Un insediamento israeliano in Cisgiordania, il 13 gennaio 2017.

Israele getta la maschera sull’occupazione e l’apartheid

Un insediamento israeliano in Cisgiordania, il 13 gennaio 2017.
16 gennaio 2019 12:32

Il 2018 non è stato un buon anno per Israele. Naturalmente ai palestinesi è andata ancora peggio. A un primo sguardo si potrebbe pensare che quello appena trascorso non sia stato un anno particolarmente drammatico: appena un po’ più di vergogna, senza grandi guerre e senza grande spargimento di sangue se facciamo il paragone con la maggior parte degli anni passati.

La situazione, in sostanza, è sembrata congelata. L’occupazione è andata avanti senza impedimenti, e lo stesso vale per la colonizzazione, mentre la Striscia di Gaza ha cercato di resistere dall’interno della sua miserabile gabbia, usando le sue trascurabili e limitate forze.

Il mondo ha distolto lo sguardo senza interessarsi minimamente dell’occupazione, come ha sempre fatto negli ultimi anni, concentrandosi su altre problematiche.

Scopo raggiunto
Gli israeliani, come altri del resto, hanno ignorato del tutto l’occupazione, come fanno da decenni. In silenzio, sono andati avanti con la loro vita quotidiana, prosperando. Andava bene così. Lo scopo dell’attuale governo – il più di destra, religioso e nazionalista nella storia dello stato ebraico – era quello di mantenere lo statu quo a ogni costo, ed è stato raggiunto pienamente. Niente ha interferito con l’occupazione che dura ormai da mezzo secolo.

Eppure sarebbe un grave errore pensare che tutto sia rimasto immutato. Non c’è niente, nell’occupazione o nell’apartheid, che possa essere considerato come statu quo, per quanto a volte possa sembrarlo.

Si tratta di un percorso calcolato, disastroso e pericoloso destinato all’annessione formale dei Territori

Nel 2018 è stata creata l’infrastruttura legislativa per i cambiamenti futuri. Lentamente ma inesorabilmente, una legge dopo l’altra, sono state poste le basi legislative per una realtà che nella pratica esiste già da tempo. Alcune proposte di legge hanno sollevato sporadiche proteste, in alcuni casi addirittura un conflitto. Ma ogni disaccordo è stato superato senza grossi problemi.

Sarebbe sbagliato valutare separatamente ogni nuova iniziativa legislativa, per quanto drastica e antidemocratica possa essere. Ogni singola legge fa parte di un percorso calcolato, disastroso e pericoloso. Il suo obiettivo? L’annessione formale dei territori, a cominciare dall’Area C.

Occupazione permanente
Finora le basi pratiche erano state gettate sul campo. La Linea verde è stata cancellata da tempo e i Territori sono annessi de facto, ma per la destra non è abbastanza. Per rendere l’occupazione permanente c’è bisogno di prendere gli appropriati provvedimenti legali e legislativi.

Per prima cosa hanno costruito gli insediamenti, dove oggi risiedono più di 700mila ebrei (compresi quelli di Gerusalemme Est), per creare una realtà irreversibile nei Territori. Questo processo è ora completo, e la vittoria dei coloni e dei loro sostenitori è chiara e inequivocabile. La missione degli insediamenti – bloccare qualsiasi prospettiva di creare uno stato palestinese nei Territori occupati nel 1967 ed eliminare la soluzione dei due stati – può dirsi pienamente compiuta. La destra israeliana ha vinto, e ora vuole ancorare questa realtà irreversibile alla legge, per neutralizzare qualsiasi opposizione all’annessione.

Nei Territori l’apartheid esiste da tempo. Ora esisterà anche nei libri di diritto

Questo è l’obiettivo comune di tutte le leggi nazionaliste e discriminatorie approvate nel 2018 dal parlamento (knesset). La destra aveva previsto una resistenza sul piano legale e da quel poco che resta della sinistra nella società civile, così ha dichiarato guerra a entrambi i fronti, ormai pesantemente indeboliti, sconfitti. Fino a quando l’annessione non sarà completa, e se questa tendenza sarà confermata nel prossimo parlamento, non ci saranno più resistenze degne di nota nella società civile. Israele potrà continuare a costruire il suo nuovo regime.

Nei Territori l’apartheid esiste da tempo. Ora esisterà anche nei libri di diritto. Chi nega l’esistenza di un apartheid israeliano – i propagandisti filosionisti ripetevano che, diversamente dal Sudafrica, in Israele non esistono leggi razziste o discriminazione istituzionalizzata – non potrà più farlo.

Fine della pagliacciata
Alcune delle leggi approvate nel 2018 (e altre che sono ancora in via di approvazione) smentiscono la tesi secondo cui Israele è una democrazia egalitaria. Ma c’è anche un lato positivo: le leggi approvate e quelle che verranno, metteranno fine a una delle più lunghe pagliacciate della storia. Israele non potrà più definirsi una democrazia e addirittura “l’unica in Medio Oriente”.

Con leggi come queste, Israele non potrà più respingere l’etichetta dell’apartheid. Lo stato prediletto dell’occidente rivelerà il suo vero volto, che non è egalitario, non è democratico e non è un’eccezione in Medio Oriente. Ora non si potrà più fare finta.

