14 ottobre 2016 19:01

Per festeggiare il Nobel a Dylan, ho deciso di dedicare le cinque canzoni del weekend al cantautore di Duluth.

Jimi Hendrix, All along the watchtower
La cover per eccellenza, non solo nell’universo di Dylan. Jimi Hendrix ha preso per mano All along the watchtower, un pezzo pubblicato nell’album del 1967 John Wesley Harding, e l’ha portata da un’altra parte. Nella versione originale, lo stesso Dylan sembrava averla sottovalutata, cantandola con quella strana voce country che aveva tirato fuori dopo il suo fantomatico incidente in moto. Il testo di All along the watchtower, ispirato al libro di Isaia, resta ancora oggi una pietra miliare della letteratura (spero che dopo averlo scritto Baricco non venga a citofonarmi a casa). Jimi Hendrix ha fatto una cosa molto semplice: ha elettrificato il brano, l’ha cantato in modo più aggressivo e ha lasciato fare il resto alla sua chitarra. Che, diciamolo, non la suonava proprio male.


Neil Young & Bruce Springsteen, All along the watchtower
Di nuovo la stessa canzone? Per forza, questa settimana devo barare un po’. Questa versione dal vivo, registrata nel 2004, è una delle cose musicalmente più impressionanti che mi sia mai capitato di vedere e ascoltare. Merito degli ingredienti messi sul piatto: la E Street Band è la solita macchina perfetta, Bruce Springsteen ci mette tanta bravura e tanta umiltà. E soprattutto c’è Neil Young. Suona come uno sciamano, ondeggia per il palco, brandendo la sua chitarra come un’ascia e monopolizzando la scena. Il Boss, che non è fesso, se ne rende conto e glielo lascia fare. Il “duello” con il sax di Clarence Clemons è il momento migliore.


16 Horsepower, Nobody ‘cept you
I 16 Horsepower di David Eugene Edwards sono stati uno dei gruppi folk più interessanti degli anni novanta/duemila. Hanno reinterpretato in chiave gotica la musica roots statunitense, registrando almeno un paio di album di alto livello (Sackcloth ‘n’ ashes e soprattutto Secret south). Lo stesso oscuro trattamento è stato riservato a Nobody ‘cept you, un brano minore di Dylan scritto per il disco Planet waves e poi finito nel dimenticatoio prima di essere pubblicato nella raccolta The bootleg series, Vol 1-3: rare & unreleased 1961-1991. Ne è uscito fuori un pezzo di struggente bellezza.


Calexico & Jim James, Going to Acapulco
Io non sono qui di Todd Haynes è un grande film, perché è riuscito a cogliere in pieno l’essenza di Dylan, la sua inafferrabilità. Anche la colonna sonora è di alto livello. Uno dei brani migliori è Going to Acapulco, rifacimento del pezzo apparso per la prima volta nei Basement tapes (il primo bootleg della storia del rock, che conteneva le registrazioni fatte da Dylan insieme a The Band a Nashville negli anni sessanta). Le chitarre dei Calexico sono efficaci, la voce di Jim James dei My Morning Jacket è delicata senza essere melensa.


Johnny Cash, Don’t think twice, it’s alright
Tra i tanti motivi per cui Johnny Cash è stato un gigante c’è la sua capacità di far sue le canzone degli altri. Facile con quella voce, viene da dire. Johnny Cash è stato amico di Dylan, l’ha ospitato nel suo programma televisivo e ha registrato con lui Nashville skyline, il disco della svolta country del cantautore di Duluth. Da perfetto bastian contrario quale era, mentre tutti andavano a Woodstock a fare la rivoluzione Dylan se ne stava rintanato nel Tennessee a fare una musica dai più considerata retrograda.


Jeff Buckley, Just like a woman
La voce di Jeff Buckley sapeva essere delicata, eterea e versatile. Peccato averla sentita per così pochi anni, prima che il cantante morisse annegato in un fiume a Memphis nel 1997. Difficile non mettere in questa lista la sua versione di Just like a woman, che nelle sue mani diventa un’altra canzone, un brano fatto della stessa pasta del capolavoro Grace. Il pezzo è contenuto nella raccolta You and I, che mette insieme diversi brani registrati nel 1993 per la Columbia, prima ancora di incidere il suo album di debutto.