10 agosto 2012 12:37


I luoghi comuni si nascondono ovunque. Anche nella musica rock. Spesso si sente dire che “il secondo album è sempre il più difficile”. Gli anglosassoni la chiamano second album syndrome. Ma esiste davvero?

Una cosa è sicura: in genere quando un gruppo registra il suo disco d’esordio ha passato mesi, se non anni, a lavorare sulle canzoni. Una volta raggiunto il successo cambia tutto: gli impegni promozionali, i concerti e il jet lag riducono la scrittura a un processo più meccanico, dove spesso sono le scadenze e non l’ispirazione a dettare i tempi.

I will wait, che potete ascoltare qui sopra, è il primo singolo estratto dal secondo album dei Mumford & Sons, un manipolo di ragazzotti inglesi sulle scene da pochi anni ma già piuttosto apprezzati da critica e pubblico. Il lavoro si intitola Babel e arriverà nei negozi a settembre dopo il successo planetario, e un po’ inaspettato, di Sigh no more. Che secondo me era davvero un buon disco, a metà strada tra folk tradizionalista e pop ruffiano. “I Mumford & Sons sono autentici tanto quanto il mio cane è un agente speciale comunista”, scriveva Alex Denney del New Musical Express nel 2009. Ma alla fin fine, le canzoni gli piacevano.

Riuscirà il gruppo a essere all’altezza del suo passato? Voglio correre un rischio: secondo me no. I will wait non è un buon punto di partenza: batte sentieri già fin troppo conosciuti e non ha la stessa urgenza espressiva delle canzoni precedenti.

La storia della musica leggera in realtà è piena di casi di second album syndrome. Soprattutto nei decenni a noi più vicini. Perché? Negli “anni d’oro”, diciamo dai sessanta ai primi settanta, gli artisti avevano molta meno pressione mediatica e discografica rispetto a oggi. I Beatles hanno fatto i dischi più innovativi nella parte finale della carriera, da Rubber soul in poi. Bob Dylan, nonostante il flop del suo primo album, nel 1963 ha pubblicato il capolavoro The Freewheelin’.

Già verso la fine degli anni settanta ci sono state le prime avvisaglie del cambiamento: i Clash, visti i contrasti con la Columbia records, non si sono divertiti poi tanto a registrare Give ‘em enough rope. Second coming degli Stone Roses, poi, è stato un caso emblematico: cinque anni di registrazioni, una battaglia legale con l’ex casa discografica e una serie di litigi li hanno addirittura portati allo scioglimento nel 1996.

Ancora un esempio: gli Strokes, dopo il successo di Is this it, non sono riusciti a fare altrettanto con Room on fire e hanno tradito l’etichetta di “salvatori del rock’n’roll” guadagnata nel 2001. Stesso dicasi per gli Mgmt, per citare un caso ancora più vicino.

Ma tante band vanno decisamente contro il mito della sindrome del secondo disco. C’è anche, pensate un po’, chi l’ha fatto più bello del primo. Nevermind dei Nirvana, giusto per citarne uno. Oppure i Radiohead: dopo il successo travolgente di Creep Thom Yorke e soci hanno rischiato di diventare una one hit wonder. Per fortuna, dopo crisi di nervi collettive e qualche litigio, è arrivato il secondo album The bends. E gli Arcade Fire non si sono spaventati per gli elogi ricevuti da Funeral e sono andati dritti per la loro strada.

Quali sono i secondi album più belli della storia del rock? In attesa dei vostri suggerimenti, vi do due fonti d’ispirazione: una lista compilata da Q nel 2007 e un giochino divertente di Metacritic, che ha creato un confronto tra il primo e il secondo disco di diversi gruppi.

Ora la palla passa ai Mumford & Sons. Forse ci aiuteranno a trovare una risposta. Davvero il secondo album è sempre il più difficile? Ammesso che la domanda abbia senso.