Siamo alla fine. L’edizione 2013 del South by southwest si è conclusa ieri sera, il 16 marzo, anche se oggi sono ancora previsti alcuni eventi minori. Il Convention center stamattina era chiuso, come molti bar. Il centro è stato riaperto alle macchine, anche se gli irlandesi che festeggiano San Patrizio non fanno mancare un supplemento di vitalità.

I pochi fortunati, estratti nella solita lotteria online, hanno chiuso il festival con un concerto di Prince nel locale La Zona Rosa. Ha suonato tre ore, portando sul palco una band di 21 elementi. Io, ahimé, non ero tra i fortunati. E stavolta non sarebbe bastata nemmeno una coda di due ore, come [nel caso di Nick Cave][1], per assicurarmi l’ingresso.

Un piccolo riassunto sui concerti, dopo la puntata speciale [con Lorenzo Jovanotti][2]. Giovedì ho visto i Flaming Lips, che non avevo mai sentito dal vivo. Uno spasso. Venerdì invece mi sono concesso i Vampire Weekend, bravi come sempre, e un bel set acustico di John Hiatt al The Parish. Il cantautore di Indianapolis ha suonato anche delle nuove (e belle) canzoni, che dovrebbero far parte del suo nuovo album, in uscita nei prossimi mesi.

Ieri invece, stanco dopo i dieci giorni di code e appostamenti, ho scelto esibizioni più intime. Nel pomeriggio ho visto una delle cose migliori di tutto il South by southwest: i Spirit Family Reunion. È un gruppo folk-bluegrass di New York, che nonostante il caldo torrenziale dell’Auditorium shores stage alle tre del pomeriggio, ha entusiasmato il pubblico. E la loro versione di Green rocky road, pezzo scritto da Tim Hardin negli anni sessanta, mi ha fulminato. Una piccola dimostrazione di cosa sono capaci di fare.

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La sera ho visto i Toy, gruppo rock inglese molto apprezzato dalla critica. Bravi, bel suono, anche se la voce del cantante Tom Dougall non mi ha convinto. Devendra Banhart, esibitosi in una chiesa presbiteriana, mi è sembrato in scarsissima forma. E gli Warlocks sono stati divertenti, nonostante le stecche e le imprecisioni. Ora però, non senza un po’ di malinconia, devo cominciare a fare le valigie.

“Keep Austin weird”, ricordavo nella prima puntata di questo diario dal South by southwest, è uno dei tormentoni più diffusi da queste parti. Austin è strana, in effetti. E il South by southwest sembra accentuare questa sua intrigante originalità. Non è un festival, è un carnevale moderno che mescola cultura e divertimento.

C’è un’atmosfera, in questo viavai continuo di persone, musica, conferenze, scambi di biglietti da visita, che è difficile riuscire a trasmettere con le parole. Ma c’è soprattutto una vitalità intellettuale che non ho mai incontrato. Anche gli artisti italiani che si sono esibiti qui, come Il Pan Del Diavolo, mi hanno confermato quest’impressione.

Ah, quasi dimenticavo: i pipistrelli si alzano davvero in volo in massa dal ponte Congress Avenue, anche se non so se sono un milione. E Willie Nelson vive da queste parti. Ho incontrato la sua vicina di casa durante una coda, guarda un po’, prima del concerto dei Flaming Lips.

Una donna aperta, cordiale e sorridente. Come sono tanti abitanti di questo posto. Dopo questo viaggio, non posso che unirmi al coro: “Keep Austin weird”. “Per piacere”, aggiungo da italiano in trasferta.

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