Il lungo viaggio di Vinicio Capossela

06 ottobre 2012 10:11

(Foto di Elettra Mallaby)

Nei primi anni novanta, quando girava per i circoli Arci dell’Emilia Romagna, Vinicio Capossela voleva diventare a tutti i costi un “cantante confidenziale”. Quell’artista che se ne sta seduto al pianoforte, immerso nelle luci soffuse dei locali, a cui viene spontaneo chiedere delle canzoni d’amore un po’ tristi.

Erano i tempi di

All’una e trentacinque circa e di Modì. Di brani come Notte di provincia e Una giornata senza pretese. E poi cosa è successo? È successo che il cantautore nato ad Hannover, e non penso di dire nulla di nuovo, è diventato una delle voci più autorevoli e originali della canzone italiana. Un uomo in grado di fare del “furto” artistico, e lo dico nel senso più nobile del termine, un suo punto di forza.

Capossela è stato bravo a fondere tradizioni musicali lontane tra loro. Se con Il ballo di San Vito era riuscito a mettere insieme Tom Waits e la canzone italiana, in Canzoni a manovella ha fatto incontrare i mondi letterari di Céline e Jarry con le musiche balcaniche e mediterranee. Infine con Ovunque proteggi, forse il suo disco migliore, si è spinto alla scoperta del sacro. Dai miti greci alle nostre radici cristiane. E non è una caso che Mojo, la bibbia inglese del rock, abbia messo questo album al secondo posto nella sua classifica mondiale di world music del 2006.

Con Marinai, profeti e balene, uscito nel 2011, Capossela ha rischiato grosso, registrando un doppio concept album dedicato al mare. Anche stavolta ha rubato ai migliori per scrivere i testi (Melville, il sempre caro Céline, Omero). Un lavoro ambizioso, ai limiti della magniloquenza. Grande come le balene che racconta. Un grande disco, davvero. Rebetiko gymnastas invece, uscito a giugno, è un vero e proprio omaggio alla musica greca, anche se molti brani sono nuovi arrangiamenti di pezzi vecchi.

Le canzoni di Capossela però, nonostante le evoluzioni stilistiche continue, non hanno mai perso la forza “confidenziale” degli esordi. Questa forse è la sua vera grandezza: non dimenticare mai come si scrive una bella canzone. Forse perché, come capita agli autori più bravi, Vinicio si innamora delle storie che racconta. In Italia, in questi decenni, trovo che ce ne siano stati davvero pochi di artisti simili.

Vinicio Capossela è uno degli ospiti del festival di Internazionale a Ferrara e si esibirà nel dj set intitolato “Consolati dalla consolle”. E per dargli un piccolo benvenuto ho deciso di fare una lista delle sue canzoni che mi piacciono di più. Una per ogni disco. Si accettano critiche e suggerimenti, ovviamente, nei commenti.

All’una e trentacinque circa. (Dall’omonimo album del 1990). Perché avrei voluto essere in uno di quei bar, almeno una volta.

Ultimo amore (da Modì del 1991). Perché è una canzone d’amore struggente.

Zampanò (da Camera a sud). Perché è ispirata a La strada di Fellini.

Il ballo di San Vito (dall’omonimo album del 1996). Una scelta scontata, lo so. Ma se la canzone è bella non è colpa mia.

Bardamu (da Canzoni a manovella del 2001). Un viaggio al termine della notte, in molti sensi.

Ovunque proteggi (dall’omonimo album del 2006). Per me la più bella canzone italiana degli anni 2000.

La faccia della terra (da Da solo, 2008). Perché Vinicio l’ha registrata con i Calexico. Serve altro?

La bianchezza della balena (da Marinai, profeti e balene). Perché fare musica impegnativa non significa fare musica noiosa.

Abbandonato (da Rebetiko Gymnastas). Perché finalmente si parla di Grecia senza citare la crisi.

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