18 aprile 2013 17:26

La musica di James Blake nasce da una costante lotta interiore. Quella tra radici e innovazione, tra soul e dubstep. Tra emotività pura e razionalità. E forse è proprio da queste contraddizioni che deriva la sua forza. Lo si era capito subito, che James Blake era diverso dagli altri.

Il suo [omonimo esordio][1] del 2011 era stato una rivelazione. La dimostrazione di una creatività cristallina, unita a un’intelligenza da vecchia volpe. Non è un caso che l’artista inglese abbia cominciato da giovanissimo a fare il produttore di musica elettronica. La critica l’ha incensato. E, si sa, spesso i complimenti possono essere pericolosi. Da qui la doppia sfida che stava alla base del secondo album Overgrown: ripetersi.

L’artista inglese però c’è riuscito. Risolvendo il conflitto interiore in favore della sua anima pop e soul. I nuovi pezzi, soprattutto nella prima parte del disco, sono più canonici, più caldi. Non ci sono quei silenzi glaciali che avevano fatto la fortuna di canzoni come Lindisfarne e Unluck. Ma spuntano sottili orchestrazioni e melodie più aperte.

Quando c’è il talento però, non importa troppo dove si sposta il tiro. Il bersaglio viene comunque centrato. Così la titletrack Overgrown, che si apre con un cantato pulito, e solo qualche nota di basso e pianoforte in sottofondo, è un inizio già a fuoco. Un pezzo che rubacchia a Björk e Radiohead, ma pur sempre conservando lo stile di James Blake. Le melodie di I am sold continuano su questa strada, spostandosi verso territori più notturni.

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Life around here aumenta le dosi di sintetizzatori, ma resta avvolgente e sofferta. A impreziosire* Take a fall for me* invece c’è il cameo di Rza dei Wu Tang Klan. Hip hop in salsa dubstep. Il primo singolo Retrograde è ruffiano, ma costruito in modo impeccabile.

Dlm è manierista, alla Anthony and the Johnsons, ma ha un suo senso se messa nel flusso di Overgrown. È la pausa dolce prima della parte più elettronica del disco: la doppietta formata da Digital lion, scritta e prodotta insieme a un certo Brian Eno, e la clubbettara Voyeur, frutto forse di un’acida notte londinese, è convincente. Ed è la parte del disco dove le vecchie influenze della scuola Hyperdub tornano a farsi sentire. Il debito verso Thom Yorke diventa esplicito nella ginnastica vocale di Our love comes back, che chiude l’album.

James Blake è un artista molto al di sopra della media. Sa produrre, ha una bella voce e sta affinando il suo songwriting. E, cosa ancora più soprendente, dà l’impressione di avere ancora dei margini di miglioramento.