13 maggio 2020 15:27

Quando nel 2006 uscì Whatever people say I am, that’s what I’m not, il disco d’esordio degli Arctic Monkeys polverizzò diversi record di vendita. Ma quasi tutti, diciamocelo, ai tempi abbiamo pensato che non sarebbero durati molto. La classica band britannica pompata dalle riviste specializzate, destinata a fare al massimo un paio di dischi buoni e poi a sparire nel dimenticatoio.

Peccato che non avevamo fatto i conti con Alex Turner. Turner sa scrivere canzoni. Scopiazza un po’, certo, e a volte esagera con le pose (due anni fa l’ho visto in concerto a Roma con la band e mi ha impressionato quanto copiasse alcuni gesti di Nick Cave), però quando deve mettere in fila una strofa, un bridge e un ritornello riesce sempre a tirare fuori un coniglio dal cilindro. E ha tenuto in piedi la band fino a oggi. Certo, non hanno più fatto i record di una volta, ma l’industria musicale è cambiata.

Gli Arctic Monkeys nella loro carriera hanno avuto varie fasi. All’inizio erano appunto la classica band da Nme, con riferimenti molto inglesi (vengono da Sheffield). Poi, già a partire dal secondo disco, hanno cominciato ad americanizzarsi sempre di più, passando per un periodo quasi stoner (Josh Homme ha prodotto l’ottimo Humbug), per passare poi a un pop rock un po’ più radiofonico, ma fatto con grande gusto, quello di AM. L’ultima fase, quella attuale, è ancora più sorprendente, con le atmosfere rétro di Tranquility Base Hotel & Casino, un lavoro basato più sul pianoforte che sulla chitarra.

La band, inoltre, ha sempre dato il meglio di sé dal vivo, come nel caso di questa data al Reading festival nel 2014, proprio nel tour di AM. Una bella carrellata di singoli suonati per il pubblico di casa, quello britannico. Molto caloroso e per nulla infastidito dalla loro americanizzazione.

Arctic Monkeys
Live at Reading festival, 2o14