito di “mettere le capitali europee di fronte alle loro responsabilità. Gli europei pagano oggi l’assenza di una politica comune. La grande migrazione umana trova origine in un’assenza di prospettive mille volte denunciata. Fin dagli anni settanta alcuni spiriti illuminati raccomandavano di investire nello sviluppo, ritenendo che, se fossero felici a casa loro, gli africani non avrebbero ceduto alle sirene del vecchio continente. Questi sogni sono rimasti lettera morta. Il risultato è la paura di ‘un’invasione’ alimentata da tutti coloro – estremisti e populisti – che cercano di limitare le nostre democrazie. Il vero nemico è all’interno”.

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