Una delle prime leggi adottate dallo stato di Israele – la legge del ritorno del 1950, forse una delle più importanti e disastrose – ha segnato la rotta molto tempo fa, nel modo più chiaro possibile: il nuovo stato di Israele avrebbe privilegiato solo un gruppo etnico. La legge del ritorno, infatti, riguardava unicamente gli ebrei.

Eppure la patina di uguaglianza è rimasta, e nemmeno i lunghi anni dell’occupazione hanno alterato questa percezione. Israele ha fatto finta che l’occupazione sarebbe stata soltanto temporanea, che la fine fosse vicina e che dunque non facesse parte dello stato democratico ed egualitario che aveva costruito con orgoglio. Ma dopo i primi cinquant’anni di occupazione, e con la massa critica degli ebrei che ha deciso di trasferirsi nei Territori occupati su terreni rubati ai palestinesi, la pretesa di transitorietà non può più essere presa sul serio.

Tasselli di legge
Fino a poco tempo fa, lo scopo dell’attività di Israele era prima di tutto quello di allargare gli insediamenti sopprimendo nel frattempo la resistenza dei palestinesi e rendendo la loro vita un inferno nella speranza che ne traessero le necessarie conclusioni: andatevene dal paese che è stato il vostro. Nel 2018 il centro di gravità dell’azione israeliana si è spostato sul terreno legislativo.

Per prima è arrivata la legge dello stato-nazione, approvata a luglio. Appoggiandosi alla legge del ritorno (che permette automaticamente a tutti gli ebrei del mondo di emigrare in Israele) e alla legge che consente al fondo nazionale ebraico di vendere terreni soltanto agli ebrei, la legge dello stato-nazione è diventata un nuovo tassello del nuovo stato di apartheid, garantendo formalmente uno stato privilegiato agli ebrei in merito alla lingua e agli insediamenti, a scapito dei diritti delle popolazioni indigene arabe. La legge non contiene nessuna parola di uguaglianza, in uno stato dove d’altronde di uguaglianza non c’è traccia.

Dopodiché il parlamento ha approvato una serie di altre leggi e ha avviato alcune iniziative della stessa natura.

A luglio è stato approvato un emendamento alla legge statale sull’istruzione. In Israele la chiamano legge contro “rompiamo il silenzio”, il cui scopo reale è quello di impedire alle organizzazioni di sinistra (o come Breaking the silence creata da ex militari delle forze sicurezza per raccontare la loro esperienza nei Territori occupati, ndr) di entrare nelle scuole israeliane e parlare agli studenti. La legge, nella sostanza, è stata creata per fiaccare la resistenza all’annessione.

Sulla stessa linea, un emendamento alla legge sul boicottaggio – che consente di perseguire qualsiasi israeliano che sostenga pubblicamente il movimento Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds) – permetterà di presentare denunce contro i sostenitori del boicottaggio anche senza dimostrare l’esistenza di un qualsivoglia danno economico.

Basterà un’altra amministrazione di destra come quella attuale e sarà proibito tout court sostenere il boicottaggio in Israele, senza condizioni. Poi magari sarà proibito criticare i soldati israeliani o il loro deprecabile comportamento nei territori. Leggi di questo tipo sono già al vaglio. Arriverà il loro momento, molto presto.

Un’altra legge approvata nel 2018 trasferisce la competenza sulle denunce dei palestinesi contro gli abusi dell’occupazione dalla Corte suprema israeliana (che comunque non è servita a molto) al tribunale distrettuale di Gerusalemme, dove è probabile che i palestinesi ottengano un numero ancora minore di verdetti favorevoli.

Una legge per espellere le famiglie dei terroristi ha superato la lettura preliminare in parlamento, contro il parere del procuratore generale. La legge permetterà di infliggere punizioni collettive nei Territori, naturalmente solo agli arabi. E si comincia già a parlare di pena di morte per i terroristi.

Tra le leggi approvate c’è quella “delle sistemazioni”, che condona decine di insediamenti di frontiera ritenuti illegali anche dal governo israeliano. Solo la “legge della lealtà culturale”, un nadir legislativo che vorrebbe imporre la fedeltà allo stato come prerequisito per ottenere i finanziamenti governativi da parte delle istituzioni culturali e artistiche, è stata congelata. Per il momento.

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Le leggi approvate quest’anno non devono essere considerate unicamente come leggi antidemocratiche che mettono a repentaglio la democrazia israeliana, come ripetono nei circoli liberali in Israele.

Sono leggi che hanno un obiettivo molto più pericoloso. Non si limitano a intaccare questa parvenza di democrazia, imporre una maggiore discriminazione ai palestinesi di Israele e trasformarli in cittadini di seconda classe per legge. Il vero scopo è quello di fornire una copertura legislativa per l’annessione formale dei Territori oltre i confini sovrani riconosciuti dello stato di Israele.

Nel 2018 Israele si è avvicinato al raggiungimento di questi obiettivi. La calma relativa che ha prevalso nel paese è ingannevole. L’apartheid de iure e non solo de facto sta per arrivare.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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